C’era una volta il manicomio…

In Italia è stata cancellata una vergogna della società. “Bisogna conoscere il passato per organizzare il futuro” (Ken Loach). Non dimenticare la storia è necessario, oggi più che mai, per non compiere passi indietro sul terreno stesso della Democrazia.

Da noi, le storie della psichiatria iniziano così, come le favole. Quel luogo, appareil de force della “scienza” psichiatrica, dove era confinata la follia, parte della vita e di noi, divenuto oggetto del sapere psichiatrico, svuotato e negato nel suo valore di linguaggio e mezzo di conoscenza, dal 2000 non c’è più. Dopo anni e anni di esperienze pratiche, iniziate nel 1961 nel manicomio di Gorizia dall’equipe diretta dallo psichiatra Franco Basaglia, gli spazi che occultavano alla vista dei cosiddetti normali i cosiddetti matti sono ormai desertificati e riciclati. In Italia è stata così cancellata una vergogna della società. “Bisogna conoscere il passato per organizzare il futuro” (Ken Loach). Non dimenticare la storia è necessario, oggi più che mai, per non compiere passi indietro sul terreno stesso della Democrazia. Se è successo una volta, può succedere ancora, diceva Primo Levi. Risulta, quindi, importante sapere quando e come è nato il manicomio. Non è sempre esistito, come, invece, è sempre esistita la follia. I primi sorsero all’inizio dell’800, in contemporanea alla nascita dell’era industriale ed alle prime interpretazioni “scientifiche” della follia. Risulta altresì importante sapere com’era e come vi si viveva, anche se non riteniamo “vivere” verbo adeguato a descrivere la sua quotidianità. Entrandovi con atto giuridico che dichiarava di essere “pericolosi e di pubblico scandalo”, si perdeva, di fatto, lo status di persona, la cittadinanza sociale. Si era interdetti civilmente, non ci si poteva sposare, fare testamento, votare. Si era iscritti, come i peggiori criminali, al casellario giudiziale, non responsabili penalmente e sempre a rischio di controllo di polizia. Si poteva essere bloccati fisicamente, legati come salami nei letti di contenzione. Stare male di testa era un reato mai commesso, latente, comunque una colpa da espiare.

Come nei lager. “Tutto ivi è possibile” (Hanna Arendt). Proponiamo una narrazione, naturalmente incompleta, ma significativa, che fornisce un’idea di questa grande conquista di civiltà: di Franca Ongaro Basaglia, “Manicomio perché?”, riedito dal Centro Franco Basaglia dopo una prima edizione Emme, Milano, 1982. Interessanti anche alcuni ordini di servizio impartiti agli infermieri al manicomio di Arezzo, “incredibili” nella loro assurdità, taluni anche decisamente grotteschi. Vi si rivelano le contraddizioni caratteristiche del manicomio. La principale: l’asserita terapeutica e l’effettiva funzione custodialistica per cui il malato, prima che malato, è un essere pericoloso da vigilare, risocializzare. Ma viene tenuto rigidamente isolato dal mondo esterno: non può ascoltare la radio, leggere il giornale o avere qualunque contatto con i suoi stessi familiari. Si dice di volergli ricostruire un’identità, ma poi lo si violenta anche nei suoi spazi più intimi e privati. Questi infermieri, queste persone, li abbiamo poi conosciuti, e parlare di loro è “parlare di noi stessi, fare i conti con qualche emozione profonda, complicità, sentimenti delicati, vissuti laceranti, verità nude. La storia come scoperta di sé, viaggio, riscrittura del passato, dimensione affettiva che il tempo non ha tradito. Ogni storia è la nostra storia…”.(Paolo Tranchina e Maria Pia Teodori). Gli ordini di servizio rendono giustizia alla categoria degli infermieri psichiatrici, molto spesso ritenuti eccessivamente responsabili di “brutalità, di corporativismo, di rigidità, di conservatorismo, di omertà…” (G. Guelfi, F. Oneto, P. Pesce) mentre è l’organizzazione manicomiale la vera responsabile di tutti gli orrori che vi si perpetravano all’interno. Tutti (anche gli psichiatri?), pazienti e infermieri, erano vittime quasi inconsapevoli, messi l’un contro l’altro armati in una lotta per la sopravvivenza da cui nessuno usciva indenne.

