Le responsabilità delle istituzioni

Matteo Iori

La cosa paradossale è che, in altri Stati in cui si gioca meno rispetto a noi (Francia, Spagna, Svizzera, Germania, ecc.) il gioco d’azzardo patologico (GAP) è considerato un malattia ed il recupero è sostenuto dallo Stato. In Italia ciò non avviene.

Vi sono tracce di gioco d’azzardo nella storia dell’uomo che risalgono a duemila anni fa, ma l’origine del gioco d’azzardo in Italia, per come lo conosciamo oggi, ha origine con una legge costituzionale del 1576. Da allora, la storia del gioco d’azzardo in Italia divenne un susseguirsi di divieti e concessioni, ma fu negli anni ’30 che il gioco d’azzardo venne definito dalle leggi tuttora vigenti: di gioco d’azzardo trattano il Codice Penale (articoli 718 e seguenti), il Codice Civile (articoli 1933 e seguenti), il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS, articolo 110). Queste leggi definiscono i limiti del gioco d’azzardo e ruotano attorno al concetto di «alea» nel gioco (cioè «il caso»): vi è gioco d’azzardo nel momento in cui il risultato del gioco dipenda totalmente, o in modo prevalente, dalla fortuna rispetto all’abilità, e dove su questo risultato si scommetta denaro per vincere denaro. Da allora, in Italia il gioco d’azzardo è vietato, salvo deroghe specifiche concesse dallo Stato. Queste non sono mancate: 1997 nascono Superenalotto e le Sale scommesse; 1999 il Bingo; 2003 le Slot machine; 2005 terza giocata del Lotto e le scommesse Big Match; 2006 i nuovi corner e punti gioco per le scommesse; tra il 2007 ed il 2008 il gioco d’azzardo on-line (seppure con una serie di limitazioni); nel periodo 2009-2011 nascono nuove lotterie ad estrazione istantanea, il Win for Life, le VideoLottey, il gioco del Bingo a distanza, l’apertura di 1.000 sale da gioco per tornei di poker dal vivo, 7.000 nuovi punti vendita di scommesse ippiche e sportive, ed altro ancora.

Nel 2000, in Italia, si spendevano al gioco 14,3 miliardi di euro. Si è saliti fino ai 47,5 miliardi del 2008 ed agli oltre 79,8 miliardi di euro del 2011. Ciò significa che, in media, lo scorso anno ogni abitante della Penisola ha speso 1.330 euro al gioco d’azzardo, compresi i neonati e gli ultracentenari. Analizzando la sola parte della popolazione che per legge può giocare d’azzardo, i 47,7 milioni di maggiorenni, osserviamo come la spesa pro-capite salga a 1.673 euro. Ovviamente, per ogni Italiano che non spende questi 1.673 euro all’anno, qualcun altro ne spende il doppio; e in questo contesto di offerta di gioco, non tutti hanno le stesse “difese”. Secondo i dati Eurispes, nel gioco investe di più chi ha un reddito inferiore: giocano il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio-basso, il 66% dei disoccupati. E l’azzardo non è neppure una cosa che riguardi esclusivamente gli adulti: secondo il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), infatti, il gioco attira il 47,1% dei giovani che frequentano le scuole medie superiori e l’11% dei ragazzini che, giocando d’azzardo, rischiano di diventare scommettitori patologici. A prescindere dall’età, i più attratti dal gioco sono le persone dotate di minori risorse e minore scolarizzazione. Secondo la ricerca Co.Na.GGA-CNCA 2011, il gioco d’azzardo aumenta con la diminuzione della scolarizzazione. La maggior parte di chi ha una scolarizzazione medio-bassa gioca d’azzardo: l’80,3% di chi dispone di licenza media, contro il 70,4% di chi ha licenza superiore ed il 61,3% dei laureati. Anche da un punto di vista della situazione lavorativa si notano differenze importanti rispetto all’approccio con il gioco d’azzardo: dichiara di giocare d’azzardo il 70,8% di chi ha un lavoro a tempo indeterminato e la percentuale sale al 73% nel caso dei disoccupati, aumenta ulteriormente con l’80,2% dei lavoratori saltuari o precari e tocca l’apice con l’86,7% dei cassintegrati. Alcuni di essi diventano dipendenti dal gioco d’azzardo: il 92,8% dei giocatori non sembra incontrare difficoltà o eccessiva attrazione per il gioco, ma il restante 7,2% della popolazione di giocatori desta parecchie preoccupazioni: una buona parte (5,1%) sono quelli a rischio, mentre il restante 2,1% dei giocatori presenta tutte le caratteristiche di una vera e propria patologia. In pratica, la ricerca nazionale 2011 stima che, in Italia, fra maggiorenni e minorenni, vi siano più di 800.000 dipendenti da gioco d’azzardo e 1,7 milioni di giocatori a rischio. La cosa paradossale è che, in altri Stati in cui si gioca meno rispetto a noi (Francia, Spagna, Svizzera, Germania, ecc.) il gioco d’azzardo patologico (GAP) è considerato un malattia ed il recupero è sostenuto dallo Stato. In Italia ciò non avviene. Nonostante questi dati e questi numeri, il gioco d’azzardo, non essendo inserito nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non è ancora riconosciuto dallo Stato come una dipendenza a favore della quale fornire assistenza gratuita ai giocatori. Fortunatamente, nel nostro Paese esistono alcune realtà che hanno deciso di occuparsi ugualmente (e senza fine di lucro) dei giocatori patologici: alcuni Sert pubblici, alcuni gruppi di auto aiuto (come i Giocatori Anonimi) ed alcuni enti no profit come quelli del CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo).

