Viaggio alle radici del nuovo femminismo globale

Quando si sentono le parole “lotta” e “donne” viene spontaneo collegarle al femminismo. Si discute e si fa polemica su questa parola, ma i fatti parlano da sé. Scioperi, cortei e manifestazioni rappresentano un risveglio sociale. Si dice no. Si dice basta alla discriminazione, alla cultura sessista e, soprattutto, basta alla violenza. Ciò che differenzia questo movimento rispetto al passato è la sua nuova conformazione. Il femminismo dai contorni sempre meno definiti prende il posto del femminismo ben definito. Le novità si possono riassumere nella sua componente inclusiva, nella varietà di obiettivi e di attori sociali coinvolti. Non si rivendica più un diritto alla volta ma più diritti contemporaneamente. Non c’è un’unica battaglia, le battaglie sono molteplici e trasversali.

La mobilitazione di milioni di donne alla quale abbiamo assistito in occasione della Giornata Internazionale della Donna dà corpo a questi “NO”. Azioni di protesta e contestazioni nascono a macchia di leopardo. Alcune sono deboli altre tanto più organizzate e forti che non possono certo passare inosservate. Partendo dalla rete di “NonUnaDiMeno, movimento femminista nato in Argentina, le donne latino americane, italiane, polacche e di oltre 30 paesi del mondo sono scese in campo per dire no alla violenza e allo sfruttamento e per chiedere che i loro diritti vengano rispettati.                              

“NonUnaDiMeno”, perché proprio l’Argentina

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La rete femminista argentina “NonUnaDiMeno” è nata nel maggio del 2015. Un gruppo di attiviste si sono unite per denunciare e combattere la violenza di genere, molto diffusa nel continente sudamericano. Secondo dati statistici riportati da La Naciòn, in Argentina, ogni 30 ore viene uccisa una donna. In media hanno luogo circa cinquanta aggressioni di natura sessuale al giorno, mentre il tasso di femminicidi nel lasso di tempo che va dal 2008 al 2015 è aumentato del 78%. Una frequenza così alta fa trasparire la poca attenzione ed importanza che viene attribuita alle donne, in quanto persone e in quanto cittadine. Lo scarso valore attribuito alle vite delle donne porta a sentire come meno grave e impellente la condizione di pericolo in cui vivono ogni giorno. Tuttavia, le donne, come tutti del resto, hanno bisogno di sentirsi sicure nelle città in cui vivono. Ma, nei fatti, non è così.

In seguito alla morte di una ragazzina di 16 anni, vittima di uno stupro di gruppo, non potevano più rimanere in silenzio. La loro determinazione ha scosso la coscienza collettiva. Per loro la violenza contro le donne affonda le radici nelle questioni sociali e sono proprio queste a dover essere discusse nella sfera politica. La rete si pone come obiettivo quello di unire tutti insieme, donne, uomini, istituzioni, organizzazioni della società civile e ONG per perfezionare gli strumenti necessari per combattere tutte le forme di violenza. In quest’ottica, le femministe non vogliono vedere soltanto leggi scritte sulla carta, ma anche politiche concrete, implementate per davvero. Non basta istituire un numero di emergenza per le vittime, ma si deve pensare a formare le persone che dovranno intervenire per aiutarle. “NonUnaDiMeno”, in spagnolo “Ni Una Menos”, protesta per cambiare il modello culturale della società. Lo fa scegliendo la sovranità assembleare. Lo fa scendendo in piazza. Così come in Argentina, anche in tanti altri paesi del mondo le donne decidono di farsi sentire nello spazio pubblico.

Con questo ambizioso obiettivo, il 19 ottobre dello scorso anno, la società argentina ha fatto sentire la propria voce. Donne e uomini sono scesi in piazza vestendo di nero, il colore della morte e del lutto. Hanno manifestato per un’ora, dalle 13 alle 14, per il diritto alla vita, negato ad un numero troppo alto di donne. “Ni Una Menos” è una lotta cui hanno scelto di partecipare, aderendo alla protesta, anche altre nazioni, tra le quali Messico, Guatemala, Bolivia, Cile, Spagna, Francia. La voce delle donne si fa sentire sempre di più, e lo fa ad un livello internazionale e trasnazionale.

Dalla protesta e puntando al futuro, “NiUnaMenos” si vuole trasformare in un vero e proprio  movimento ambizioso che punta ad una maggiore risonanza mediatica e politica anche fuori dai confini argentini. Un appello al quale hanno risposto in molti:quella che si sta verificando negli ultimi mesi è la creazione di un nuovo movimento femminista globale che si configura come un cammino nuovo nell’orizzonte dell’attivismo femminista. Non si presenta come un’organizzazione vera e propria. Non ha strutture formali che la rendano tale. Ma nonostante ciò si mostra abbastanza forte per ispirare e incoraggiare altri gruppi e reti di donne di tutto il mondo ad unirsi a questo grido collettivo.

