Il potere della mente sulle menti

Valeria Vilardo

Spiati dai satelliti, filmati dalle telecamere, sorvegliati su internet ed incollati alle TV. Dov’è finita la privacy nel 2012? Esiste ancora un barlume di intimità in un mondo dai riflettori accesi 24 ore su 24?

Nel tardo XVIII secolo, il filosofo inglese Jeremy Bentham progettò il Panopticon. Si trattava di un edificio istituzionale a forma circolare, dotato di una “inspection house” posta al centro, una sorta di torre. Da essa, i capi dell’istituzione potevano sorvegliare tutti gli internati senza che questi riuscissero a capire se venivano controllati o meno. In questo modo, nel dubbio, essi agivano secondo le ferree regole dell’istituzione stessa. Bentham descrisse il Panopticon come “un nuovo modo di ottenere il potere della mente sulle menti”. Concepì un carcere modello – secondo lui – molto più economico e funzionale della deportazione dei condannati in lontane isole coloniali. Un solo guardiano, collocato nella torre centrale, poteva controllare i detenuti in tutte le celle. Queste erano edificate in cerchio, con la porta nella parte interna ed una finestra sulla parete esterna dalla quale filtrava la luce. I detenuti non potevano vedere gli altri carcerati, né – grazie ad un ingegnoso gioco di luce e controluce – il guardiano, il quale possedeva, invece, una completa vista sulla loro vita all’interno delle celle ed anche sull’attività dei secondini suoi sottoposti. I prigionieri non sapevano mai se il guardiano li stava osservando o meno. Da qui il nome “Panopticon”, colui che può vedere tutto.
Il progetto di Bentham è stato ripreso e riportato all’attualità dal libro di Michel Foucault “Sorvegliare e punire”, 1975, dedicato alle istituzioni carcerarie. La visibilità (che assicura il funzionamento del potere), la sorveglianza (che diventa prevenzione perché evita il ripetersi della colpa), la punizione (che assicura la modifica del comportamento che a suo tempo generò la colpa) costituiscono forme del potere moderno. Ogni superiore spia i suoi sottoposti ed è a sua volta spiato ed osservato all’interno di istituzioni che tendono sempre più ad essere totalizzanti, chiuse, disciplinari. Il Panopticon diventa una metafora della modernità. La visione panottica è differenziale, asimmetrica: uno solo vede tutto e tutti gli altri non vedono niente. Per questo si presta perfettamente ad esemplificare il controllo sociale. Il Panopticon viene però spesso evocato anche in una delle più serrate critiche alla società attuale: quella che la accusa di essere, sotto una patina di Democrazia formale, una società del controllo che osserva continuamente – accampando motivazioni di “sicurezza”, “lotta al terrorismo” e simili – la vita dei comuni cittadini, utilizzando forme tecnologiche meno evidenti e rozze di quelle usate dai totalitarismi degli anni ‘30. Di questa attività di controllo si presentano generalmente due varianti, tra loro, peraltro, connesse: la prima mostra un carattere primariamente visivo e si materializza nell’enorme diffusione di telecamere di sorveglianza poste a presidio di spazi pubblici e privati e di satelliti in grado di localizzare qualunque punto della Terra; la seconda è legata, invece, alla presenza di grandi quantità di banche dati, raccolte per gli scopi più vari (anagrafe, conti correnti bancari, carte di credito, navigazione in Internet). Opportunamente incrociate, queste sono in grado di ricostruire anche gli aspetti più nascosti della vita dell’individuo se non interviene una valida tutela della privatezza, della “privacy”. Nella prima, il punto centrale è la visibilità, premessa del riconoscimento; nella seconda, invece, è la tracciabilità, la ricostruzione dei nostri percorsi telematici. Notiamo, per inciso, che la videosorveglianza confina ormai con la televisione e con YouTube ed ha fornito amplissimo materiale a trasmissioni televisive ed a film.
