“Accoglienza Diffusa”: accoglienza e immigrazione spiegate da Gianfranco Schiavone

Emigrante. Un ingenuo convinto che un paese possa essere migliore di un altro.

Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

Un immigrato è qualcuno che non ha perso niente, perché lì dove viveva non aveva niente. La sua unica motivazione è sopravvivere un po’ meglio di prima.

Jean-Claude Izzo, Chourmo, 1996

Gianfranco Schiavone A.s.g.i.

Gianfranco Schiavone in uno scatto di Albachiara Gangale

A chi cammina per strada, una strada qualunque in questo pezzo fortunato di mondo, le definizioni di immigrato o di emigrato che incontrerà saranno ben diverse da queste due citazioni.

E se costui provasse ad interrogarsi sulla questione, farebbe fatica a cogliere la reale portata del fenomeno.

Quindi, annoverandomi tra quelli che sanno di non sapere, ho deciso di intervistare Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) – Ufficio Rifugiati di Trieste e Vicepresidente dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione). 

Perchè? Per un’urgenza di chiarezza, per sapere come andare oltre il populismo di cui si colora la questione di solito.

Lasciando alla politica l’autorità di disquisire su chi ha diritto di entrare nel nostro sistema di accoglienza, mi sono preoccupato piuttosto di capire come vengono gestite le persone che hanno già ottenuto questo diritto.

In un articolo del Sole 24 ore del 06/09/2016, la redazione dell’Anci titola: “Fassino ad Alfano: «Cinque condizioni per un sistema di accoglienza diffusa»”.

La prima di queste 5 condizioni è riassunta così: il sistema di accoglienza deve far leva sui sindaci che non possono essere semplici destinatari dei flussi decisi dalle prefetture.

Tuttavia, L’11 agosto 2016 il Piccolo di Trieste, in un articolo di Gianpaolo Sarti che aveva questo titolo, affermava: “Trieste, la Prefettura si accolla la gestione dei migranti”.

Si segna così un’inversione di tendenza per quanto riguarda le politiche attuate a Trieste fino ad allora. Trieste, come solo Torino in Italia, si era distinta per il suo sistema di accoglienza. Abbiamo chiesto a Gianfranco Schiavone di spiegarci quella che sembra essere una contraddizione.

Una piccola premessa. Per SPRAR si intende Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati e costituisce la rete di centri di “seconda accoglienza” destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale che viene realizzata dagli enti locali con un’ottica di accoglienza diffusa ed elevati standard nella qualità dei servizi che vengono assicurati; essa non nasce oggi ma nel 2002; solo recentemente ha però avuto uno sviluppo veloce e oggi mira a diventare l’unico sistema di accoglienza e protezione italiano.

Lo SPRAR si propone di andare oltre la semplice assistenza, cercando di dare autonomia al richiedente asilo. Tutto il sistema di accoglienza al di fuori dello SPRAR, a Trieste si chiama extra-SPRAR, ma molto più spesso viene definito emergenziale, o straordinario.

“Il Comune di Trieste era il diretto responsabile e organizzatore sia del sistema SPRAR che di quello detto emergenziale, che altrove viene gestito dalle prefetture con procedure di selezione pubblica di enti gestori che non prevedono alcun collegamento tra la cosiddetta “emergenza” e il sistema ordinario di accoglienza e inoltre richiedono solo l’espletamento di servizi essenziali. In tal modo si vengono a creare due sistemi totalmente separati nello stesso territorio. A Trieste, nel 2013, quando è iniziato, come nel resto d’Italia, il forte aumento degli arrivi dei rifugiati ci siamo subito resi conto del pericolo rappresentato dallo scivolare nella logica dell’emergenza e l’abbiamo evitato rendendo inesistente nella pratica le differenze tra lo SPRAR e il programma emergenziale, che noi volutamente chiamiamo extra-SPRAR; parimenti non usiamo l’acronimo CAS (centri di accoglienza straordinari). Abbiamo scelto di operare in questo modo perché eravamo e siamo consapevoli che è in corso un cambiamento strutturale. Per oltre tre anni il sistema è stato gestito completamente dal Comune, con ottimi risultati.”

Ovviamente questi ottimi risultati sono da inquadrare in un contesto di precarietà che li condiziona, per due motivi principali.