 

Polonia, donne in nero contro la legge sull’aborto

Dall’Argentina in Polonia, dove il 3 ottobre scorso migliaia di donne in nero hanno invaso le piazze delle principali città. Il movimento dal nome “Czarny Protest”, proteste in nero, ha indetto uno sciopero totale in cui le donne hanno deciso di sospendere le attività lavorative, di cura e tutte quelle che le vedono occupate durante la giornata. La partecipazione nelle principali città come Varsavia e Danzica è stata significativa. Alcune presentatrici e alcuni presentatori dell’emittente privata TVN24 hanno aderito a questa protesta e si sono presentati davanti alla popolazione vestiti di nero. Ma cosa volevano di concreto? L’obiettivo dello sciopero è stato quello di contestare le nuove norme promosse dal governo che miravano a vietare l’interruzione volontaria di gravidanza. Questa volta, hanno vinto loro, ha vinto la marea nera di donne. Il parlamento polacco ha respinto le nuove norme e ha confermato quella vigente, che consente l’aborto solo in caso di grave pericolo di salute per la donna incinta, di malformazioni gravi del feto, o se la gravidanza è risultato di stupro o incesto.

Italia, #LottoMarzo o Festa della donna?

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Un momento della partenza in piazza della Repubblica della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne “Non una di Meno”, Roma, 26 novembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

L’8 marzo arriva ogni anno. In alcuni paesi sentito come festività nazionale, come in Russia, in altri come semplice ricorrenza.  Ma quest’anno è stato diverso: abbiamo assistito e vissuto una giornata di contestazione, critica e lotta. Quest’anno la Giornata Internazionale della donna si è trasformata nella giornata internazionale dello sciopero delle donne, per le donne, contro sovrastrutture datate e stereotipi consolidati.

“Se la nostra vita non vale, non produciamo. Tutto la società deve cambiare” Questo è uno dei slogans coniati dalla compagine italiana di “Ni Una Menos”. Desiderio di cambiamento e di libertà. Non si può più trascurare che le donne abbiano anch’esse, a parità degli uomini, un ruolo importante nella società, nell’economia e nel lavoro. Lo sciopero indetto dalle donne di più di 40 paesi è un’interruzione dei flussi produttivi e riproduttivi. Senza le donne non c’è riproduzione sociale. Anche in occasione delle festa della donna sono stati chiesti diritti e welfare per tutti.

Dall’Argentina all’Europa, Italia, Spagna, Germania, Polonia, Bulgaria e Turchia. Questi e altri paesi hanno visto le donne manifestare e dire la loro contro la violenza maschile sulle donne, contro la discriminazione di genere, sia sociale che istituzionale. In Germania, il movimento di protesta è stato appoggiato dal partito “Die Linke”. Quest’ultimo insieme a diversi gruppi di donne ha organizzato una manifestazione dal nome “Frauenkampftag”, giornata di lotta delle donne.

In Italia in particolare vi sono stati cortei in tutto il Paese. Bari, Nuoro, Mantova, Lucca, Verona, Padova, Bologna, Firenze, Napoli, Milano, Roma, Pisa, Siena, Venezia e tante altre città hanno assistito alla marcia di  una marea femminista in movimento. Femminismo e Rivoluzione sono le parole protagoniste della giornata. In tutte queste città le persone hanno lottato contro le disparità salariali e la privatizzazione dei servizi sociali. Hanno deciso di porre fine al maschilismo e alle imposizioni di genere.  In tante e in tanti hanno mostrato solidarietà, rabbia e lotta.

Russia, il femminismo al tempo di Putin

In occasione della festa della donna, si sono alzate le voci delle donne anche in paesi tradizionalmente più passivi quando si parla di diritti umani, come la  Russia, paese più volte finito nel mirino per le violazioni di diritti umani.

Ad accogliere le manifestazioni, le due città più importanti. A San Pietroburgo una cinquantina di donne, troppo poche se paragonate alle migliaia di altri paesi, ha sfilato sulla Prospettiva Nevskij, chiedendo parità di retribuzione, tutele contro la violenza e maggiori diritti per avere figli. A Mosca invece il corteo è passato davanti al Cremlino, sede delle istituzioni governative nazionali della Russia. Le iniziative delle femministe russe sono ammirevoli. Non è facile esprimere la propria opinione laddove lo Stato la nega o non la accetta ancora prima che venga formulata.  

