La guerra non è mai umanitaria

Moni Ovadia

I danni delle guerre si vedono dopo, non prima. Se leggiamo i rapporti di Peace Reporters, veniamo a conoscenza di ciò di cui sto parlando. Bisogna uscire da questa logica primitiva la quale ritiene che la violenza contro tutti, compresi i civili e gli innocenti, possa poi produrre risultati. È necessario si attivino altre strategie politiche a livello sovranazionale, le quali non permettano ai tiranni di esistere e fare quello che vogliono.

Moni Ovadia è nato in Bulgaria da una famiglia ebraica sefardita, di fatto impiantata da molti anni in un ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero ed alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli Ebrei dell’Europa orientale. La grande svolta è lo spettacolo Oylem Goylem (“Il mondo è scemo”, in lingua yiddish), con cui si impone all’attenzione del grande pubblico. Dal 2003 al 2008, per sei edizioni consecutive (due mandati) è stato direttore artistico del Mittelfest di Cividale del Friuli. In questo contesto conosce Social News. Il nostro mensile lo coinvolge spesso in commenti e discussioni relative alla pace nel mondo.

Da sempre contro le guerre. Anche quando sono definite umanitarie?

Le guerre umanitarie sono un corto circuito logico: invece di intervenire prima, si attende che le situazioni marciscano per poter poi domandarsi ‘e adesso, cosa possiamo fare?’. C’è una piccola infezione, la lascio diventare cancrena, poi concludo che devo tagliare. Prima si lasciano crescere i tiranni, li si arma, li si foraggia, li si sostiene, li si onora. Poi, all’improvviso, li si definisce cattivi tiranni. Una trappola, un artificio retorico. La guerra umanitaria serve per nascondere logiche di potere, in Libia come in Iraq. Se l’obiettivo è quello di difendere la popolazione civile, perché non si interviene in Cecenia? Perché non si libera il popolo tibetano? Ci si muove, invece, dove c’è il petrolio, in territori geostratategigamente importanti per il controllo del petrolio. Se si analizzano i dati, le cosiddette guerre umanitarie colpiscono al 95% la popolazione civile. È evidente che la guerra umanitaria serve a nascondere altro. La rapidità con cui dalla famosa Risoluzione dell’Onu si è passati al bombardamento, fa impressione. Si è legittimato l’utilizzo della guerra quale strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Ci allontaniamo da uno dei principi fondamentali contenuti nella nostra Costituzione repubblicana, la quale recita che deve essere tentato ben altro. Se l’obiettivo fosse davvero quello di aiutare le popolazioni, il ruolo dell’Onu dovrebbe essere cambiato. Assistiamo ad una sua delegittimazione continua. Il tentativo del Brasile, che non ha un passato colonialista, non è stato nemmeno preso in considerazione. L’affermazione che ci sono dittature efferate, sanguinarie, ci dovrebbe mettere nella condizione di chiederci ‘Chi le ha armate? Chi le ha foraggiate in questi anni? Chi ha armato Gheddafi? Chi ha armato Saddam Hussein?” I proiettili che sparava Saddam Hussein erano stati forniti, anni prima, dagli Inglesi, dai Francesi, dagli stessi Italiani… Quando Saddam ammazzava i Curdi, non è intervenuto nessuno. È lo sguardo sul mondo che andrebbe cambiato: i dittatori non vanno armati. Disarmo, rifiuto di armare chi opprime i popoli: queste sono le soluzioni che incidono sulle origini e sulle radici dei conflitti. Le truppe di interposizione dell’Onu devono risultare determinanti nei territori in cui si verificano aggressioni contro civili innocenti.

Come interviene il sistema mediatico nella ‘gestione’ delle cosiddette guerre umanitarie?