  1. La programmazione dei centri emergenziali (o straordinari come dir si voglia)  dovrebbe essere a termine e dovrebbe prevedere un progressivo assorbimento degli stessi nel sistema ordinario, ma non è così nella realtà.
  2. Inoltre, la qualità dei servizi “emergenziali” del sistema di accoglienza spesso può essere inferiore a quella dei servizi ordinari, altrove. A Trieste sono stati resi identici a quelli dello SPRAR, ovviando alla provvisorietà del sistema emergenziale e contenendone i difetti che ne derivano.

In poche parole, a Trieste si è attuata la “scelta del lungo periodo”, per nulla scontata rispetto al resto del panorama italiano. 

Questo tipo di ragioni ha portato Schiavone a definire le novità proposte dall’Anci positive ma estremamente tardive, segno di un cambio di consapevolezza che non ha ancora portato ad un serio progetto di riforma del sistema asilo in Italia.

“Si dice che è necessaria una concertazione tra Stato e Comuni, definendo parametri numerici. Si dice che verrà penalizzato chi non attua lo SPRAR. Ma affermazioni simili, pronunciate oggi, hanno la stessa utilità dell’intervento di un medico su una malattia in stadio avanzato. Mi auguro possoano essere utili, ma l’efficacia non è paragonabile alla stessa operazione, se fosse stata attuata per tempo.”

La situazione che si è presenatata negli ultimi anni, caratterizzata da un forte e repentino aumento delle presenze dei rifugiati ha finito per rendere dominante il sistema emergenziale che oggi copre circa l’80% di tutto il fabbisogno di accoglienza. Il sistema SPRAR è invece appena al 20%. Purtroppo inoltre, invece di diminuire, la forbice tra sistema emergenziale e SPRAR sta aumentando a favore del sistema emergenziale. Il Governo italiano non ha elaborato ancora nessuna strategia risolutiva che possa ricondurre il sistema emergenziale nell’ordinarietà. La realtà dell’accoglienza che vediamo nei territori è quindi ben diversa da quanto prevede il decreto n.142/2015 in base al quale: “l’accoglienza nello SPRAR è il sistema ordinario e l’accoglienza dei richiedenti in programmi emergenziali dovrebbe avvenire solo in situazioni limitate con trasferimento dei richiedenti asilo nello SPRAR nel minor tempo possibile .”

“La legge delinea una procedura inattuabile nella realtà a causa principalmente della perdurante sproporzione numerica tra i due sistemi di accoglienza (non si può “riversare” l’80% nel 20%). Se vogliamo veramente fare funzionare il sistema SPRAR, ovvero la logica dell’accoglienza diffusa, è necessaria una riforma radicale che superi l’attuale assetto normativo dello SPRAR come sistema ad adesione volontaria da parte dei comuni, impostazione che era virtuosa quando il sistema nacque, oltre 15 anni fa, come modello sperimentale, ma che oggi è anacronistica e dannosa”, afferma Gianfranco Schiavone.

Per tornare alla situazione di Trieste, il passaggio da una gestione Comunale ad una ad opera della Prefettura non ha avuto conseguenze troppo negative. Questo è stato possibile perché la Prefettura ha riconosciuto il modello di accoglienza diffusa come modello da portare avanti. Sicuramente, rimane il limite di una programmazione annuale, quindi di breve respiro e inoltre si sente la mancanza di un’integrazione tra l’accoglienza dei rifugiati e il sistema dei servizi socioassistenziali del Comune ed il sistema di accoglienza diffusa che invece era ben presente prima delle attuali infelici scelte politiche.

Per questi motivi si auspica che il Comune torni a far parte del sistema di asilo, il prima possibile, assumendo la consapevolezza che la gestione dell’accoglienza dei rifugiati non è un corpo estraneo ma è parte integrante dei servizi socio-assistenziali del territorio.

Avendo chiarito cosa contraddistingue un caso particolare del sistema di accoglienza in Italia, nella seconda parte dell’intervista verranno tracciate le contraddizioni del sistema italiano ed internazionale di accoglienza.

Arturo Cannarozzo

Per chi volesse approfondire l’argomento, rimandiamo agli altri due articoli della rubrica di Gea Arcella:

        1. come funziona in europa il diritto d’asilo
        2. le prospettive legali del diritto d’asilo

Link

  1. http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/art/territorio-e-sicurezza/2016-09-06/fassino-ad-alfano-cinque-condizioni-un-sistema-accoglienza-diffusa-165316.php?uuid=AB551STB&refresh_ce=1
  2. http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/07/11/news/la-prefettura-si-accolla-la-gestione-dei-migranti-1.13801092?ref=search

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