Emergenza comunitaria

Franco Frattini

La gestione dell’emergenza è un problema europeo. Spiace dover prendere atto di una clamorosa mancanza di solidarietà, di fronte alla quale, tuttavia, noi insisteremo nel chiedere all’Europa di intervenire con un meccanismo serio di ripartizione degli oneri economici, sociali e anche umani del flusso migratorio.

Non siamo in guerra contro il popolo libico. Siamo al suo fianco per consentirgli di riappropriarsi del suo destino. Non siamo indifferenti al dramma degli sfollati e dei migranti. Ci stiamo impegnando affinché ritrovino nelle loro terre d’origine un nuovo orizzonte di vita, che nessuna accoglienza emergenziale potrà mai garantire loro. Non ci stiamo sottraendo alle nostre responsabilità storiche di fronte ai mutamenti epocali che percorrono il Mediterraneo. Stiamo incastonando la nostra azione quotidiana in una prospettiva di medio e lungo periodo, perché il cambiamento sia foriero di stabilità e sviluppo, senza che proliferino nuovi fattori di rischio e di instabilità. La Libia, innanzi tutto. Non “la Comunità Internazionale in Libia”, bensì “per la Libia”, con un comando operativo ora esercitato, anche grazie all’azione svolta dall’Italia, dalla Nato. Gli obiettivi sono quelli fissati dalle Risoluzioni 1970 e 1973 delle Nazioni Unite e si riassumono nella necessità di proteggere in modo imparziale la popolazione civile, nella convinzione che la soluzione della crisi passi attraverso il dialogo nazionale ed un processo costituente. Vogliamo arrivare a costruire, con tutte le forze della società libica che rispondono a parametri di democraticità, una Libia democratica, sovrana, unita, senza imposizioni dall’esterno. Questo percorso passa, certamente, per l’allontanamento di Gheddafi. Non può più essere considerato un interlocutore politico per il cessate il fuoco e per un confronto inclusivo fra tutte le componenti della popolazione libica.

È incoraggiante che, da ultimo alla Conferenza di Londra, si sia consolidato il consenso dei players internazionali nel considerare la missione militare un mezzo per proteggere i civili, laddove il fine sia la costruzione di una nuova Libia unita, con il coinvolgimento di tutte le forze che desiderano costruire un cambiamento fondato su Democrazia, dialogo e rispetto dei diritti umani. In questo contesto, l’Italia è protagonista e svolge il ruolo che le spetta naturalmente, quale ponte – politico e culturale, ancor più ed ancor prima che militare – fra le due sponde del Mediterraneo, operando su tre livelli. In primo luogo, contribuiamo alla direzione politico-strategica della missione, garantendo anche l’efficacia e l’inclusività della cornice NATO nella gestione delle operazioni militari. Al contempo, promuoviamo il pieno coinvolgimento politico degli attori arabi ed africani. In parallelo, stiamo strutturando i contatti con le forze democratiche della società libica. Mi riferisco al Comitato Nazionale di Transizione di Bengasi, il cui programma, fondato su elezioni libere, laicità dello Stato, tutela dei diritti umani e rispetto degli accordi internazionali, lo accredita quale interlocutore credibile. Abbiamo mantenuto alto l’impegno sul versante umanitario, riservando un’attenzione prioritaria al confine libico-tunisino ed alla popolazione di Bengasi. Ma c’è un aspetto umanitario che ci tocca direttamente: i flussi migratori. Ci sono due punti fermi, molto chiari, che vanno tenuti presenti. Innanzi tutto, è necessario distinguere fra i migranti economici che provengono dalla Tunisia ed i veri e propri rifugiati, provenienti dalla Libia e bisognosi di protezione internazionale in senso specifico. I primi debbono essere rimpatriati, o comunque distribuiti in altri Paesi europei. Non per nostro egoismo nazionale, ma nell’interesse loro e del loro Paese.

