La cultura della riproduzione

Manuela Simoni

La ricerca dei biologi della riproduzione e degli embriologi, soprattutto la ricerca di base, ha consentito il raggiungimento di risultati di una rilevanza che va ben oltre il problema riproduttivo in sé.

Il rapporto sull’invecchiamento della popolazione in Europa pubblicato dalla Commissione Europea produce proiezioni demografiche dell’evoluzione della struttura delle popolazioni dei 27 Stati membri nei prossimi decenni. L’ultima versione del 2012 ci aiuta a comprendere come il continuo incremento della vita media, il tasso di fertilità basso ed i movimenti migratori costituiscano i fattori decisivi della composizione demografica di una popolazione. Prevedere l’evoluzione della composizione di una popolazione è fondamentale per impostare politiche lungimiranti e sostenibili in materia di welfare, nonché per impostare strategie di sviluppo. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la Medicina della Riproduzione?

Una popolazione si mantiene in equilibrio ad un tasso di fertilità di 2,1 bambini per ogni donna. Attualmente, in EU, il tasso di fertilità è attestato ad 1,57, con previsione di un leggero aumento ad 1,68 nel 2060. Per converso, l’aspettativa di vita aumenterà ad 84,6 anni per gli uomini ed 89,1 per le donne, mentre l’immigrazione diminuirà di circa il 30%. L’Europa invecchia e la sostenibilità del suo intero sistema sociale è a rischio. In Italia, già ora le persone economicamente dipendenti dal sistema sociale, cioè in età non-lavorativa (inferiore a 15 anni e superiore a 65), sono oltre il 60% di quelle in età lavorativa. Questo tasso aumenterà ad oltre il 90% nel 2060.

Tra i molti motivi che hanno portato alla riduzione del tasso di fertilità, uno non viene mai preso in considerazione adeguatamente: l’insufficiente o mancata considerazione della biologia e fisiologia della riproduzione all’interno delle coppie fa posporre la data della gravidanza fino al confine con il limite naturale della fertilità (la menopausa) se non oltre. In realtà, mentre l’uomo mantiene la propria capacità riproduttiva fisiologica inalterata anche in tarda età, la fertilità della donna declina progressivamente nel corso della vita fertile, mentre aumenta il tasso di abortività spontanea. Se una donna studia, non raggiunge una situazione stabile prima dei 30-35 anni, età in cui la probabilità di una gravidanza è già diminuita del 30-40% rispetto alla seconda decade di vita. Dai 35 ai 40 anni, il tasso di fertilità dimezza ulteriormente (dal 35% si passa a solo il 17% di donne che riescono ad ottenere una gravidanza), mentre l’abortività spontanea aumenta (dal 22% al 50% di aborti spontanei). Per una donna, decidere di avere il primo figlio dopo i 35 anni di età è ormai la norma. Ci si prova per un po’, ma la gravidanza non arriva. Ci si rivolge, quindi, ad un centro di fertilizzazione assistita e ci si mette in fila. Intanto passano altri mesi e c’è un investimento cospicuo, emotivo ed economico, da parte della coppia per ottenere dei risultati, tutto sommato, poco soddisfacenti: la maggior parte delle coppie che arrivano alla fertilizzazione assistita non raggiunge lo scopo, spesso perché il problema non è solo anagrafico, ma esiste una patologia di base che causa l’infertilità non scoperta prima. Alcune coppie rinunciano, ma molti non mollano, migrando da un centro all’altro e praticando un turismo riproduttivo verso altri Paesi con una legislazione diversa, che offrano, ad esempio, la possibilità della ovodonazione o della diagnosi genetica pre-impianto per selezionare gli embrioni migliori. Gli aspetti etici e legali di tutto ciò sono trattati in modo molto diverso nei diversi Paesi UE, ennesimo esempio, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto l’Europa sia lontana da una reale armonizzazione e vera unità. In tutto ciò, molti lucrano.

