Vogliamo “solo” la libertà

I Cinesi ci lascino la nostra libertà in maniera di religione, educazione, cultura. La realtà è che dobbiamo comunque convivere. Io non penso allo scontro tra Tibet e Cina nel senso di una lotta con un vinto ed un vincitore. Non è così che si devono affrontare i problemi. La scelta giusta è quella del mutuo benessere.

Da Delhi, una lunga corsa in macchina verso il nord, verso Dharamsala. È qui che vive in esilio da quarant’anni il XIV Dalai Lama. Tanto verde e profumo di pino tutt’attorno. Un grande cartello sulla sinistra della strada all’entrata del paese: “Benvenuti nella nuova piccola Lhasa”. Entriamo nella piazza principale, camminiamo in mezzo ad una folla di monaci, lungo una via di negozi che mettono in bella mostra collane di corallo e turchese, bandierine di preghiera, e tutto ciò che può ricordare il Paese d’origine. Qui si svolge la vita quotidiana della gente tibetana che ha seguito il capo spirituale in esilio. Pochi sono i turisti. Proseguiamo verso il palazzo dove risiede il Dalai Lama, qualche centinaio di metri oltre l’abitato, in un luogo isolato. Un grande cancello ed un ampio recinto di mura lo circondano. Ci facciamo annunciare, e siamo ricevuti poco dopo dal segretario generale di “Sua Santità” (questo il suo titolo per i seguaci della religione buddhista). L’udienza è stata fissata per le 13.30, ma un’ora prima siamo già seduti in attesa, in una grande stanza piena di targhe, medaglie e riconoscimenti a favore del Dalai Lama. Per noi sono momenti di tensione. Sotto gli occhi onnipresenti del Buddha, e tra gli affreschi dei monasteri, anche i viaggiatori più smaliziati sentono che si entra in una dimensione in cui la severa maestà del buddhismo sovrasta con forza straordinaria. Ci si spoglia di tutte le convenzioni, di tutti gli orpelli del mondo, per guardare alle sorgenti della nostra esistenza. Un correre veloce di passi annuncia l’incontro atteso. Il segretario ci accompagna nella sala delle udienze, dove il Dalai Lama ci dà il benvenuto. Il colore giallo è predominante. Tante sete dipinte appese alle pareti rappresentano l’iconografia tibetana.
L’intervista può avere inizio.

Lei ha viaggiato ormai in tutto il mondo. Conosce l’Italia e la nostra cultura?
Il mio primo viaggio al di fuori dall’India è stato nel 1973 e la mia prima destinazione è stata Roma, dove contavo di incontrare il Papa. Fin da bambino leggevo con grande interesse riviste e libri illustrati di carattere geografico. E così, quando mi sono trovato in piazza San Pietro, in un certo senso ero già preparato. Molti dei luoghi che ho visitato in questi ultimi anni erano già familiari nella mia mente da quando ero bambino, in una stanza del Potala di Lhasa.

Siamo nel 21° secolo e il pianeta nel quale viviamo è minacciato da problemi gravissimi: povertà, inquinamento, guerre. Come affronta il Buddhismo questi problemi?
Le guerre ed i conflitti oggi minacciano il benessere di tante persone. Bisogna cominciare a pensare che siamo tutti fratelli e sorelle, che ciò che ci divide – la cultura, la nazionalità, la lingua – sono solo etichette, categorie superficiali. In fondo, siamo tutti uguali. Io non penso a me stesso come ad un Asiatico, non mi dico: “Dimentica l’Occidente, tu sei un Orientale”; sarebbe stupido. E, dall’altra parte, sarebbe stupido dire: “Noi siamo i ricchi dell’Occidente, sfruttiamo il resto del mondo”. Perché –come insegna la nostra religione- tutto è interconnesso, il danno di qualcuno diventa il danno di tutti.

Qual è lo stato delle trattative con il governo cinese, a quarant’anni dall’invasione del Tibet?
L’anno scorso sembrava che le cose avessero finalmente imboccato una buona strada. C’erano segnali incoraggianti di un dialogo con le autorità cinesi, anche se sul piano informale, non ufficiale. Dall’autunno scorso, purtroppo, la situazione è decisamente peggiorata. Si è intensificata la repressione della dissidenza interna, abbiamo avuto notizia che dal 10 marzo scorso sono in vigore nuove restrizioni nel Tibet. Tutto ciò non è un bene, né per il nostro popolo, né per la Cina. Perché la Cina stessa desidera comunque unità e stabilità, e non possono esistere un consenso ed una stabilità imposti con le armi.

