L’AKP ancora al potere

Ma per quale motivo, nel corso di una sola estate, la Turchia è passata da un voto parzialmente antigovernativo ad un mezzo plebiscito per il suo establishment?

Gabriele Lagonigro

Da una parte la delusione per un risultato elettorale inferiore alle aspettative. Dall’altra, la conferma che questo movimento rappresenta, ormai, un cardine della politica turca, al di là dello strapotere di Erdogan. Il voto di inizio novembre nel Paese-ponte fra Europa e Asia ha sancito la schiacciante maggioranza del sultano di Istanbul dopo le infauste (per lui) elezioni di giugno. In esse, il suo partito, l’AKP, si era fermato a 258 seggi su 550, non riuscendo a formare un Governo. Erdogan ha scommesso sul ritorno alle urne conquistando il banco e vincendo la partita.
O quasi: nel successone personale del Presidente (ha superato il 49%), è mancata la ciliegina, il raggiungimento della soglia che gli avrebbe permesso di modificare da solo la Costituzione. Ciò rappresenta da sempre l’obiettivo finale dell’uomo forte del terzo millennio turco. Con 316 seggi ci è andato vicino, ma ne mancano una quindicina. Poco male, comunque, perché in pochi mesi, dal risultato deludente di inizio giugno, l’AKP ha ripreso vigore. Soprattutto, ha ridimensionato l’HDP, il vero antagonista della politica centralista. In queste ultime due tornate (di più nella prima), questo movimento filo curdo ha contato non solo sul voto “secessionista”, ma anche su quello di una Turchia laica e spostata a sinistra che intende limitare il potere del suo sultano. I Curdi sono passati da oltre il 13% dei suffragi ad un più risicato 10%. In ogni caso, questo risultato permette al movimento di confermarsi in Parlamento con un buon numero di seggi (una sessantina), superando lo sbarramento, ma perdendone due decine rispetto al voto di giugno. Al di là della schiacciante maggioranza di un AKP nato quindici anni fa e dal 2002 sempre al potere, la corsa alle urne di inizio novembre, quando ha votato quasi l’87% della popolazione, ha comunque consegnato un Paese parzialmente diviso. I conservatori hanno stravinto clamorosamente nell’Anatolia centrale e sulle sponde del Mar Nero, dove sono presenti le comunità più tradizionaliste e religiose.
Ben differente, invece, è stato l’esito della consultazione a Ovest e ad Est. Nella Turchia europea, quella più laica e più vicina all’Europa, e sulle coste dell’Egeo, il primo partito è risultato quello repubblicano, il CHP. Questo movimento si muove in linea con i precetti del fondatore della Nazione, Kemal Ataturk, in cui, per decenni, si è riconosciuta la Turchia. Negli ultimi anni, però, Kemal è stato più volte sconfessato dallo stesso Erdogan, non tanto a parole, ma nei fatti. Viceversa, ad Oriente, ai confini con Siria, Iraq, Iran e Armenia, hanno vinto i filocurdi, che in quelle regioni hanno sempre costituito le loro roccaforti. Ma per quale motivo, nel corso di una sola estate, la Turchia è passata da un voto parzialmente antigovernativo ad un mezzo plebiscito per il suo establishment? È una domanda che molti analisti politici si sono rivolti in queste settimane e che non ha un’unica risposta. Di certo, ha pesato il clima di terrore instauratosi dopo i due gravi attentati: a Suruc, a luglio, a pochi chilometri dalla Siria, sono morte 32 persone; ancora più grave la terribile carneficina di Ankara del 10 ottobre scorso, nel corso della quale sono stati uccisi un centinaio di pacifisti che stavano sfilando in corteo. Non è chiaro chi abbia piazzato le bombe, anche se l’Isis è il sospettato numero uno. È comunque evidente che Erdogan abbia approfittato dell’instabilità per promettere maggiore sicurezza ed ulteriore repressione nel caso di un suo nuovo mandato. Poco importa se in questi ultimi mesi il vero bersaglio della politica giustizialista del Presidente non siano stati più di tanto gli estremisti del califfato, su cui Ankara ha più volte chiuso un occhio (o addirittura entrambi), ma il PKK e le formazioni militanti della galassia filocurda. Riaprire il conflitto con i separatisti è stato probabilmente uno strumento utile per allontanare il voto moderato dall’HDP che, non a caso, in pochi mesi ha perso centinaia di migliaia di consensi. Erdogan, inoltre, ha più volte agitato lo spettro della Siria, in Patria e all’estero. Questo ha sicuramente pesato a suo favore nelle elezioni di inizio mese. Le stesse Cancellerie europee, in particolare quella tedesca, con la visita di Angela Merkel ad ottobre, hanno appoggiato più o meno ufficialmente il partito al potere da inizio millennio: fra alti e bassi, è comunque riuscito a garantire stabilità in questi anni. Di fronte alle chiusure di giornali anti regime e di numerosi blog, all’arresto di diversi giornalisti ed alle violenze nei seggi, l’UE si è girata dall’altra parte, in nome di quella “realpolitik” che altrove, in Libia e in Siria, per esempio, è stata completamente disattesa. Meglio un tirannuccio ai confini dell’Unione, ma tutto sommato buon partner occidentale, che una Turchia ingovernabile. Con buona pace dei Curdi, gli unici a metterci la faccia e a rimetterci la pelle nello scontro face-to-face con il Califfato. Del resto, non si può dimenticare che, dal punto di vista economico ed infrastrutturale, il Paese guidato da Erdogan sia cresciuto esponenzialmente nell’ultimo decennio, triplicando il Pil dal 2002 al 2013, mantenendo la disoccupazione fino a due anni or sono ben al di sotto del 10% e raggiungendo la 16^ posizione nella classifica generale delle economie mondiali. Indici incontrovertibili particolarmente evidenti nelle grandi città: a Istanbul il boom immobiliare è senza fine ed alcuni quartieri, a livello di prezzi, fanno ormai concorrenza alle zone più esclusive di Londra e Parigi.
L’Anatolia più arcaica è un altro universo, ma il tenore di vita è aumentato un po’ dappertutto. Bisognerà vedere se il trend proseguirà anche nei prossimi anni: la Russia, per fare un paragone forse azzardato, sembrava il nuovo Eldorado fino al 2006/2007, mentre oggi si trova ad un passo dal baratro. I miracoli (anche economici) non durano in eterno, ma il padre-padrone non ha alibi: con la maggioranza che si ritrova e l’autorevolezza e l’autoritarismo che contraddistinguono il suo modus operandi, la a Turchia dovrà crescere ancora. Altrimenti, sarà un fallimento.

di Gabriele Lagonigro,

direttore di City Sport e caporedattore di SocialNews

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