La sterilità non è una malattia mortale per l’individuo, ma lo è potenzialmente per la specie. La diminuzione del tasso di fertilità della popolazione, che contribuisce già ora all’impoverimento generale dei cittadini europei, non è un problema medico, ma squisitamente politico. L’infertilità dell’individuo scoperta troppo tardi, invece, costituisce un problema medico ignorato, perché non percepito come tale. In una società tutta protesa ad estendere la durata della vita all’infinito, le priorità della ricerca medica e di base sono “ovviamente” altre: il cancro, le malattie cardiovascolari e neurologiche, le malattie metaboliche. Persino l’obesità, condizione dovuta essenzialmente alla disponibilità illimitata di cibo, è percepita come un problema medico meritevole di ricerca. Dell’infertilità, invece, sembra non importare a nessuno, tranne che alle persone colpite, le quali ne soffrono in segreto e nell’intimità. Le fondazioni e le associazioni dedicate alla ricerca sul cancro fioriscono perché fanno leva sulla sensibilità per una malattia che toglie la vita. Esse nascono spesso per ricordare una persona che ne ha sofferto, oppure sono fondate o finanziate da un paziente guarito e si avvantaggiano della generosità della gente, particolarmente sensibile al problema soprattutto se ne hanno avuto un caso in famiglia. L’uomo, o la donna, sterile, al contrario, non ama far sapere della propria incapacità di procreare e, ancorché facoltoso, non si prodiga nello sforzo economico e mediatico necessario per finanziare la ricerca sulla riproduzione. E qui il paradosso è ancora più grande perché la coppia infertile investe notevolissime risorse economiche di tasca propria per risolvere il proprio problema, mentre non deve sopportare, se non in piccola parte, i costi dell’assistenza per altri problemi medici. La società che investe così tanto nell’evitare la fine della vita non percepisce la ricerca sull’inizio della vita come altrettanto essenziale.

Eppure, la ricerca dei biologi della riproduzione e degli embriologi, soprattutto la ricerca di base, ha consentito il raggiungimento di risultati di una rilevanza che va ben oltre il problema riproduttivo in sé. Senza queste ricerche non ci sarebbero cellule staminali e medicina rigenerativa, né si comprenderebbero i meccanismi della proliferazione cellulare o gli effetti degli agenti che modificano permanentemente i caratteri delle generazioni successive. Tutta la medicina clinica sarebbe più povera. Lo studio della biologia dei gameti, del controllo endocrino della gametogenesi, degli effetti degli agenti esterni sui gameti (e, quindi, sulla prole) e delle cause dell’infertilità sono fondamentali non solo in ambito riproduttivo, ma per l’intero sapere medico. Che fare?
Anche in questo campo della medicina sono essenziali ricerca e prevenzione. Entrambe sono possibili solo se si crea una cultura della riproduzione a tutti i livelli: individuale, sociale, politica e professionale. La cultura della riproduzione passa attraverso l’informazione e l’educazione nelle scuole, la sensibilizzazione degli operatori sanitari rispetto ai problemi legati alla fertilità ed alla sessualità, il rafforzamento del ruolo dell’andrologia (in questo campo della medicina è il sesso maschile quello più maltrattato ed ignorato) e la creazione della corretta percezione che i problemi della sfera riproduttiva costituiscono materia medica e non qualcosa di cui vergognarsi. La prevenzione deve iniziare dai giovani adulti, soprattutto i ragazzi, anche con una semplice visita medica: gli organi genitali maschili, sicuramente le parti del corpo più citati (a sproposito) nel parlare quotidiano, sembrano non esistere nella realtà e vengono ignorati anche dai medici. In questo senso, iniziative di divulgazione e prevenzione quali “Amico Andrologo” (www.amicoandrologo.it) e “Androlife” (www.androlife.it), rivolte ai giovani maschi, sono fondamentali. Riconoscendo la rilevanza sociale dell’andrologia per il Sistema Salute del nostro Paese, il Ministero della Salute ha recentemente dedicato un numero monografico dei suoi “Quaderni” a questa disciplina, con il Quaderno nr. 13 “Criteri di appropriatezza strutturale, tecnologica e clinica nella prevenzione, diagnosi e cura delle patologie andrologiche” (http://www.quadernidellasalute.it/archivio-quaderni/13-gennaio-febbraio-2012.php).

È necessario, poi, che la ricerca nel campo della medicina della riproduzione sia libera e, soprattutto, rafforzata nell’ambito delle istituzioni pubbliche a ciò deputate. Il mancato riconoscimento della rilevanza politica e medica della ricerca sull’infertilità confina il problema in ambito privato con finalità governate, a volte addirittura indotte, dai detentori d’interesse, provocando spreco di risorse e false speranze per i pazienti. Altri Paesi europei stanno iniziando a realizzarne l’importanza ed hanno avviato programmi finalizzati specifici in questo campo. Se, come si spera, gli investimenti in ricerca e tecnologia troveranno la necessaria attenzione anche in Italia, la medicina e la biologia della riproduzione dovranno essere adeguatamente considerate.

Manuela Simoni
Professore Ordinario di Endocrinologia – Dipartimento di Medicina, Endocrinologia,
Metabolismo e Geriatria, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Modenarr

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