Il CONAGGA raccoglie diversi enti senza fine di lucro che, da Catanzaro a Trento, accolgono in trattamento giocatori patologici. Fra questi enti si segnala una delle realtà italiane da più anni attiva su questo problema: l’Associazione Onlus “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” di Reggio Emilia. Questa organizzazione iniziò ad occuparsi di gioco d’azzardo nel 2000, quando fu aperto il primo gruppo per dipendenti da gioco. Oltre all’attivazione dei gruppi per giocatori e loro familiari, ci si orientò da subito verso un’opera di sensibilizzazione delle istituzioni e di informazione alla popolazione sui rischi che il gioco d’azzardo comportava (è del giugno del 2000 il nostro primo convegno pubblico su questo tema, dal titolo “Giochi d’azzardo. Quando finisce il divertimento e comincia…”). Ci occupiamo da sempre dello studio del problema anche con ricerche specifiche sulla popolazione, effettuiamo formazione sul fenomeno del gioco d’azzardo, attiviamo interventi di prevenzione. Ma il fulcro del nostro intervento è la presa in carico dei dipendenti da gioco. In questi anni, da un primo gruppo di trattamento si è passati agli attuali 6 gruppi settimanali e, in accordo con la Regione Emilia Romagna, abbiamo ideato e gestito la prima sperimentazione residenziale regionale per giocatori patologici (progetto “Pluto”). Dal 2000 al 2011 abbiamo ricevuto 1.028 richieste di aiuto da persone affette da Gioco d’Azzardo Patologico (G.A.P). In seguito a tutte queste richieste, sono state inserite in trattamento (gruppale, individuale o residenziale) 618 persone. Il 90% delle persone che hanno partecipato al trattamento era costituito da uomini. Il 61% delle persone che ci hanno chiesto aiuto aveva problemi di dipendenza da slot machine. Le scommesse nelle agenzie costituivano la seconda causa, ma a grande distanza (solo il 15% delle persone indicava questa dipendenza). Il 79% di coloro che sono stati in trattamento da noi aveva un lavoro, il 10% erano pensionati o invalidi, il 7% disoccupati. Il 40% delle persone in trattamento aveva un’età compresa tra i 35 ed i 45 anni, mentre le fasce d’età precedente (30-35) e successiva (45-50) si attestano entrambe poco oltre il 16% ognuna. Il 57% dei giocatori patologici che abbiamo seguito aveva figli. Il 56% era sposato o convivente, una parte era divorziata o vedova e solo il 29% dei giocatori era celibe. In pratica, famiglie “normali”, persone integrate, che in pochi anni sono arrivate a rovinare se stesse ed il loro contesto sociale per la dipendenza da gioco d’azzardo, seguendo le promesse della pubblicità che chiedeva, se ciò era gradito, di “vincere facile”.

