Trash Art: l’arte che crea bellezza

“Un paio di calzini non sono meno adatti a fare un dipinto, di legno, chiodi, trementina, olio e stoffa”. (Robert Rauschenberg)

Questa mostra non vuole porre l’accento solo sull’arte del recupero di oggetti quotidiani che ormai sarebbero destinati alla discarica, ma dimostra che attraverso il recupero stesso di oggetti quotidiani o la rielaborazione di intagli di scarto provenienti dalle proprie opere d’arte si possono ottenere nuove creazioni che vivono di una nuova luce, riprendendo così una personale dignità e diventando opere d’arte di altissima fattura. La mostra vede esposte circa cinquanta opere che comunicano in maniera armonica tra loro, una galleria di diversi punti di vista, elaborati attraverso una personale sensibilità e che toccano, attraverso un linguaggio scientifico dell’arte, temi vibranti della nostra attualità.

Quattro artisti che lavorano con precisione, curano il dettaglio e denunciano attraverso la loro cifra espressiva un massacro ambientale che dovrebbe essere sempre al centro dell’attenzione dei media. Il mondo deve essere salvato e solo denunciando abbiamo la speranza di lasciare un’eredità valevole per le future generazioni, alle quali oltre che insegnare il rispetto verso ciò che le circonda, dobbiamo insegnare a mantenere alta la guardia per tutelare il mondo.

In realtà a voler ben vedere, nell’esperienza della trash art non c’è nulla di nuovo se pensiamo che, nella storia dell’arte, l’esperienza del riciclo risale già al tempo dei Dadaisti e arriva a tante manifestazioni d’arte contemporanea attraverso le deviazioni pop e nouveauréaliste capitanate da Duchamp con il Ready Made, e successivamente da Andy Warhol con la pop art, o attraverso l’Arte Oggettuale di Piero Manzoni. Lo hanno fatto i futuristi, lo ha fatto Picasso. È stata una esperienza in cui ognuno si è voluto cimentare. Pablo Picasso e Georges Braque, per primi, utilizzano il collage per distaccarsi da quella che era la tipica modalità della pittura e della scultura. Sulla tela compaiono materiali di varia natura quali carta da parati, a imitazione di marmo o legno, carta da spartiti, carte da gioco, etichette, che vengono uniti tra loro e sulla tela, donandole volume e movimento.

Fare arte in questo nuovo modo dunque non significa più solo saper usare le tecniche, ma anche scegliere di usare e conferire importanza e contenuto a materiali poveri, addirittura di scarto, che hanno di per sè stessi un significato. Tutto questo nasce negli stessi anni in cui nasce la psicanalisi: l’oggetto rifiutato assume un valore simbolico sempre più forte. Da non dimenticare anche il riferimento concettuale alla Pop Art rimandatoci dalle opere dell’artista Fabio Ferrone Viola in cui è viva la denuncia sociale incentrata sull’ambiente.

La Trash Art utilizza non tanto il contenuto delle pattumiere quanto gli scarti industriali e interessa trasversalmente molti movimenti artistici, evidenziando che ovunque, anche negli scarti, si può trovare una forma del bello estetico in grado di contrapporsi alle definizioni culturali ufficiali, e di imporsi grazie alla forza espressiva derivata dall’impatto emotivo che hanno sul normale osservatore, anche con l’aberrazione e la distorsione, la bruttezza e l’orrore.

L’opera d’arte non è più un progetto ben definito e impostato, realizzato con i materiali aulici della tradizione ma si contamina con il quotidiano. Il Trash trae spunto dalla cultura consumista che attanaglia la nostra quotidianità, che ci porta a sprecare e a buttare, a sostituire continuamente. In questa corrente dunque tutto può essere riutilizzato e riemesso nel circolo produttivo e vitale, secondo una concezione del tempo e del consumo, che finisce per non avere un inizio e una fine, ma attua un continuo processo di alimentazione.

Come dice Giulio Feroni, docente di Letteratura Italiana all’Università La Sapienza di Roma: “In assenza di valori forti, non rimane che mettere in mostra la volgarità del quotidiano: in questa frase può essere riassunto il “Trash” come fenomeno culturale”.

Allargando poi il concetto al pensiero comune che vede il mondo sommerso da una quantità enorme di rifiuti, la Trash art diviene spia di comportamenti sociali inauditi ed irrispettosi nei confronti dell’ambiente, sollevando il problema dell’inquinamento. L’interesse per il “rifiuto” cambia a seconda del contesto in cui un’opera viene creata. Per questo motivo si dà particolare rilievo al pensiero degli artisti stessi, in quanto lo si ritiene essenziale per comprendere meglio le ragioni di tale utilizzo. Gli scarti prodotti dalla vita moderna hanno corpo, peso, memoria, nonostante l’idea diffusa che una volta terminato l’uso, oggetti e alimenti semplicemente cessino di avere volume specifico all’interno dell’ecosistema. In questo caso la corrente artistica diventa e si pone come linguaggio di denuncia di un sistema evolutivo che deve essere cambiato. Niente è assolutamente bello o brutto: dipende solo da come lo si guarda. La cultura Trash è priva di regole, è improvvisazione del momento, in base anche ai prodotti che l’artista recupera, cerca e che va ad installare nelle sue non composizioni; è ricerca del bello, dell’equilibrio di forme e colori, è inventiva creatività allo stato puro, è ricerca dell’incastro e del proprio intrinseco messaggio che sovente viene “espulso” da un qualsiasi intimo pulsare.

Raffaella Ferrari

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