Ci vorrebbe una stagione di riforme

Patrizio Gonnella

Negli ultimi mesi, noi di Antigone ci siamo costituiti due volte in giudizio (ad Asti e Firenze) per violenze brutali perpetrate da esponenti della polizia penitenziaria nei confronti di persone detenute.

Le prigioni italiane sono malate e sono fonte di malattia. Nelle carceri italiane sono recluse 22.000 persone in più rispetto ai posti letto regolamentari. In concreto, ciò significa che i detenuti non hanno spazio vitale, nelle celle sono costretti a stare in piedi alternativamente, non godono di un minimo di riservatezza quando usufruiscono del bagno, devono dividersi un paio di docce in cento e più persone, oziano chiusi in pochi metri quadrati per 22 ore al giorno. In questo condizioni, non esiste chance di recupero sociale. Le prigioni sono oramai dei dormitori fatiscenti e sporchi, nei quali le condizioni di esistenza hanno oltrepassato la soglia del tollerabile. Lo ha dichiarato il Presidente della Repubblica, lo ha fatto notare anche il Pontefice, lo ha ribadito il Ministro della Giustizia. Eppure, non cambia nulla, o molto poco. Ci vorrebbe una stagione di riforme, la quale, però, stenta a farsi largo tra le mura di un pensiero politico ancora troppo condizionato da una ricerca affannosa di consenso. Questo si ottiene più facilmente parlando alla pancia delle persone. Il paradigma dei diritti umani richiede, invece, coraggio. Il sovraffollamento è determinato da varie cause concorrenti: un’anomalia tutta italiana consiste nell’eccesso di carcerazione di persone in attesa di giudizio (il triplo rispetto a molti Paesi europei), di persone che hanno violato la legge sulle droghe (il doppio rispetto alla media europea), di immigrati detenuti (numeri persino più corposi rispetto a Nazioni caratterizzate da una tradizione di immigrazione, come Francia ed Inghilterra). In questo contesto, appare quasi inutile una tra le migliori leggi penitenziarie del vecchio continente, seppure, nel tempo, contro-riformata varie volte. Come sempre accade nel nostro Paese, il gap tra norme e prassi è però vistoso. Non sempre ciò si riscontra nelle altre Democrazie europee, soprattutto in quelle nordiche.
In Norvegia, ad esempio, hanno sperimentato le liste di attesa penitenziaria: nessuno può essere incarcerato se non vi è posto. In Germania, la Corte Costituzionale ha affermato che lo Stato deve rinunciare al potere di punire se non si trova nelle condizioni di assicurare una vita detentiva dignitosa.
Il sovraffollamento, fonte di malattie e di violazioni di legge, non può però mai legittimare l’uso della violenza. Per 48 anni, l’Italia non aveva mai subito condanne da parte della Corte Europea per i Diritti Umani per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani del 1950, la quale proibisce la tortura. Negli ultimi sei anni, ne ha subite ben cinque. Negli ultimi mesi, noi di Antigone ci siamo costituiti due volte in giudizio (ad Asti e Firenze) per violenze brutali perpetrate da esponenti della polizia penitenziaria nei confronti di persone detenute. Gli autori facevano parte di squadrette penitenziarie, gruppi di agenti di polizia penitenziaria usi a maltrattare i reclusi fuori da ogni regola. Ad uno di loro hanno strappato i capelli con le mani. Oggi, finalmente, hanno luogo i primi processi, seppure tra molte resistenze ed omertà. La tortura, però, non è considerata ancora un crimine per il nostro ordinamento, nonostante le plurime sollecitazioni giunte dall’Onu. L’Italia si è impegnata ad adeguare l’ordinamento interno a quello internazionale dal 1989, ma è rimasta inadempiente. Quest’anno riceveremo la visita degli ispettori europei anti-tortura. Vedremo cosa verrà detto loro.
Intanto, nelle galere italiane si muore. Nel solo 2011 i suicidi sono stati 66, uno ogni mille detenuti. Un numero impressionante, segno di una condizione nella quale i detenuti ed i loro problemi risultano anonimi per i loro custodi. Eppure, qualcosa contro violenze e morti si potrebbe fare subito: il Governo dovrebbe anch’esso costituirsi parte civile ogniqualvolta si instauri un processo per violenze. Il messaggio per chi agisce violenza sarebbe dirompente. In secondo luogo, bisognerebbe garantire ai detenuti la possibilità di avere contatti telefonici frequenti con i loro parenti ed i loro amici. Ciò aiuterebbe tantissimo a sopportare meglio la solitudine e ad evitare i suicidi.
I diritti umani richiedono forme di controllo e monitoraggio. L’Italia non ha mai istituito un organismo di controllo delle condizioni di detenzione, nonostante sia obbligata a farlo da documenti internazionali che firma con tanta facilità. Da qualche anno abbiamo quindi deciso di dare vita ad un organismo di tutela non governativa dei diritti delle persone private della libertà. A noi possono rivolgersi detenuti, familiari, conoscenti, per richiedere una consulenza legale. Abbiamo presentato alla Corte Europea 130 ricorsi circostanziati per sovraffollamento. Nel 2009, l’Italia è stata condannata a Strasburgo perché a Roma un detenuto era costretto a vivere in meno di tre metri quadrati. In ognuno dei 130 ricorsi presentati, la situazione è paragonabile, se non peggiore. La nostra struttura è composta da avvocati ed esperti che lavorano in totale gratuità. La maggior parte delle lamentele dei detenuti riguarda la salute negata, i trasferimenti non concessi, le angherie subite. Di fronte ad un quadro così allarmante, è possibile intervenire. L’assenza di risorse non è una giustificazione: il problema è principalmente culturale.

Patrizio Gonnella
Presidente Associazione Antigone

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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