L’analisi dell’eutanasia

La legislazione italiana sanziona penalmente qualsiasi intervento finalizzato ad interrompere una vita umana anche quando questa si trovi in condizioni di sofferenza e di prossimità alla morte. Il dibattito su questo atto che viene chiamato “eutanasia” si è notevolmente ampliato negli ultimi anni interessando non solo le famiglie e le categorie professionali coinvolte nella cura dei malati inguaribili ma anche la gente comune.

Il problema giuridico si identifica nell’interpretazione soprattutto dell’articolo 32 della costituzione che garantisce le cure gratuite agli indigenti ma specifica che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Da questa lettura risulta evidente come ognuno di noi possa rifiutare il trattamento sanitario e quindi anche rifiutare l’utilizzo di macchinari che possano mantenerci in vita in momenti di grave patologia.

Questo atteggiamento di rispetto della libertà vale anche per il rifiuto di idratazione e nutrizione, diritto che viene garantito per esempio nell’applicazione dello sciopero della fame, durante il quale il cittadino può rifiutare cibo e acqua fino al compimento estremo di lasciarsi morire. Sempre l’articolo 32 però consegna allo stato la possibilità di intervenire, e quindi di costringere alle cure un ammalato, quando questi non sia più in grado di intendere e volere o se esso sia sotto l’influenza di pressioni esterne: è il trattamento sanitario obbligatorio istituito e regolamentato dalla legge 180/78.

Il problema si complica infattii, quando ci troviamo in presenza di una persona non cosciente, cioè incapace di decidere e/o comunicare la volontà di sospensione delle cure, cioè in una situazione dove secondo la legge è lo Stato, in un atto composito di tipo medico e giuridico, a prendere le decisioni adeguate alla situazione.

Qui entrano in gioco quattro punti fondamentali e contrastanti. Il primo corrisponde al fatto che nuovamente secondo l’articolo 32 della costituzione lo Stato deve garantire le cure e non la morte e che quindi un’azione intesa verso l’interruzione della vita non è accettata giuridicamente. Il secondo punto però è che sempre per lo stesso articolo costituzionale la legge non può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana e quindi non può costringere al trattamento una vita indegna di essere vissuta. Terzo è che per garantire questo diritto di dignità è necessario trasferire il problema morale relativo all’azione di sospensione della cura ad una terza persona, quasi sempre il medico, che può porsi obiezioni di coscienza e rifiutarsi di compiere l’atto. Il quarto punto, il più dibattuto perché fondamentale, è riuscire a disporre di certezze sulla volontà del paziente.

Proprio su questo aspetto è stata proposta l’applicazione in vita del “Testamento Biologico” che corrisponderebbe alla volontà circa le cure che si intendano o non si intendano ricevere nel caso in cui non si potessero più esprimere di persona le proprie intenzioni. Ma un atto scritto, come anche il “consenso informato” all’accettazione del trattamento medico, non può che essere valido esclusivamente a ridosso dell’atto stesso.

Quante volte ognuno di noi ha cambiato idea trovandosi in situazione nuove o con il bagaglio di nuove esperienze? In definitiva la gestione del “fine vita” nel caso del paziente non cosciente è di difficile risoluzione. Il mio parere come medico è quello di rifiutare sia l’accanimento terapeutico, sia l’applicazione del suicidio assistito, di rispettare sempre la volontà se espressa al momento e di concentrare tutte le energie per difendere la dignità e togliere, soprattutto al paziente non cosciente, ogni tipo di sofferenza.

Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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