“Ali di sale”

Thomas Wild Turolo

L’idea da cui sono partito era semplice: mostrare al pubblico che, dietro i tremendi numeri esibiti quotidianamente dai media, ci sono singoli individui e vite che vanno ben oltre la comunicazione istituzionale.

Premetto, innanzitutto, che chiedo scusa per l’ardire del mio “Io” giornalistico, inusuale per una penna che non possiede ancora lettori affezionati, ma necessario per descrivere un’esperienza personale sfociata in un lavoro documentaristico. Per ovvie ragioni, mi sarei sentito ancora meno a mio agio se mi fossi rivolto a voi lettori con un plurale maiestatico, oppure utilizzando la terza persona singolare. Chiarito questo particolare, ora vi racconterò una storia, la mia piccola storia, la genesi travagliata di un documentario che, a sua volta, sta conoscendo un’esistenza non lineare. Il mio lavoro è quello di regista e film-maker, un mestiere già per se stesso difficile, al di là dei titoli che uno possiede e delle sue esperienze. In realtà, dopo la laurea, il mio percorso professionale era stato rapido. Sono passato dalla pubblicità ad una televisione locale, ma, purtroppo, la grande crisi del 2009 si è abbattuta su tutto e su tutti ed anche il luogo in cui lavoravo è stato brutalmente liquidato (anche l’essere gestiti finanziariamente dall’elite industriale friulana non si è rivelata una garanzia di successo). L’essere rimasto letteralmente a piedi dal venerdì al lunedì (giorno della comunicazione, assai tardiva, della chiusura dei battenti televisivi, decisa almeno un mese prima) mi ha portato alla sgradevole condizione di disoccupato, ma non ad un atteggiamento passivo. I primi giorni a casa sono stati molto difficili: la sensazione era quella di stare in una gabbia, una prigione maliziosa con l’aspetto del proprio focolare domestico, ma pur sempre un luogo di costrizione.

Le mie attenzioni, la mia sensibilità e la mia consapevolezza del mondo sono mutate drasticamente in quel periodo. Ho iniziato a percepire cosa significasse la vita nelle sue componenti più dure, in quegli aspetti che una persona, in genere, immagina come lungi dal riguardarlo. Ho deciso, comunque, di mettere a frutto le lezioni apprese all’Università e nei mesi di lavoro, comprendendo fin dall’inizio che starsene fermi costituiva un atteggiamento tragicamente controproducente. Mi sono armato della mia telecamera e, all’inizio del 2010, ho cominciato a descrivere la situazione da me stesso vissuta all’interno di un video-documentario. L’idea da cui sono partito era semplice: mostrare al pubblico che, dietro i tremendi numeri esibiti quotidianamente dai media, spesso contornati di tanta rabbia, ci sono singoli individui e vite che vanno ben oltre la comunicazione istituzionale. La mia necessità personale ed artistica è diventata quella di associare volti umani ad una parola dotata di un suono sinistro (ma anche di un’etimologia bella, in realtà): “crisi”. La crisi, in quel momento espressa nei fenomeni sociali di precariato e disoccupazione, ha costituito il mio punto di partenza, la psiche e la sensibilità afflitte quello d’arrivo. La prima mossa è stata quella di individuare i luoghi di indagine all’interno dei quali intervistare i soggetti. Ho deciso (anche per scarse possibilità economiche) di limitarmi a Udine (dove sono nato), considerata una città laboriosa, patria della piccola e media industria, allargando, in seguito, l’inchiesta alla capitale della grande industria, Milano. L’unica possibilità di cui disponevo per intervistare le persone era quella di camminare, girare, incontrare e, con gentilezza, chiedere ai soggetti se desideravano condividere con me, un perfetto sconosciuto, la loro esperienza di vita e le loro difficoltà momentanee. La prima intervista è stata un colpo di fortuna perché conoscevo già uno dei due soggetti intervistati. Le altre sono state frutto di molta fatica e tanti rischi. I rischi sono stati la sorpresa più deprimente: dagli uffici di collocamento di Milano al vecchio ospedale di Como, le minacce di denunca per ciò che svolgevo nella totale legalità sono state molte e mi hanno fatto riflettere sulla trasparenza nel settore pubblico in un momento particolarmente complesso. La fatica compiuta nel descrivere tutto ciò, nel dare voce a persone in difficoltà e poi nell’analizzare la loro situazione attraverso una lente psicologica (grazie all’intervento tecnico dello psicologo interno al film) mi hanno portato a realizzare un’opera di quasi cinquanta minuti, sostenuta dal pubblico, ma tragicamente ostacolata dalle istituzioni (ben pronte, peraltro, a presenziare, qualora vi si fosse intravista un’opportunità).
Ma quest’ultima riflessione costituisce un’altra storia. Ciò che mi preme dire qui, ora, è che il mio grazie più sincero va a chi si è prestato a confidarsi davanti alla mia telecamera, a chi si è speso senza mai avermi visto prima, a chi mi ha permesso di far circolare questo lavoro e di promuoverlo. In “Ali di sale” ho inserito anche me stesso, in qualità di soggetto dell’inchiesta, esprimendo volutamente una provocazione. Un anno e mezzo fa, questa veniva definita pessimista, ora è all’ordine del giorno.
Buona visione, se troverete il video.

Thomas Wild Turolo
Regista e film-maker

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Massimiliano Fanni Canelles

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