Giovani poco interessati o male sociale?

Giulia Maggiolo

La dispersione scolastica rappresenta un problema insito alla società, non in grado, evidentemente, di motivare i bambini negli studi ed essere solidale per le famiglie. L’Italia appartiene ai tanti Paesi afflitti da questa ferita sociale.

La dispersione scolastica comprende l’insieme di comportamenti derivanti dall’ingiustificata e non autorizzata assenza di minorenni dalla scuola dell’obbligo. È spesso causa di piaghe sociali come bullismo, microcriminalità, droga.

In alcuni Paesi, “marinare” la scuola può provocare l’impossibilità di ottenere buoni voti o di essere promossi all’anno seguente fino a quando il tempo perso per le assenze ingiustificate non sarà recuperato da una combinazione di lavori socialmente utili, multe o doposcuola. Il disagio sperimentato dai minori che frequentano la scuola dell’obbligo mostra due componenti: la prima è di tipo evolutivo e deriva dalla crescita individuale in un contesto poco familiare rappresentato dalle nuove realtà in cui i soggetti vengono catapultati; la seconda è di tipo ambientale e deriva dal contesto sociale in cui i soggetti vivono, tra cui anche la famiglia. Se i due tipi di disagio agiscono insieme, ed in maniera negativa, si registrano le situazioni di maggiore rischio di abbandono scolastico. Le molte ricerche empiriche condotte fin dagli anni ’70 hanno messo in evidenza alcune variabili che contribuiscono a definire il profilo dei soggetti a rischio d’abbandono. In particolare, assumono importanza:

1 – il genere: l’abbandono interessa maggiormente i maschi;

2 – la famiglia d’origine;

3 – l’età: le tappe iniziali dei diversi cicli scolastici coincidono anche con le frequenze di uscita dal sistema scolastico;

4 – l’irregolarità scolastica;

5 – la marginalità sociale: una porzione di coloro i quali abbandonano vive in una condizione intrecciata tra emarginazione scolastica e povertà economica, culturale ed affettiva.

Questo fenomeno è diffuso nel nostro Paese specialmente al Sud. Innumerevoli sono i progetti preventivi previsti: laboratori per studenti dedicati allo studio e finalizzati allo sviluppo di una campagna “child-friendly”; consigli consultivi, ossia spazi di dialogo permanenti tra studenti e docenti per sviluppare le migliori prassi; corsi di formazione per docenti e corsi per i genitori.
Ma come si presenta e come viene affrontato il problema della dispersione scolastica in Europa e negli altri Paesi del mondo?
Partiamo dalla situazione a noi più vicina. Nella Strategia Europa 2020, l’obiettivo principale è quello di ridurre in modo significativo i dati concernenti l’abbandono sotto la soglia del 10%.
L’Italia appare in evidente situazione di criticità insieme a Malta, Spagna e Portogallo. Secondo i dati EUROSTAT, il tasso di abbandono nell’Europa a 27 risulta in media al 13,5% nel 2011.
In Italia tocca il 18,2%. Sebbene le cifre più recenti evidenzino i progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi, la Commissione teme che ciò sia il risultato non di riforme aventi un impatto di lungo periodo, ma di una conseguenza collaterale dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile, che induce un maggior numero di giovani a protrarre il periodo di formazione. In Europa, l’abbandono scolastico è causa di conseguenze che, individualmente, si trascineranno a vita, riducendo le possibilità di partecipazione alla vita sociale, culturale ed economica della società. Un aumento, insomma, di cittadini meno attivi. In alcuni Stati, l’abbandono si configura come un fenomeno prevalentemente rurale, in altri riguarda, invece, le zone svantaggiate delle grandi città. Spesso accade che la prospettiva di un guadagno immediato spinga i giovani a lasciare la scuola o la formazione prima del tempo. Questo fenomeno si può combattere solo attraverso politiche basate su dati certi. Ecco esempi concreti di prevenzione ed intervento: Codici Individuali degli studenti, che analizzano le politiche scolastiche con più efficacia e sono considerati i principali fattori di successo nella riduzione dei tassi di abbandono (Regno Unito); politiche d’integrazione, finalizzate a modificare la composizione sociale delle scuole “svantaggiate” migliorando i risultati scolastici dei bambini (Ungheria e Bulgaria); percorsi educativi flessibili: si rivolgono a studenti i quali, scoraggiati dagli scarsi risultati scolastici, desiderano lavorare il prima possibile. Abbinano l’istruzione generica, la formazione professionale e le prime esperienze pratiche di lavoro (Lussemburgo, Italia e Danimarca); infine, attività di networking con operatori esterni, che permettono alle scuole di sostenere più adeguatamente gli studenti e fare fronte a problemi come droga, alcool, traumi o abusi fisici.
La dispersione rappresenta comunque un male sociale che attraversa tutti gli strati sociali, indistintamente: ecco perché non se ne parla solo per i Paesi più poveri (come quelli africani), ma si vedono coinvolte anche le nostre città occidentali, opulente, a dimostrazione del fatto che il fenomeno non è più legato a condizioni economiche familiari peculiari, né a limitazioni culturali. Spostando lo sguardo a livello globale, è interessante notare quanto avviene in America, dal momento che alcune delle loro migliori prassi sono state prese in prestito dall’Italia per affrontare il problema. Un esempio tipico è il “Mentoring”: si tratta di una relazione di sostegno “uno a uno”, un operatore per minore, così da facilitare la crescita educativa, sociale e personale.
La persona competente, il mentor, mette l’altra in condizione di acquisire consapevolezza e sviluppare le proprie risorse. Il mentor è affiancato da un’équipe che agisce da ponte tra minore, famiglia, scuola ed ambiente in cui l’alunno vive. Il Mentoring serve ai docenti per individuare nuove strategie di intervento ed ai ragazzi per confidarsi con una persona amica e comunicare i disagi legati ad una fase complessa della crescita, cercando di diminuire il meccanismo vizioso che porta ad emarginazione e allontanamento temporaneo.
In conclusione, per realizzare azioni efficaci di prevenzione e contrasto a questo male della società è necessario ripensare, in termini relazionali, ad istruzione e formazione, considerando la scuola come luogo di generazione del capitale umano e sociale. Per questo occorre realizzare un nuovo patto tra scuola e famiglia: la scuola ed i servizi educativi alla persona devono essere valutati sulla capacità di misurare ex novo reti sociali di sostegno alla persona. Al centro dell’attenzione va posta la capacità dei servizi scolastici ed extrascolastici di creare beni relazionali. Queste reti appaiono fondamentali per i percorsi di vita dei ragazzi, per fare riguadagnare autonomia e creare sfera pubblica, così da avere attori capaci di elaborare soluzioni ai problemi che, insieme, si troveranno ad affrontare.

Giulia Maggiolo
Università di Padova, Facoltà di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani

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