Ciò non significa chiamarsi fuori, voltarsi dall’altra parte. Per fronteggiare il dramma dell’immigrazione clandestina, risulta fondamentale un’azione seria per la ripresa economica in quei Paesi. Ricordo che, sul piano bilaterale, l’Italia sta già sostenendo, attraverso diverse misure, lo sviluppo dei Paesi interessati dai processi di cambiamento. Penso alla riattivazione dei flussi turistici, allo stimolo agli investimenti privati, anche attraverso linee straordinarie di microcredito, e, nel caso della Tunisia, alla predisposizione di un corposo pacchetto di strumenti finanziari, per complessivi 150 milioni di euro. Ci attendiamo, pertanto, che le Autorità tunisine attuino in senso concreto l’impegno politico a collaborare per prevenire le ondate migratorie, assunto in occasione della visita che il Ministro Maroni ed io abbiamo compiuto a Tunisi qualche giorno fa. Penso anche alla necessità di un urgente cambio di passo nella Politica di Vicinato dell’Unione europea. Le risorse destinate al Mediterraneo nel budget comunitario devono essere commisurate al valore strategico dell’area e vanno allocate in programmi che stimolino la crescita e creino posti di lavoro. Se i processi di cambiamento non venissero indirizzati nella direzione della partecipazione democratica e dell’inclusione sociale, ci troveremmo a fronteggiare non solo massicci flussi di immigrazione illegale, ma anche fondamentalismi, estremismi, e, forse, anche nuovi terrorismi. A questo scopo, è fondamentale l’impegno di tutti noi, dell’Europa, nel promuovere la modernizzazione delle economie della regione, effettuando nuovi investimenti, rimuovendo le barriere economiche e commerciali, favorendo una sempre maggiore integrazione fra le economie e le società civili. Anche la gestione dell’emergenza è un problema europeo. Spiace dover prendere atto di una clamorosa mancanza di solidarietà, di fronte alla quale, tuttavia, noi insisteremo nel chiedere all’Europa di intervenire con un meccanismo serio di ripartizione degli oneri economici, sociali e anche umani del flusso migratorio. Chiediamo con forza che l’Europa si assuma il proprio dovere di coordinamento, pena la fine delle politiche europee come le abbiamo conosciute negli ultimi 50 anni. Verrebbe meno il principio di solidarietà, uno dei pilastri su cui l’Europa è stata creata nel 1957. Noi lavoriamo affinché ciò non accada, affinché ci sia più Europa, anche in questa emergenza. Naturalmente, parte essenziale dello sforzo europeo deve essere anche il rilancio concreto della collaborazione fra l’Unione Europea e la Tunisia nel contrasto all’immigrazione irregolare. Se l’operazione di pattugliamento al largo di Lampedusa, lanciata dalla Frontex a fine febbraio, si è rivelata inefficace, lo si deve proprio al fatto che la Tunisia non ha acconsentito a parteciparvi, riammettendo i migranti intercettati in mare e prevenendo ulteriori partenze dalle proprie coste. In ogni caso, i problemi aperti dai rivolgimenti di questi mesi non si esauriscono nella missione militare in Libia e nell’emergenza migratoria. Guai se perdessimo la visione d’insieme.

La vera priorità è la stabilizzazione nel lungo periodo. Sono sempre più convinto che va riproposto oggi ciò che le potenze alleate – ed in particolare gli Stati Uniti – attuarono all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando le economie dei Paesi dell’Europa occidentale si ripresero solo grazie ad un ‘big push’ finanziario. La vera grande sfida, chiara ed ambiziosa al tempo stesso, è la modernizzazione dei Paesi della sponda Sud. L’Italia ha proposto un Patto per la stabilità e lo sviluppo del Mediterraneo fondato su tre pilastri – assistenza economica sostanziale e visibile, partnership politica, inclusione sociale – che configura un rapporto fra eguali ed intende coniugare organicità di interventi e dimensione etico-politica. Siamo chiamati a promuovere il rispetto per la vita e per i diritti umani fondamentali, il dialogo e la tolleranza, il diritto allo studio, al lavoro, alla promozione sociale. Il diritto a vivere in una società sempre più libera e in sempre migliori condizioni economiche. Il Nord Africa ed il Medio Oriente sono caratterizzati da sviluppo disuguale, ma non sono privi di grandi opportunità di crescita. Il mondo arabo ha una sua multiforme identità culturale, religiosa e sociale, alla quale non possiamo e non dobbiamo accostarci in maniera invasiva. Dobbiamo ricercare assieme una sintesi feconda di valori e modelli, comunemente fondata sul parametro etico assoluto dell’uomo e dei suoi diritti e finalizzata ad offrire ai popoli della regione sempre maggiori possibilità di sviluppo economico. È un’occasione che non possiamo permetterci di sprecare.

Franco Frattini
Ministro degli Affari Esteri

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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