Polveri di morte

Maria Antonietta Zoroddu

Come quasi tutti i metalli “pesanti”, se in eccesso, l’uranio diviene tossico per l’uomo: si accumula nei reni, danneggiandoli, e nelle ossa, grazie alla sua affinità per i fosfati in esse presenti. Ma la pericolosità di questo elemento è dovuta soprattutto alla sua radioattività.

Quale segno di speranza, all’uranio era stato attribuito il nome dal pianeta Uranio, il dio del cielo nella mitologia greca. L’uranio è l’elemento più pesante tra i novanta elementi chimici esistenti in natura. Non è particolarmente raro nel nostro pianeta: è più abbondante dello stagno e dieci volte più abbondante dell’argento e del mercurio messi assieme. Il nostro corpo, pur non avendone bisogno, ne contiene sempre una certa quantità che, seppur minima, sarebbe però capace di far marciare una macchina per alcuni chilometri. L’uranio è stato scoperto alla fine del 1700 ed è stato isolato come metallo una cinquantina di anni più tardi. Per secoli è stato utilizzato inconsapevolmente come colorante per vetri e ceramiche e residui di esso sono stati trovati in una villa romana di Capo Posillipo risalente al primo secolo a.C. Poi, il mondo intero si è accorto con sgomento della sua esistenza. Composta di uranio fu la prima bomba atomica, sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 alle 8.16 di mattina. Essa fu soprannominata “little boy”, forse ignorando tutta la potenza devastante che si sarebbe scatenata. Trasportava solo pochi chilogrammi di uranio, ma dissipò una potenza equivalente a 12.500 tonnellate di tritolo, distruggendo 50.000 edifici ed uccidendo 75.000 persone. Da allora, il suo nome incute naturalmente paura. Come quasi tutti i metalli “pesanti”, se in eccesso, l’uranio diviene tossico per l’uomo: si accumula nei reni e qui si annida nei tubuli, danneggiandoli, e nelle ossa, grazie alla sua affinità per i fosfati in esse presenti. Ma la pericolosità di questo elemento è dovuta sopratutto alla sua radioattività. L’uranio è, infatti, composto prevalentemente da due isotopi, uno più leggero, U-235 (circa lo 0,7% del totale) con un tempo di vita medio di 245.000 anni, ed uno più pesante, U-238 (circa il 99,3%) con un tempo di vita medio di 4,5 miliardi di anni. Entrambi sono radioattivi, ma l’attività dell’U-238 è molto bassa. Affinché possa sprigionare tutta l’energia immagazzinata nel suo nucleo, da cui deriva il suo utilizzo in campo energetico o bellico (centrali nucleari, sommergibili atomici, bomba atomica), l’uranio deve essere “arricchito” nel suo componente più attivo, l’isotopo U-235.

Ciò che rimane come scarto in seguito all’attività di arricchimento è prevalentemente U-238, il cosiddetto uranio impoverito o depleted uranium (DU). Si tratta di uno dei metalli più densi che si conoscano. La sua abbondanza come materiale di scarto, combinata con la sua economicità e con le caratteristiche di alta densità e resistenza, ne permettono l’utilizzo in diversi campi. In particolare, il suo impiego di elezione è in campo militare, come munizione o proiettile. Unito a bassissime quantità di altri elementi chimici, quali titanio o molibdeno, il DU acquista le stesse proprietà di durezza e resistenza tipiche dell’acciaio temperato. API, Armor Piercing Incendiary Ammunitions: così vengono denominate le munizioni incendiarie ad effetto perforante. Sono proiettili particolarmente efficaci ed efficienti. Il processo di penetrazione polverizza la maggior parte dell’uranio, il quale esplode in frammenti incandescenti. Ciò ne aumenta ulteriormente l’effetto distruttivo. Quando una munizione all’uranio impoverito impatta su un bersaglio, lo perfora ed esplode, raggiungendo temperature superiori ai 3.000 gradi centigradi. L’esplosione genera polveri e nanopolveri, originate da tutta la materia presente nel punto di impatto: terreno, bunker, bomba, carro armato. Queste nanopolveri derivano da combustioni violente avvenute sui materiali più disparati e presentano una composizione chimica molto varia e casuale. Sono queste particelle a causare le numerose patologie riscontrate in militari e civili che abbiano partecipato ad azioni militari o vissuto in zone di guerra o presso poligoni militari dove siano state impiegate armi contenenti quello che, proprio per questo motivo, è stato chiamato il “metallo del disonore”? Polveri di guerra = polveri di morte? Il primo utilizzo dell’uranio impoverito in un teatro di guerra risale alla prima Guerra del Golfo in Iraq e Kuwait nel 1991, durante l’operazione Desert Storm. Da allora, l’ombra del “metallo del disonore” incombe sui vari conflitti, dalla Somalia all’Afghanistan, dalla Bosnia al Kosovo, sino alla recente guerra libica, nel corso della quale sono stati lanciati dei missili Tomahawk. Poiché la radioattività intrinseca dell’uranio produce prevalentemente emissioni di tipo “alfa”, ossia radiazioni ad alto potere ionizzante, ma a bassa penetrazione, e quindi facilmente schermabili da un rivestimento di plastica o dalla pelle stessa, il problema si manifesta quando le radiazioni colpiscono dall’interno, cioè a partire da polveri inalate o ingerite.