“Una donna alla presidenza!”, “Una donna al patriarcato!”, “Via gli uomini dal Cremlino!” questi gli slogan più ricorrenti. Slogan provocatori, ma secondo l’attivista femminista Leda Garina, necessari per attirare l’attenzione su un problema reale.

Perché il femminismo non viene considerato come una rivendicazione necessaria dei diritti economici, civili e politici in Russia? Secondo lo psicologo Pavel Ponomarev, la società russa non sente il bisogno di un movimento femminista. Qui l’idea dell’uguaglianza si è da tanto consolidata e nessuno sente il bisogno di lottare.

Questa affermazione trova conferma nella scarsa partecipazione della società russa alle azioni di protesta e di organizzazione del mondo femminista. Nel frattempo, le poche attiviste, alcuni personaggi politici e bloggers portano avanti la lotta per i diritti delle donne. Uno dei risultati di queste mobilitazioni è senza dubbio l’adesione di molte studentesse e giovani donne alla manifestazione dello scorso 8 marzo.

Un movimento femminista globale, e adesso cosa accadrà?

Dall’Argentina alla Polonia, dalla Russia all’Italia: ogni donna, e ogni uomo, può prendere parte a questa battaglia per la civiltà. L’anima del nuovo movimento femminista che sta nascendo proprio in questi mesi è transnazionale e giornate come l’8 marzo  rimangono impresse nelle menti e nello spirito di chi ha partecipato. Si tratta, poi, di azioni concrete, che fanno entrare nelle agende pubbliche e politiche temi di importanza vitale altrimenti accantonati e dimenticati. Richieste di piani capaci di combattere la violenza, di rispetto dei diritti fondamentali della persona e delle donne in quanto lavoratrici e madri. Autodeterminazione, liberazione e lotta sono le parole che rimbombano nelle piazze.

Lottare per i diritti è qualcosa che, dopo le mobilitazioni che hanno avuto luogo, è diventato di portata internazionale. Rivendicare il diritto alla vita e a non subire violenza è il diritto di ognuna e nessuna deve essere trascurata. “Non Una Di Meno”,come recita lo slogan che si sente nelle piazze, implica proprio questo.  

Un nuovo movimento femminista globale è nato da queste premesse. Il suo metodo è fatto di solidarietà, di nuove forme di mutuo sostegno e auto-difesa, di un linguaggio nuovo che valica i confini, anche nelle traduzioni di un’unica etichetta chiara: Ni Una Menos, Non Una Di Meno, Not One Less, Nicht eine weniger. Ma non ci si ferma alla sola traduzione. È un movimento che si sta trasformando e acquistando sempre più visibilità.

Cosa farà ancora e quali saranno i cambiamenti che produrrà resta ancora da vedere. Intanto, la presenza diffusa in rete e nelle piazze fa sì che sempre più donne creino gruppi organizzati attraverso i quali portare le proprie istanze in politica. La nuova matrice politica del femminismo sta sempre di più uscendo allo scoperto. La giornalista Virginia W. Ricci in un suo articolo pubblicato su Prismo spiega proprio questo aspetto nuovo del femminismo e le sue caratteristiche sottolineando l’importanza del  principio di inclusione e di parità. Ma la sua analisi va oltre e paragona la protesta delle donne ad una specie di contro-potere che tenta di scardinare quello che viene definito lo status quo alimentato e sostenuto da ideali conservatori e patriarcali.  La lotta delle donne sembra non essere finita. In futuro si aspettano sempre più “grida collettive”. Sarà interessante vedere il come queste voci occuperanno spazio nella società e nel Potere.

 

Ala Jalba

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Ala Jalba

Ala Jalba, nata a Balti, città nel nord della Moldavia, il 29.07.93. Attualmente studentessa di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l'Università degli Studi di Padova. Lettrice instancabile con la passione per la storia ed il Sud-est Europa, colleziono lingue da imparare e posti da scoprire. Su SocialNews coltivo la passione per la scrittura e il giornalismo cogliendo l'occasione per mettere in rilievo ciò che mi sta più a cuore: combattere le discriminazioni e promuovere il rispetto della vita di ogni persona. Cosa sono per me i diritti umani? Mi piace paragonarli a dei corsi d'acqua in quanto elemento indispensabile per la vita di tutti noi. Come questi, essi dovrebbero innervare la nostra società, cultura ed esperienza politica e giuridica senza alcuna eccezione o proroga. Ma prima di tutto, dovrebbero essere il pilastro portante di tutti noi. 

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