Un’applicazione tecnologica del Panopticon è la televisione bidirezionale di “1984”, di George Orwell (nome d’arte di Eric Blair), il più famoso romanzo distopico del ‘900. Ambientato nell’anno indicato dal titolo, immagina che il mondo sia diviso, dopo una lunga guerra nucleare, in tre grandi Stati, continuamente in lotta fra loro. Londra fa parte dell’Oceania: è una città incessantemente colpita dalle bombe, semidistrutta, in miseria. L’Oceania non conosce più la Democrazia ed è retta da una spietata dittatura di tipo socialista, il cui leader distante, il Grande Fratello, appare ossessivamente in grandi cartelloni, mentre le sue affermazioni sono riprodotte ovunque. Nella società descritta da Orwell, ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo dall’autorità. Lo slogan “Il Grande Fratello vi guarda” ricorda continuamente agli abitanti che il Grande Fratello si situa al vertice della piramide gerarchica (tratto da Mediastudies, Università degli Studi Roma Tre).
Fantasia o realtà? Questo è più o meno ciò che sta accadendo nel mondo, a causa di una sempre più intrusiva sorveglianza dei cittadini da parte dei Governi, delle multinazionali del potere e delle istituzioni, attraverso un sistema che coinvolge i cittadini stessi nel raccogliere dati ed informazioni sulla popolazione. Va menzionato, a tale riguardo, il film The Truman Show, nota pellicola diretta nel 1998 da Peter Weir ed interpretata da Jim Carrey (premiato con un Golden Globe). Questo film affronta un tema già trattato nel famoso “Vanilla Sky”, considerando come mondo fittizio una realtà creata ad hoc intorno ad un solo essere umano allo scopo di allestire un grandissimo show televisivo. Si tratta di un’estremizzazione del reality show, del grande fratello. Truman Burbank (Jim Carrey) vive su un’isola e conduce un’esistenza normalissima. Ha una grande paura del mare, cosa che gli impedisce di andarsene. Ma, ad un certo punto, accadono avvenimenti insoliti che lo porteranno a scoprire l’atroce verità: tutta la sua vita, fin dalla nascita, è stata seguita da un complesso sistema di telecamere che hanno mostrato al mondo, in diretta, ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette, ogni momento della sua esistenza, da quando ha mosso i primi passi ai suoi primi baci, dalle gioie alle sofferenze, senza alcuna censura. The Truman Show mostra una prospettiva davvero inquietante sul controllo delle vite e delle menti: c’è l’inganno e la riduzione in schiavitù di un individuo al servizio dello spettacolo.
Una prospettiva così estrema non è poi tanto lontana dalla realtà. Basta riflettere sulla spettacolarizzazione che contraddistingue la nostra contemporaneità: tutto ciò che può trasformarsi in share viene filmato e trasmesso, senza alcun pudore o rispetto per le persone. Vengono intervistati padri che hanno appena perso un figlio, con primi piani sugli occhi gonfi di lacrime. Le televisioni offrono continuamente immagini dell’orrore, corpi sanguinanti macerati e straziati da bombe, pistole. Violenza trasmessa in un circolo che riproduce violenza. La sofferenza diventa merce e tanto più questa sofferenza è spettacolare, meglio è. In Italia si potrebbe affermare che questo processo di spettacolarizzazione delle tragedie umane abbia avuto inizio nel giugno del 1981, quando il caso di Alfredino Rampi, precipitato in un pozzo artesiano largo appena 30 centimetri, fruì di una copertura mediatica senza precedenti. Questo caso si può considerare il primo ed involontario reality della storia televisiva italiana: un Big Brother che risponde alla fame di informazione, alla bulimia giornalistica ed alla ricerca del macabro, dello scabroso, che caratterizza il peggiore giornalismo sensazionalista di oggi.

Valeria Vilardo
Giornalista Freelance

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Massimiliano Fanni Canelles

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