In realtà, la documentazione scientifica a nostra disposizione che correli in maniera certa l’uranio allo sviluppo di malformazioni e tumori di vario genere è carente e spesso discordante. Anche studi scientifici effettuati in vivo ed in vitro su reduci delle varie guerre del Golfo o su materiale cellulare di altro tipo non sono riusciti a chiarire definitivamente questi aspetti. Recentemente, la Dottoressa Gatti, ricercatrice presso l’Università di Modena, in seguito agli studi condotti su tessuti patologici provenienti da reduci dei teatri di guerra che avevano contratto tumori e linfomi, ha stabilito la presenza di nanoparticelle annidate negli stessi tessuti. La forma e la composizione ne tradivano l’origine artificiale: combustioni ad altissima temperatura di materiali “insoliti”. Sono state ritrovate particelle sferoidali di zirconio, antimonio, tungsteno, bismuto, titanio, cobalto e di leghe “esotiche”, come fosforo-piombo-cloro-cromo, antimonio-cobalto e mercurio-selenio, non esistenti in natura. Queste evidenze riconducono immediatamente alle esplosioni di obiettivi militari in operazioni o esercitazioni di guerra. Particelle di uranio sono state identificate solo raramente all’interno di tessuti patologici, il che è compatibile con il fatto che pochi chili di questo metallo siano in grado di provocare la combustione di diverse tonnellate di materiali diversi. A quanto pare, dunque, in questa “partita”, l’uranio potrebbe svolgere solamente il ruolo di “mandante”. È stato dimostrato che, una volta inalate, le nanoparticelle impiegano circa 60 secondi per “bucare” la barriera emolinfatica, finire nel sangue ed essere poi trasportate nei diversi tessuti; già dopo un’ora sono state riscontrate nel fegato.

Non essendo biocompatibili, non vengono biodegradate, e la loro composizione è tale che non possono nemmeno essere eliminate dai macrofagi, i quali le riconoscono come sostanze estranee, ma non sono in grado di metabolizzare i composti inorganici che le costituiscono. Rimangono, pertanto, dove si trovano e possono, infine, essere inglobate nelle cellule grazie a meccanismi di endocitosi. Potrebbero, quindi, giungere nel nucleo cellulare, là dove il DNA si replica. Ovunque esse siano, comunque, si possono comportare come piccolissimi serbatoi di metalli che, se in eccesso, specialmente quelli pesanti, sono tossici per l’organismo e possono causare tutta una serie di disturbi: reazioni allergiche, come le dermatiti, e infiammazioni, sino allo sviluppo di tumori. L’incubo dell’inquinamento da uranio impoverito e polveri di guerra e di morte ha toccato recentemente la Sardegna, l’isola delle spiagge incontaminate e della natura selvaggia. L’uranio impoverito e le polveri sinistre sono state chiamate in causa nella cosiddetta “Sindrome di Quirra”, dal nome della località adiacente al poligono militare interforze più grande d’Europa, situato nella zona sud-orientale, tra le colline di Perdasdefogu, pietre di fuoco, e l’incantevole specchio di mare di Capo San Lorenzo. Un rapporto stilato da due veterinari nell’ambito di un monitoraggio ambientale richiesto dal Ministero della Difesa afferma che, in una precisa zona adiacente al poligono, sono state riscontrate alte incidenze di tumori, leucemie e linfomi tra i pastori, ed un’alta incidenza di malformazioni tra gli animali al pascolo. La domanda alla quale si deve rispondere è perché, all’ombra del poligono più grande d’Europa, in una così ristretta comunità di pastori nella zona del Salto di Quirra, in periodi temporali circoscritti, si registrino le stesse patologie che hanno ucciso i soldati reduci da missioni all’estero. Il nesso scientifico di causalità tra uranio impoverito ed alcuni tipi di patologie non è stato ancora dimostrato con certezza, anche se questo non avvalora nemmeno il contrario. Certo è che le cause sono ancora tristemente oscure e la comunità scientifica ha il dovere morale di indagare. Il mistero delle polveri incriminate deve essere svelato.

Maria Antonietta Zoroddu
Professore ordinario di Chimica Generale ed Inorganica – Università degli Studi di Sassari

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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