La dispersione scolastica in Italia

Michele Pellegrini

I dati del 2012 dimostrano come la situazione sia particolarmente delicata e diversa nelle varie zone d’Italia. Situazioni di eccellenza si alternano a situazioni che possono mettere in imbarazzo un Paese di un’importante caratura culturale come il nostro.

Sfondato il muro del terzo millennio, tra tecnologie all’ultimo grido e mezzi di comunicazione che accorciano le distanze e migliorano la vita, il numero di studenti che decide di smettere di studiare prima del conseguimento del diploma è ancora troppo alto.

Crisi economica, crisi politica, crisi dei valori morali. Argomenti all’ordine del giorno, temi che monopolizzano telegiornali, quotidiani, riviste e talk show, fenomeni che non nascono dal nulla e che, sicuramente, non sono figli di una sola madre. Tra le cause che si possono annoverare una (e i dati sembrano confermarlo) è il fenomeno della dispersione scolastica. Con essa si identifica l’abbandono prematuro della carriera scolastica da parte dei giovani, nello specifico caso italiano l’abbandono prima del conseguimento di un diploma di scuola secondaria di secondo grado.

La dispersione scolastica trova terreno fertile in questo periodo di crisi. Se è vero che risulta tra le cause di questa fase non rosea, è anche vero che la mancanza di risorse economiche, la mancanza di certezze future e, nel caso specifico, dei benefici che un titolo di studio può portare, rischia di incentivare i giovani a mettere da parte i libri e tentare altri tipi di carriere lavorative che, a volte, degenerano in attività criminali.

Il fenomeno che analizzeremo in questo articolo è quanto mai eterogeneo, sia che si analizzi il contesto europeo, sia che si valuti la situazione all’interno della nostra Penisola, nella quale la situazione varia in maniera particolarmente consistente da regione a regione.

Il frame work della situazione attualmente presente nel nostro Paese ci viene fornito, in particolare, da dati desunti dal progetto di studio dell’ISTAT denominato “Noi Italia” con calcoli e stime risalenti all’anno 2012.
Analizzando preliminarmente la situazione a livello europeo, si nota come l’Italia si trovi in una situazione spinosa: nella classifica dei 27 Stati membri dell’Unione Europea l’EUROSTAT ci dice che il Paese natale di Dante e Manzoni si trova al quart’ultimo posto in graduatoria. Alle nostre spalle solo i due Paesi iberici (Spagna e Portogallo) e Malta, che si aggiudica il “premio” come peggior Paese.

Questa classifica non fa sicuramente onore ai luminari italiani passati e presenti. Deve mettere in allerta il Governo italiano e tutto il sistema scuola. Vi è la necessità di compiere un’attenta analisi sulle cause che hanno portato a questo risultato verificando cosa sia possibile fare per rimettere il Paese in carreggiata, nel tentativo di scalare questa classifica virtuosa.

Continuando l’esame della situazione europea, gli studenti più dediti a terminare gli studi sono quelli di Slovacchia, Repubblica Ceca e Slovenia.

Cerchiamo, ora, di attribuire un valore numerico a questa classifica per renderci conto dell’ampiezza del fenomeno. Per i Paesi che detengono la palma dei migliori, Slovacchia, Repubblica Ceca e Slovenia, il dato di soggetti che rinunciano a concludere la loro carriera scolastica oscilla tra il 4,2% ed il 5%. Il che significa che il restante 95% -95,8% porta a termine il percorso.

La situazione Italiana ci parla, invece, di un angosciante 18,2% di abbandono prematuro, mentre il caso limite di Malta porta l’abbandono precoce addirittura ad un impressionante 33,5%.

Per contestualizzare ed osservare lo scostamento di questi valori, bisogna tenere conto della media europea, pari al 13,5%.
I dati Eurostat permettono, inoltre, di studiare il fenomeno secondo una statistica di genere, nella quale si evidenzia come, nella quasi totalità dei casi, il numero di maschi che rinunciano a concludere gli studi sia maggiore rispetto a quello delle femmine.

Questa tendenza è confermata in tutti i Paesi del Vecchio Continente eccetto la Bulgaria: in essa, a fronte di un tasso di abbandono maschile pari al 12%, quello femminile risulta del 13,7%.

La situazione critica dell’Italia rispetto agli standard europei non va generalizzata. La condizione italiana non deve essere analizzata nel dato aggregato, ma studiata territorialmente. I dati del 2012 dimostrano come la situazione sia particolarmente delicata e diversa nelle varie zone d’Italia: situazioni di eccellenza si alternano a situazioni che possono mettere in imbarazzo un Paese di un’importante caratura culturale come il nostro. Andando ad osservare il fenomeno dal 2004 al 2011, la situazione media italiana appare in miglioramento, anche grazie ad alcune iniziative intraprese per tentare di arginare la dispersione scolastica di natura pubblica e privata. Da un tasso del 23%, infatti, nel corso dei sei anni presi in analisi si è scesi al 18,2%. Da un lato, il dato può confortare, ma resta comunque distante dalla media europea.
In Italia, dunque, la situazione appare variegata. Nello specifico, i dati ci parlano di una situazione particolarmente grave nel Mezzogiorno. I valori del fenomeno nel Centro-Nord si aggirano intorno al 15-17%, mentre al Sud si sale al 21,2%. La situazione è, comunque, esponenzialmente migliorata, se si tiene conto del 27,6% rilevato nel 2004.