Lei ha chiesto per il Tibet una “genuina autonomia”. Cosa intende?
Resta valido il piano di pace in cinque punti proposto da tempo ai Cinesi. “Autonomia genuina” significa riconoscere una specificità della cultura tibetana per tutto quanto attiene alla spiritualità del Buddhismo, all’educazione, alla gestione dell’ambiente. In questi settori, i Tibetani hanno lunga esperienza, possono e devono avere poteri decisionali. Per tutto quanto riguarda, invece, la difesa, gli affari esteri, lo sviluppo tecnologico, abbiamo bisogno di un aiuto. I fratelli e le sorelle cinesi possono contribuire benissimo, questo potrebbe essere il loro ruolo nel Tibet. In tutto ciò che attiene allo sviluppo materiale, tecnologico, scientifico, economico, i Cinesi possono fare molto più e molto meglio di noi. Ma ci lascino la nostra libertà in materia di religione, educazione, cultura. La realtà è che dobbiamo comunque convivere. Io non penso allo scontro tra Tibet e Cina nel senso di una lotta con un vinto ed un vincitore. Non è così che si devono affrontare i problemi. La scelta giusta è quella del mutuo benessere. Per quanto riguarda la mia posizione personale, già nel ’92 ho rimesso in discussione l’istituzione dei Dalai Lama in quanto capo politico del Tibet. Il compito della politica va affidato ad un governo tibetano locale, eletto democraticamente. Quando questo sarà costituito, cederò i miei poteri. Quale Dalai Lama, diventerò un semplice monaco buddhista e potrò dedicarmi ancor di più al lavoro spirituale ed alla promozione dei diritti umani.

Il Buddhismo va diffondendosi anche in Europa. La storia ci insegna che, passando da un Paese all’altro, esso si è evoluto in molte scuole diverse: indiana, tibetana, zen. Crede che potrebbe nascere anche una “via occidentale” al Buddhismo?
In Occidente e nei Paesi del mondo arabo c’è un patrimonio culturale e religioso ricchissimo, ben radicato in una tradizione secolare. Milioni di persone hanno tratto grandi benefici spirituali dalle religioni dell’Occidente. È per questo che ritengo giusto, in linea di principio, che essi conservino la loro fede religiosa originaria. Non credo che il Buddhismo debba necessariamente essere esportato, anche se, effettivamente, va diffondendosi e oggi ci sono molte persone, anche da voi, che hanno scelto questa via. Naturalmente, esiste un principio fondamentale, quello della libertà religiosa, che consente a chiunque di scegliere la propria fede. Quanto alle vie o scuole diverse, è vero, ma l’insegnamento fondamentale resta quello di Buddha Sakyamuni. La diversità delle scuole nasce dall’incontro e dalla sintesi di culture e tradizioni diverse, ma questo non significa che cambi il senso più autentico dell’insegnamento. Il Buddhismo si rivolge all’individuo, parla alla mente ed al cuore dell’uomo, lo aiuta a capire quale sia la sua natura più vera ed autentica. Non importa a quale scuola si faccia riferimento per superare lo schermo delle illusioni terrene e per calarsi nell’assoluto che è in noi. L’incontro tra culture e tradizioni diverse è certamente positivo, arricchisce gli uni e gli altri, ma l’uomo resta sostanzialmente lo stesso come essere pensante, dotato di sensazioni ed emozioni. Come Buddhisti, possiamo imparare molte cose dai buoni Cristiani o dai buoni Musulmani: il senso del perdono, ad esempio, o della tolleranza. E loro possono imparare da noi i valori della compassione e le tecniche di meditazione.

La cultura occidentale dello sviluppo ha privilegiato, negli ultimi secoli, l’aspetto materiale dell’esistenza. Non c’è una contraddizione netta con l’approccio buddhista?
Il Buddhismo parla all’individuo, ed è attraverso l’individuo che si può cambiare il mondo. Certo, in Occidente dominano l’economia, la politica, la tecnologia, la scienza. Non so però se queste categorie rappresentino qualcosa di veramente diverso. Perché quando si va a vedere cosa muove l’individuo, cosa lo spinge ad agire in campi come l’economia, la politica, la tecnologia, alla fine si arriva al “principio della motivazione”. Per un Buddhista essa si identifica nella “compassione”, il principio secondo cui niente di ciò che si fa deve arrecare danno agli altri. La mentalità buddhista è per sua natura non egoista, attenta alla natura interconnessa ed interdipendente di tutte le cose, dal nostro prossimo all’ambiente naturale.

Il Dalai Lama mi guarda. Pone la sciarpa bianca attorno al mio collo in segno di benedizione ed amicizia. Sorride e mi stringe forte forte le mani nelle sue. Sorride a lungo, solo per me. Torniamo in albergo: arriva presto la sera, qui a Dharamsala. Fuori, la luna rischiara questo “piccolo Tibet profugo”. Le stelle sono così vicine alla Terra da sembrare fiori bianchi di montagna.

Giorgio Fornoni
Giornalista, scrittore, collaboratore della trasmissione Report

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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