Un viaggio nella mia terra con gli ochhi del reporter

“Figlio del Vesuvio” e “Quando non suona la campana”: due documentari che raccontano le difficoltà della vita quotidiana di molti bambini e adolescenti del Meridione, fra “tentazioni” dell’influenza della criminalità organizzata e abbandono scolastico

Lorenzo Giroffi

Partiamo dritti dal cuore della questione. Sono tornato spesso nella mia terra d’origine, la Campania, per provare a raccontare una realtà spesso lontana dai riflettori. Nei luoghi in cui sono cresciuto tutto ha il sapore di periferia. Molte volte non è solo una questione geografica. L’impossibilità di sentirsi parte di un tessuto sociale si è, per certi aspetti, incancrenita.
Tuttavia, negli ultimi anni, la rassegnazione ha lasciato spazio a tante iniziative, fatte di collettivi ed associazioni. Si tratta, però, di progetti parte dello stesso senso di abbandono.
Nelle periferie si va avanti a compartimenti stagni, senza un disegno completo. Così, anche la spinta di realtà indipendenti rischia di disperdersi. Le priorità restano le connessioni nella vita quotidiana.
Bisognerebbe creare luoghi d’aggregazione idonei a fare comunità. Gli investimenti nelle periferie non possono risolversi con una lavagna luminosa in un edificio scolastico.

Nel cuore della periferia di Napoli

Quando ho realizzato “Figli del Vesuvio”, insieme a Giuseppe Manzo, ho voluto puntare lo sguardo sulla Napoli criminale, quella degli innocenti e quella che si ribella. Quest’ultima prova spesso a valorizzare le diverse anime dei rioni della città. Purtroppo, il documentario è tornato drammaticamente d’attualità.
Nei giorni scorsi, infatti, in pieno centro, in una sparatoria è rimasta ferita una bimba di 10 anni. Innocente, come tutti quelli che si ritrovano nel bel mezzo di una guerra raccontata facendo riferimento a qualcosa di lontano, di periferico, appunto.
Questa guerra può diventare facilmente cinematografia o polemica tra personaggi illustri (vedi quella tra Roberto Saviano e Luigi de Magistris), nella quale nessuno entra davvero nel merito. Si tratta, invece, di un’assurda normalità, fatta di lotta spicciola per un micro-potere all’interno di nuovi assetti di una criminalità in grado di cambiare la quotidianità d’intere fette della città. La bambina è stata ferita a Forcella, già nota per la morte di Maikol Russo, ucciso per errore mentre viveva la sua vita normale essendosi imbattuto in un agguato.
L’incontro con la giovane moglie di Maikol rappresenta sicuramente un momento profondamente significativo. Con tutta la disperazione del caso, questa storia fotografa l’abbandono di chi ha perduto il padre dei propri figli e subisce con paura la città in cui vive. Lei dice: “Non puoi uscire di casa perché rischi di essere ucciso per sbaglio. È vita questa?”

Minori di periferia: cosa resta a parte il senso di abbandono?

La Camorra che abbiamo conosciuto nella grande narrazione spintasi fino agli inizi del nuovo millennio ha perso i propri capi storici. Ciò non significa che i clan siano scomparsi, anzi: si stanno riassestando.
Per farlo hanno bisogno anche dei più giovani. C’è, poi, chi, tra i minori, decide di mettersi in proprio aumentando la scia di violenza. Storicamente, i minorenni sono sempre stati utilizzati dai clan perché facili corrieri per la droga e difficili imputati nei processi. Oggi la situazione è degenerata. D’altra parte, la criminalità ricalca le criticità già presenti nella società.
Nello stesso contesto esistono tantissime realtà che irrompono nelle varie assenze istituzionali, recuperando ragazzi rimasti ai margini ed intervenendo soprattutto nel settore scolastico con attività di dopo scuola. Associazioni come “Tra Parentesi” e “Un popolo in cammino” offrono opportunità a chi, nel pomeriggio, non ha altro che circoli abusivi da frequentare. Il bar, la strada e il motorino molte volte sono gli unici strumenti tra le mani dei ragazzini. L’alternativa può essere anche quella di ritrovarsi un pomeriggio per leggere o per svolgere qualche attività non per forza finalizzata al conseguimento di un diploma scolastico.

 

L’unica svolta possibile: la lotta contro l’abbandono scolastico

“Quando non suona la campana” è un documentario da me girato nel 2014. Fa parte dello stesso filone, quello degli emarginati che non fanno notizia perché già status di un disagio. In certe aree d’Italia, abbandonare la scuola alle elementari o alle medie non fa scandalo: coinvolge zone già date per perdute. La dispersione scolastica è un tema che scivola sempre di più nelle retrovie perché, nel 2017, il diritto allo studio si considera come consolidato. Eppure, c’è chi esce fuori dai radar istituzionali e sociali da infante. Ciò non significa per forza camorra o mafia, anche se i recenti fenomeni di baby boss appaiono paralleli, ma sicuramente un’esclusione sociale figlia di apatia, mancanza di formazione, di qualsiasi tipo, e progressivo declino individuale, dunque sociale. Napoli e Palermo sono ai vertici per dispersione scolastica e rappresentano un paradosso rispetto alla loro eredità culturale. Capitali artistiche giunte ad un punto di collisione col mondo dei saperi. Si tratta di due realtà complesse, impossibile generalizzare.
Il documentario si sofferma, infatti, solo su due quartieri (La Sanità a Napoli e Borgo Vecchio a Palermo). Notevoli i problemi strutturali: a La Sanità, quartiere sovrappopolato e con un tasso di natalità altissimo, c’è solo un nido pubblico. Ciò spiega il rapporto con la scuola per un bambino cresciuto in questi quartieri. Per ragazzi abituati a conoscere la strada da subito, tutto quello che è coercizione, come può essere un’aula, stride con le proprie attitudini. Se, poi, l’aula non è attraente come linguaggio, lo è ancor meno per le condizioni in cui è ridotta. La stessa scuola, a volte, crea segregazione, ad esempio con le classi di soli ripetenti.


I programmi scolastici seguono canovacci disallineati dal tessuto umano e sociale. La scuola deve formare gli studenti e fornire loro un metodo. La pedagogia non può continuare a fallire in questo modo, lasciando per strada persone che, al di là del proprio talento, meritano la possibilità di sentirsi parte di una società.
Ci sono insegnanti di frontiera che, ogni giorno, decidono di fare qualcosa in più, spingendosi oltre il programma e le ore di lavoro. A Napoli e a Palermo ho incontrato maestri che organizzano attività teatrali e sportive. Ci sono anche coloro i quali non ce la fanno e, appena possibile, chiedono il trasferimento.
Molte associazioni organizzano servizi di dopo scuola a favore dei ragazzi a rischio di abbandono. Lo fanno assieme ai genitori che, a loro volta, hanno vissuto esperienze di dispersione scolastica. Questa strada potrebbe essere ancora più fruttuosa: a volte, scuola e istituzioni non riconoscono un terzo settore ormai organizzatosi oltre i servizi sociali comunali, in grado, tra mille difficoltà, di portare avanti attività idonee a rappresentare un vero sostegno per gli insegnanti in difficoltà. Talvolta, i docenti non sono capaci di leggere la realtà di un quartiere, magari perché non sono cresciuti lì. Potrebbero attingere da un mondo attivo al di fuori delle strutture istituzionali.
L’importante è creare un ponte tra la strada, non per forza ricettacolo di criminalità, e il mondo della scuola.

Lorenzo Giroffi, giornalista, autore e documentarista indipendente

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