Studiando la situazione regione per regione, la maggiore dedizione a concludere gli studi all’interno del nostro Paese viene registrata nelle regioni Abruzzo (87,2%) e Umbria (88,4%) anche se il dato più lodevole lo si registra nella provincia a statuto speciale di Trento, nella quale il tasso di abbandono scende sotto il 10% (9,6%).

Sebbene al Sud la situazione non sia particolarmente buona, i livelli peggiori si verificano nelle isole: in Sicilia e in Sardegna, infatti, ben un giovane ogni 4 non conclude i suoi studi.

Un altro dato correlato a ciò che è stato questo fenomeno in passato lo si desume nell’emblematico valore di soggetti in piena età lavorativa (età compresa tra i 25 ed i 64 anni) presenti in Italia che hanno conseguito solamente il diploma di terza media (attuale scuola secondaria di primo grado): nel 2011, la percentuale era del 45%.

Conosciuto il fenomeno da un punto di vista prettamente quantitativo, va condotta un’analisi sulle cause che concretamente possono portare un giovane a compiere la scelta di non studiare invece di continuare gli studi all’interno della scuola secondaria di secondo grado ed, eventualmente, successivamente specializzarsi in un percorso di studi universitario.

I fattori che alimentano le decisioni dei giovani sono sicuramente molteplici, ma si possono essenzialmente racchiudere in tre macro- categorie che influenzano ed alimentano il fenomeno: la famiglia, la società e la scuola stessa. L’istituzione famiglia in Italia possiede un ruolo predominante. Basti pensare che il welfare italiano è di stampo familista, ovvero basato per gran parte sulla solidarietà tra i membri della famiglia, e solo in via sussidiaria composto dall’intervento statale. La famiglia, così come tradizionalmente intesa, sta vivendo un momento di crisi. Sempre più spesso, tra le nostre strade, vediamo passeggiare nuovi modelli di famiglie (monoparentali, estese, ecc.) incentrate su valori e credenze nuove. Mediante questo cambio di tendenza, spesso si perdono dei punti di riferimento sui quali si incardina il sistema educativo e la crescita dei figli. Questo non significa che i valori che stanno subentrando siano sbagliati a priori, ma attualmente non trovano una loro affermazione all’interno della società, e ci vorrà ancora del tempo perché trovino un assestamento ed un terreno fertile sul quale far nascere dei benefici.

Oltre alla trasformazione dei nuclei familiari, anche l’insistente crisi economica non aiuta i giovani ad investire sul proprio capitale umano: vedendo la propria famiglia in difficoltà, spesso decidono di ricercare il prima possibile un lavoro per rendersi indipendenti e non gravare economicamente sul proprio nucleo.
Il problema che scaturisce dalla società appare, anche in questo caso, valoriale: intorno a noi, tutto sembra illuderci di poter raggiungere successo, soldi e popolarità senza il minimo sforzo. A gettare benzina sul fuoco sono sicuramente settori come quello dello spettacolo, in cui l’illusione è quella di poter toccare i massimi livelli senza una particolare competenza. Questa utopia premia solo una piccola parte di aspiranti uomini e donne, allontanando un numero considerevole di giovani dai banchi di scuola.

Tradizionalmente sempre odiata dagli studenti, la scuola è, però, ciò che ci viene offerto per affrontare la nostra vita e per ampliare le nostre conoscenze e le nostre opportunità. Al giorno d’oggi, la scuola ed il sistema scolastico andrebbero forse riformati, incentrando l’insegnamento su nuovi metodi e su nuovi strumenti, in grado di stuzzicare ed accattivare gli alunni del terzo millennio, enfatizzando l’importanza ed il ruolo dell’istruzione.

Le cause analizzate finora sono, tuttavia, meramente ipotetiche. Su di esse è forte e controversa la discussione. Difficile, se non impossibile, evidenziare statisticamente una relazione causa-effetto. Si può, invece, affermare, con dati alla mano, che il Governo italiano non è dedito all’investimento nel settore dell’educazione. I numeri ci parlano, infatti, di una cifra irrisoria stanziata ogni anno per l’area scolastica. La propensione all’investimento italiano incide sul Pil per il 4,8%, mentre la media europea è del 5,6%.

