Una questione di soldi

Pierluigi Contucci

Il nostro Paese non detiene solo il primato di spesa nazionale totale nei giochi ed il primato di spesa media pro-capite, ma anche quello dello sforzo economico verso il gioco d’azzardo: ogni 100 euro guadagnati, un Italiano ne sacrifica in media 6 alla dea della fortuna.

– Quanto spendiamo in gioco d’azzardo in confronto ad altri Paesi?
– C’è una correlazione tra quella spesa e la cultura scientifica?
– Quanto rende il gioco d’azzardo allo Stato italiano?

Le tre questioni appena poste sono di difficoltà crescente. Proveremo a rispondere alle prime due. Sulla terza proporremo diverse riflessioni conclusive, dato che, più di possedere una risposta, rivolgeremmo molte domande. Una di esse sta a monte delle altre: siamo sicuri che lo Stato italiano ci guadagni col gioco d’azzardo?

Andiamo per ordine. È un fatto noto che i modi in cui spendiamo le nostre risorse finanziarie rispecchino non solo i nostri tratti psicologici, ma anche la nostra cultura. Merita attenzione, al proposito, la spesa del nostro Paese nel gioco d’azzardo: 79,8 miliardi di euro nel 2011. Le proiezioni prevedono, inoltre, il raggiungimento dei 100 miliardi nel 2012. Più che la spesa complessiva è però significativo lo sforzo economico prodotto da un Paese per giocare. Osservare, infatti, che un Italiano spende più di un Giapponese in gioco d’azzardo è già interessante, ma sapere che il reddito di un Giapponese è di molto superiore a quello di un Italiano rende la notizia preoccupante. Per maturare quindi un’idea della “vera” spesa individuale, conviene misurare ciò che viene definito lo “sforzo economico”, la percentuale del proprio reddito giocata.

Una percentuale dell’1%, ad esempio, significa che ogni 100 euro guadagnati se ne spende 1 in gioco. I dati che abbiamo raccolto riguardano il 2009 e, da allora, la situazione si è ulteriormente aggravata. Il nostro Paese non detiene solo il primato di spesa nazionale totale nei giochi ed il primato di spesa media pro-capite, ma anche quello dello sforzo economico verso il gioco d’azzardo: ogni 100 euro guadagnati, un Italiano ne sacrifica in media 6 alla dea della fortuna. Un Americano, un Bulgaro, un Norvegese, ne spendono circa 1 su 100, un Tedesco solo 50 centesimi. Misurare la cultura scientifica di una Nazione non è un’operazione ovvia. Esistono tuttavia degli osservatori internazionali, tra cui l’OCSE, che si sono occupati di misurare il grado di conoscenza scientifica utilizzando test opportuni. Essi sono in grado di rilevare, tra l’altro, quanto la popolazione sia a suo agio quando deve utilizzare un qualche strumento di valutazione quantitativa numerica (nel mondo anglosassone, questa capacità è chiamata “numerical litteracy”) quanto, cioè, siano robuste le sue nozioni scientifiche di base. Da queste indagini risulta, in opportuna scala, che il Belpaese rientra nella media per quanto riguarda la cultura scientifico-matematica, insieme a Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, Svezia, ecc.

Al fine di comprendere se esista una correlazione tra percentuale di reddito spesa nel gioco d’azzardo e cultura scientifica, è utile includere in un grafico i due dati raccolti, Paese per Paese. Il risultato è mostrato nella figura che riportiamo. Su di essa abbiamo posto in evidenza una banda che raccoglie la totalità dei Paesi studiati, a parte tre casi. Essa mostra con chiarezza che, entro un errore del 2% rappresentato dallo spessore verticale della banda, la spesa in gioco d’azzardo decresce con l’aumentare della cultura scientifica: tutti subiscono la tentazione del gioco d’azzardo, ma il pensiero razionale fa capire subito che quel sogno costa troppo, che a vincere è sempre il banco, che è più conveniente sognare nel modo tradizionale.

Alcuni Stati, tuttavia, si pongono al di fuori dalla banda suddetta: Bulgaria, Italia e Stati Uniti. Risulta interessante cogliere quali siano gli altri fattori significativi, oltre alla cultura scientifica. La Bulgaria, posizionata molto al di sotto della banda, possiede una cultura scientifica inferiore alla media europea, con una spesa percentuale in azzardo di un punto. Una rapida indagine sul sistema di gioco di quella Nazione rivela che non si era ancora sviluppata una rete informatica capillare per il gioco. Un simile ostacolo rende inaccessibile il gioco e ne rallenta la velocità, contenendo la spesa totale. L’Italia, al contrario, posizionata nettamente al di sopra della banda, ha informatizzato il gioco ormai da anni e, fatto ancora più rilevante, non è stato istaurato nessun limite o vincolo riguardo ad esso. Anzi, il gioco d’azzardo, storicamente proibito, o quasi, in ogni società antica ed in ogni tradizione, è da noi oggi santificato da una pubblicità martellante ed onnipresente.

Il Governo italiano, a causa della sete di liquidità comune a tutti gli Stati colpiti dalla crisi economica, ulteriormente aggravata dalla storica e motivata refrattarietà della popolazione alla tassazione, ha favorito quella che il matematico De Finetti chiamava la “tassa sulla stupidità”. Gli Stati Uniti, infine, risultati al di sotto della banda di correlazione, giocano poco perché il Governo conosce bene i rischi e l’intrinseca dannosità dell’azzardo. In particolare, vi sono limiti sia per la pubblicità su di esso e, cosa ancora più importante, la parte delle somme giocate che pervengono allo Stato (oltre il 50%) viene integralmente investita a favore della cultura scientifica. Ma veniamo alla terza e più importante questione: lo Stato italiano perde o guadagna col gioco d’azzardo? Il computo non è immediato, ma coloro i quali sostengono che la risposta sia “ci guadagna” dovrebbero spiegare il perché a tutti gli altri. In particolare, dovrebbero spiegare perché il contribuente medio italiano versa allo Stato circa un terzo dei suoi guadagni lordi mentre il giro d’affari che ruota attorno all’azzardo contribuisce all’erario con una percentuale di recente scesa sotto il 14% (elaborazione da dati pubblici eseguita dal CONAGGA). In altri termini, nell’ultimo anno mancano alla conta una decina di miliardi di euro.

Tutto ciò senza contare i danni economici indiretti, quali le risorse sottratte ad altri settori che contribuiscono più del doppio all’erario e possiedono un consolidato effetto di amplificazione in scienza e tecnologia, cultura e tradizione (si veda l’editoriale di Giovanna Morelli su “Economia dei Servizi”, Il Mulino). Senza contare, infine, una moltitudine di altri danni indiretti, quali la diseducazione della Nazione perpetrata impunemente nell’inseguimento del sogno della ricchezza attraverso la fortuna, invece che col sano desiderio di benessere attraverso il lavoro su cui la nostra Repubblica è fondata, i danni causati dalle patologie più o meno gravi da gioco, la rovina di famiglie ed aziende, le connessioni tra gioco d’azzardo ed ambienti illegali di cui si sono occupati i mezzi di informazione (si veda anche il trattato “Ma a che gioco giochiamo”, A Mente Libera). Politiche proibizioniste sono oggi improponibili, ma una legislazione meno permissiva verso l’azzardo sta diventando una necessità sempre più urgente, insieme ad una campagna di prevenzione che può fondarsi solo su un consolidamento della cultura scientifica.

Pierluigi Contucci
Professore straordinario di Fisica Matematica – Università Alma Mater Studiorum di Bologna

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