La carne coltivata

L’industria zootecnica ha un impatto ambientale significativo, suscitando un acceso dibattito globale; la crescente richiesta di carne, trainata dall’aumento demografico e dai cambiamenti nei redditi e nelle preferenze alimentari, genera riflessioni e preoccupazioni di portata mondiale. Gli allevamenti intensivi, principali responsabili di questa pressione, pongono l’attenzione su un’alternativa emergente: la “carne coltivata” o nel linguaggio collettivo “sintetica”.

Questa innovativa forma di carne viene prodotta all’interno di bio-reattori mediante tecniche di bioingegneria che utilizzano cellule staminali muscolari prelevate da animali tramite biopsia indolore. Attraverso un processo di differenziazione, queste cellule riproducono in vitro la miogenesi muscolare, sintetizzando il tessuto muscolare senza la necessità di allevare o abbattere animali. Le cellule staminali, non specializzate e presenti in tutti gli organismi viventi, sono essenziali per questo processo in quanto capaci di autorinnovarsi e differenziarsi in tipi cellulari specializzati. La produzione avviene in condizioni controllate di temperatura, ossigeno, umidità e disponibilità di nutrienti, consentendo la rigenerazione del ciclo biochimico che porta alla sintesi del muscolo. In vivo, le fibre muscolari si trovano in reti costituite da un’impalcatura di tessuto connettivo che supporta e connette le cellule, regolando la diffusione di sostanze e fornendo il supporto necessario per mantenere la loro funzione differenziata. In vitro, vengono utilizzati supporti chiamati scaffold, strutture tridimensionali che guidano lo sviluppo del tessuto muscolare.

Questa tecnologia promette di rivoluzionare diversi aspetti dell’industria alimentare, riducendo l’abbattimento degli animali, le emissioni di CO2 e migliorando l’efficienza nell’uso del suolo e dell’acqua. Affronta anche le preoccupazioni riguardo alla sicurezza alimentare, evitando contaminanti chimici e riducendo il rischio di malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Tuttavia, rimangono sfide da affrontare, come la produzione su larga scala, il controllo qualità e i costi elevati, che la rendono ancora non competitiva sul mercato. Inoltre, l’accettazione da parte dei consumatori in termini sensoriali rappresenta un ulteriore ostacolo da superare. Se queste sfide verranno superate, la produzione di carne prodotta in vitro potrebbe diventare una realtà industriale competitiva, offrendo una soluzione sostenibile per l’industria alimentare e per l’ambiente.

Riccardo Rizzi

Perito chimico, Laurea triennale in Scienze e Tecnologie Alimentari-Food Scienze Technology, Studente Magistrale in Controllo Chimico e Microbiologico degli Alimenti e Processi Alimentari 

Rispondi