La riflessione risulta spontanea: come fa uno studente ad avere fiducia nella propria carriera scolastica se il primo a non crederci è

il Governo stesso?
I ragazzi che compiono la scelta di abbandonare la scuola risultano spesso soggetti a rischio per quanto riguarda i comportamenti devianti. Ciò è confermato anche dai numeri di alcune ricerche: uno studio condotto dall’IRIDSA (Istituto di Ricerca Internazionale sul disagio e la salute dell’adolescente) compiuto nel 2007 nel territorio della regione Friuli Venezia Giulia dimostra una correlazione tra abbandono scolastico e comportamenti degeneri. Più in generale, si evidenzia il fatto che gli adolescenti che abbandonino la scuola siano soggetti a rischio per quanto concerne condotte quali vandalismo, uso ed abuso di alcol, uso e spaccio di stupefacenti.
Nello specifico, il fenomeno si registra, in particolare, sulla frangia maschile del campione analizzato.

Il fatto che le conseguenze negative della dispersione ricadano non solamente sul soggetto che le compie, ma su tutta la collettività in generale, dovrebbe smuovere le coscienze e mobilitare persone ed enti a fare qualcosa. Molti hanno già deciso di rimboccarsi le maniche nel tentativo di migliorare la situazione.
Sono innumerevoli, infatti, le iniziative ed i progetti (il numero è in crescita) intrapresi negli ultimi dieci anni. Alcuni esempi: il progetto TANDEM che prevede, per gli studenti che non seguono più le lezioni, un supporto di studio ed un aiuto per la scelta universitaria futura; il progetto PSICATROPOS che mira a formare, informare e prevenire il disagio adolescenziale muovendosi su un piano non solo teorico, ma anche esperienziale attraverso una nuova pedagogia; infine, il progetto SPREAD (Strategies and Practices in Europe Against school Dropping out), creato prima che questo termine diventasse di uso comune all’interno della nostra società. Mira alla sensibilizzazione al fenomeno attraverso cicli di conferenze. Questi sono solo alcuni esempi di associazioni che hanno deciso di attivarsi per provare a trovare una soluzione al problema. Molte sono anche le iniziative di enti locali ed associazioni minori che si spendono e lottano per limitare la dispersione in Italia.

Alla stregua di quanto detto finora, i Paesi membri dell’Unione Europea, nel 2001, a Lisbona, si sono prefissati di abbassare il tasso di dispersione scolastica intorno al 10%. Per quanto riguarda il nostro Paese, la situazione è migliorata, ma la strada per il famigerato 10% è ancora lunga. Qualcosa o, meglio, qualcuno, però, si è mosso e ci sono delle buone speranze per il futuro.

L’obiettivo di migliorare la situazione a livello europeo continua, tant’è che l’Unione ha redatto un piano di lavoro con obiettivi da raggiungere nel periodo che intercorre tra il 2014 ed il 2020.
Questa è una delle strategie di “EUROPA 2020” che agisce secondo un principio di crescita intelligente. Nel caso specifico dell’istruzione, si pone due traguardi: abbassare il tasso di abbandono scolastico sotto il 10%; almeno il 40% delle persone di età compresa tra i 30 ed i 34 anni devono conseguire un titolo di studio universitario. Ancora, oltre ad agire sul dato quantitativo, l’Unione Europea mira a migliorare la qualità dell’insegnamento, in particolare nel settore universitario, in virtù del fatto che solamente due atenei europei risultano tra le venti migliori Università del mondo. Dal punto di vista genuinamente politico, il problema non è stato tra le priorità degli ultimi Governi. Sicuramente, il periodo di instabilità politica che ci accompagna da alcuni anni non ha giovato a trovare una soluzione al problema o, per lo meno, ad intraprendere progetti tesi a migliorare la situazione.
La speranza è che, con l’avvento del nuovo Governo, le parti politiche possano trovare un accordo per intraprendere un piano d’azione che superi gli schieramenti politici, visto che una diminuzione e stabilizzazione del fenomeno è nell’interesse di tutti i colori e di tutte le bandiere politiche. Questo arduo compito deve coinvolgere tutti i livelli di Governo, a partire dal Ministro dell’Istruzione in carica, Maria Grazia Carrozza, fino agli assessori comunali dei piccoli comuni, secondo un’idea di Multi level governance.

L’educazione è alla base della società, un investimento per il futuro. In quanto tale, va garantita ed incentivata, cercando di raggiungere tutti i soggetti, indifferentemente dal ceto sociale, dall’età, o da altri fattori. Al riguardo, si sono espresse persone importanti, in primis Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il quale affermava:

“Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Sulla stessa lunghezza d’onda, enfatizzando ancor di più il ruolo dell’apprendimento, fu Ghandi, il quale consigliava: “Impara come se dovessi vivere per sempre”.

Michele Pellegrini
Università di Padova, Facoltà di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani

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