Una vera e propria giungla. La violenza del manicomio era grossolana e manifesta, ma anche subdola e sottile. Nel ‘61 Basaglia assume la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Intuisce che non può esserci cura se si è in una gabbia, simbolica e reale. Bisogna eliminare ogni violenza e restituire alle persone i diritti “scippati”: sono i primi vagiti del Gran Rifiuto che trasformerà l’assistenza psichiatrica e non solo. Intorno a lui si raccoglie un gruppo di lavoro che diventa ben presto riferimento e “attore” di un profondo rinnovamento dell’assistenza psichiatrica. Basaglia ha subito chiaro in mente che non potrà mai esserci un ospedale psichiatrico come luogo di cura. Con la sua equipe, nel ’64, a Londra, nel corso di un importante congresso scientifico, presenta “The destruction of the mental hospitals, a place of institutionalisation”. Basaglia afferma in modo irreversibile il diritto ad essere curati senza essere rinchiusi. Quello che dice a Londra, davvero una scoperta copernicana, è ancora attualissimo e fa giustizia di riedizioni di pratiche psichiatriche centrate ancora sull’ospedale, tornate purtroppo di moda anche in Italia. In quel decennio sorgono altre esperienze di rinnovamento psichiatrico. Gorizia è il primo nucleo generatore in cui è sempre al centro l’impegno teorico e pratico contro l’ospedale psichiatrico. Ad essa si affiancheranno, via via, Perugia, Torino, Nocera, Parma, Reggio Emilia, Trieste, Arezzo, Reggio Calabria, Salerno.

Tutti questi momenti di critica al manicomio si inseriscono nel più ampio movimento di lotte iniziato nel 1968, che proseguirà nelle grandi lotte operaie del ‘69-’70. Nascono i primi contatti con le organizzazioni sindacali, essenzialmente la CGIL, con operatori democratici della salute, uno per tutti A.G. Maccacaro, un vero scienziato, e con uomini di legge democratici. Tutti si riconoscono nelle lotte di Franco, tutti “vogliono ostinatamente la luna”. Vengono fondate Medicina Democratica e Magistratura Democratica. La loro vicenda sarà parallela, giocata sul crinale della trasformazione dei sistemi istituzionali in senso egualitario. Cambiare sanità, psichiatria e giustizia comincia ad essere considerata una possibilità reale, non una vuota utopia. Scriverà Livio Pepino, storico magistrato, ricordando Giuseppe Borrè: “Perché sono entrato in Magistratura Democratica? La risposta sta nello stretto e indissolubile intreccio di due ragioni complementari. Da un lato il rifiuto del conformismo, come gerarchia, come logica di carriera, come giurisprudenza imposta dall’alto, in una parola come passività culturale; dall’altro il sentirsi dalla parte dei soggetti sottoprotetti, e sentirsi “da questa parte” come giuristi, con le risorse e gli strumenti propri dei giuristi”. Viene fondata la rivista “Fogli di informazione”, diretta da Agostino Pirella e Paolo Tranchina. Dapprima saranno fogli ciclostilati, da cui si ricavano 13 “mitici” fascicoli. Anticiperanno quella che poi, in una veste tipografica ufficiale, sarà la vera e propria rivista che, giunta a tutt’oggi a 220 numeri, accompagnerà tutto il movimento. Nel 1973 il gruppo degli psichiatri “goriziani” costituisce l’associazione di Psichiatria Democratica e organizza, nel giugno del ’74, a Gorizia, il primo Convegno Nazionale.

Luigi Attenasio
Presidente di Psichiatria Democratica. Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma C.
Angelo Di Gennaro
Psicologo del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma C.

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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