Il grande incremento dei giochi d’azzardo è mostrato in tutta la sua forza nelle pubblicità del gioco d’azzardo, divenute una presenza costante sulle pagine di ogni giornale, sui banner di ogni sito, negli spot di ogni televisione. Se è ovvio che le industrie del gioco traggono vantaggi nel pubblicizzare l’azzardo e nel veder crescere il proliferare dei giochi, è altrettanto ovvio aspettarsi che lo Stato che gestisce il gioco d’azzardo attui almeno qualche politica di prevenzione nei confronti delle fasce più a rischio. Ed è su queste premesse che nasce il progetto dell’Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato (AAMS) intitolato “Giovani e gioco”. L’iniziativa viene condotta nelle scuole superiori di tante città italiane attraverso l’utilizzo di un apposito dvd per raggiungere, come dichiarato dai Monopoli stessi, oltre 70.000 studenti in tutt’Italia. A mio avviso, essa contiene alcuni passaggi molto diseducativi che rischiano di essere di promozione al gioco, più che di prevenzione. Allo studente viene fatto capire quanto il rischio sia importante per crescere, con il messaggio “Evolve chi si prende una giusta dose di rischio, mentre è punito chi non rischia mai o chi rischia troppo!”, poi, si arriva a sottolineare le possibilità del gioco on-line con scritte che sottolineano che, grazie ad internet, “Si può giocare ovunque, sempre e comunque” e si arriva a sostenere che “Ci si attacca alla rete, al cellulare, alle slot machine o ai videopoker parcheggiati nei bar per dare risposta al primordiale bisogno di vincita che l’essere umano ha in sé”, e che “Non c’è bisogno di cercare compagni di gioco come si faceva da bambini, perché questo gioco è spesso solitario e decontestualizzato”. Si pone quasi in modo positivo l’isolamento del giovane seduto davanti al computer a giocare. Alla fine, c’è anche un test interattivo nel quale, a coloro che non disdegnano un po’ di gioco d’azzardo, viene detto “Tutto sommato hai una buona idea di cosa sia il gioco. Non sei un fanatico, ma non ti fai mancare una partitella ogni tanto… giusto per tenerti in allenamento. Il tuo motto? Poco non fa male, nemmeno il veleno!”; coloro i quali scelgono di non rischiare vengono etichettati con un “Ti manca solo la frusta tra le mani… lo spirito del bacchettone aleggia sulla tua testa! Per te non esistono colori, tutto è bianco o tutto è nero.

Il gioco è rischio ed a te i rischi non piacciono, meglio aggirare gli ostacoli. Così facendo, però, perdi tutte le sfumature della vita. Integerrimo… o semplicemente rigido come un ghiacciolo appena tolto dal freezer? Urge ammorbidente”. Bacchettone che perde tutte le sfumature della vita?! Immagino che, appena uscito da scuola, uno studente con questo profilo vorrà correre a giocare d’azzardo per sentirsi un ragazzo come gli altri e non un bacchettone rigido come un ghiacciolo…
Sappiamo quanto il gioco d’azzardo per lo Stato sia attività ritenuta utile per incamerare risorse e liquidità; ma sappiamo anche che centinaia di migliaia di cittadini italiani rovinano se stessi e le loro famiglie a causa del gioco e penso che lo Stato non possa continuare a far finta di nulla. Non sono più rinviabili le decisioni di inserire nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) la possibilità di cura per i giocatori d’azzardo, promuovere iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza sui rischi del gioco, limitare la pubblicità sui giochi d’azzardo per proteggere le fasce più deboli della popolazione ed avviare iniziative serie di prevenzione del gioco d’azzardo tra i giovani interrompendo i progetti equivoci. Senza lasciare che si possa continuare a credere che lo Stato manifesti grande attenzione al gioco per gli euro che incassa e nessuna per i cittadini che lo praticano.

Nota: tutte le fonti dei dati citati si trovano nel libro
“Ma a che gioco giochiamo?”
(Edizione “A Mente Libera”, dicembre 2011).

Matteo Iori
Presidente del CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo)
Presidente dell’Associazione Onlus “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” di Reggio Emilia

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