Delinquente o vittima?

Le regole della morale alle quali tutti noi ci riferiamo vengono interiorizzate nell’infanzia e nell’adolescenza grazie ai processi di socializzazione e di educazione svolti dalle istituzioni e dalla famiglia. Il rispetto di queste norme permette la salvaguardia dei valori umani e dei desideri corrispondenti all’aspettativa sociale, ma anche sostiene l’ordine, i diritti e i doveri nel luogo e nel contesto sociale e storico di riferimento. Gli atti ed i comportamenti che violano le norme di una collettività rientrano nella definizione sociologica di “devianza” e i gruppi che se ne rendono responsabili vanno sempre incontro a sanzioni previste dal proprio sistema giudiziario. L’attuale fragilità dell’infanzia, ma soprattutto dell’adolescenza, favorita da una società opulenta e povera di valori che ha smarrito il senso dei legami familiari, favorisce spesso comportamenti devianti se non addirittura francamente criminali. Dalla semplice inadempienza scolastica si passa all’uso di alcool e sostanze stupefacenti per poi arrivare al furto, alla prostituzione e allo spaccio di droga per poi diventare protagonisti di rapine, estorsioni, e omicidi. Viene quindi spontaneo domandarsi se l’adolescente deviante debba essere considerato un delinquente comune, oppure un soggetto bisognoso di aiuto perché vittima del reato compiuto, ma soprattutto è necessario stabilire se la nostra aspettativa istituzionale richieda prima di tutto la difesa della società o l’interesse di un minore considerato vittima. Proprio per questo il modello “correzionale” caratterizzato dalla reclusione dei minorenni in istituti viene gradualmente sostituito da interventi di prevenzione e risocializzazione come il perdono giudiziale, il collocamento in comunità e la messa alla prova. Tuttavia è necessario interrogarsi sia sui limiti che questi provvedimenti incontrano quando si confrontano con le norme sociali e con le difficoltà degli operatori istituzionali coinvolti. Per far fronte alla necessità riconciliativa della devianza si propone allora di rivalutare il ruolo dei mediatori penali, di differenziare il regime di trattamento dei minorenni secondo età e di prevedere una diversa composizione e preparazione dei tribunali in modo da renderli più sensibili e con competenze specifiche rispetto al complesso universo di chi ancora adulto non è diventato. E forse proprio la difficoltà nel definire il limite fra maggiore e minore età rappresenta il limite che la nostra società ha nell’affrontare queste problematiche. Una società dove crescere è sempre più difficile, dove la ricerca dell’agio, del piacere, del potere, dell’onnipotenza impediscono a tutti noi di diventare adulti.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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