Solo oggi sappiamo che la guerra in Iraq è stata una devastazione senza nome. Ha portato decine di migliaia di morti, di cui il 95% civili innocenti, donne e bambini. La gente dimentica quale sia stata la ragione dei bombardamenti. Una volta dissipati – e accade molto velocemente – i dubbi sulla guerra, dimenticate le migliaia di vittime uccise da armi all’uranio impoverito che continueranno a causare per decenni, nelle zone colpite, deformità e cancri nella popolazione, si rientrerà nel magma della routine mediatica. Le notizie si addensano al punto da impedirci di ricevere informazioni articolate. Veniamo immediatamente sommersi da altre notizie, nuovi tam tam di emergenza. Nel lungo periodo, la gente dimentica. Oggi c’è la Libia, nessuno pensa più all’Iraq ed all’enorme devastazione subita in questi anni di conflitto. Per una boccetta di antrace falsa (tutti sanno che era falsa, che non c’era), si è scatenata una guerra criminale. Solo recentemente Tony Blair ha dichiarato di aver mentito. Scatenare una guerra sulle menzogne è criminale, ma nessuno mai porterà Tony Blair all’Aja. Perché lui è dalla parte di quelli che decidono, di coloro che hanno in mano il potere. I danni delle guerre si vedono dopo, non prima. Se leggiamo i rapporti di Peace Reporters, veniamo a conoscenza di ciò di cui sto parlando. Bisogna uscire da questa logica primitiva la quale ritiene che la violenza contro tutti, compresi i civili e gli innocenti, possa poi produrre risultati. È necessario si attivino altre strategie politiche a livello sovranazionale, le quali non permettano ai tiranni di esistere e fare quello che vogliono. Si interviene contro i dittatori che diventano improvvisamente scomodi nemici, mentre li tenevamo buoni quando erano scomodi amici. L’oppressione dei popoli da parte di questi dittatori è continua e sistematica, poi si decide di intervenire in quel preciso posto. Guarda caso, proprio lì dove c’è un mare di petrolio. Solo per ragioni economiche e strategiche che fanno gioco alle grandi potenze. Ci sono emergenze umanitarie terrificanti sulle quali non si interviene, perché non è interessante, non è conveniente intervenire. Non esiste un progetto di governance internazionale non costruita su interessi economici ed effettivamente a favore delle popolazioni. Prevalgono sempre gli interessi dei grandi potentati economici. La guerra umanitaria è un instrumentum regni, uno strumento di dominio. Non entriamo neanche nei dettagli degli interessi dell’industria militare. Il mercato dell’industria militare arma i dittatori fino ai denti. C’è un’enorme contraddizione in tutto ciò: da un lato, la realpolitik che racconta di ossequi e salamelecchi al dittatore, Gheddafi, da parte del nostro Primo Ministro; dall’altro, un tempo minimo durante il quale si è deciso di bombardare e far parte di questa missione di guerra.

Una sua riflessione sulla posizione dell’Italia rispetto a quanto sta accadendo in Libia.

Berlusconi ha mostrato una simpatia spasmodica per Gheddafi. Ha permesso che venisse a rappresentare la sua pagliaccesca figura di dittatore, il tutto condito con grande piacere e baciamano. Non sapeva più cosa fare per mostrare la sua passione per il rais. Anche in passato Berlusconi non ha avuto il coraggio di intervenire per fermare la strage in Cecenia, pur di salvaguardare il suo rapporto di amicizia con Putin. L’Italia non ha una politica estera degna di questo nome. È sbeffeggiata ovunque. La considerazione a livello internazionale è ai minimi storici da sempre. La politica delle pacche sulle spalle, delle barzellette. Abbiamo una classe politica che non conosce nemmeno l’abc di quello che dovrebbe essere il contegno di una diplomazia seria, rigorosa. C’è un’alleanza poderosa, nel mondo, tra potenti, corrotti, mafie ed idioti. Ecco perché è così faticosa la Democrazia vera, così difficile da affermare nelle relazioni interne, nei Paesi e nel mondo.

Quanto l’utilizzo della rete può favorire il processo di democratizzazione? Mi riferisco ai recenti movimenti popolari in Egitto ed in Tunisia.

Internet possiede un potenziale altissimo quale strumento di trasformazione in chiave democratica. Basta osservare quanto accaduto in Nord Africa, in particolare in Egitto ed in Tunisia. Movimenti di popolo, di persone che, nonostante le precarie condizioni di vita, parlano l’Inglese, la lingua del global village, usano la rete e mettono in circolo idee, progetti per il proprio Paese, per un futuro migliore di Democrazia e partecipazione. Bisognerà vedere come reagiranno i potenti a tutto questo. Quando tutti accederanno alla rete, e le televisioni generaliste inizieranno a perdere la loro centralità perché la tecnologia diventerà sempre più alla portata di tutti, allora ci sarà una reale possibilità di scegliere, potranno essere realizzate televisioni sulla rete a costi bassissimi. Un villaggio globale, dunque, non orientato dalla parte dei potenti, ma visto dalla parte di più sfide, di chi subisce le devastazioni, le crisi provocate dagli speculatori. Un nuovo sistema mediatico che consentirà un’informazione vera, reale, coraggiosa, schietta, penetrante, accessibile a tutti e priva di censure.

Intervista di Ilaria Petrilli a Moni Ovadia
Attore teatrale, scrittore, cantante

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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