Perché la tragedia di Marcinelle dovrebbe essere storia

Ricorre oggi 8 agosto 2016 l’anniversario della tragedia di Marcinelle in cui 262 minatori, tra cui 136 italiani persero la vita. Si tratta di uno dei periodi più bui per la nostra penisola, per la crisi economica in cui versa, ma è anche un momento determinante per la richiesta su tutto il territorio della Ceca di un miglioramento delle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro e, in secondo luogo, la fine delle discriminazioni nei confronti dei lavoratori stranieri.

Di Maria Grazia Sanna

Credits photo: storicamente.org

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Sono le 8 e 10 dell’8 agosto 1956 nel Bois du Cazier di Marcinelle e 272 minatori di 12 nazionalità diverse si trovano già sul fondo delle miniere quando scoppia uno dei pozzi della struttura,  causando il divampare di un incendio che carbonizza 262 minatori, la quasi totalità di quelli presenti (272). Sono passati 60 anni da quel giorno e, seppure ogni anno si organizzino manifestazioni e celebrazioni in memoria della tragedia di Marcinelle, l’ignoranza sulla vicenda pervade ancora le piazze e le strade di quella monachia a nord dell’Europa, così come quelle della nostra penisola. Eppure quelle ceneri colme delle lacrime di vedove, orfani ed ex minatori sono state un punto di svolta per il futuro dell’Europa e dei migranti nostrani che avrebbero dovuto proseguire la loro vita in Belgio.

Quell’8 agosto non solo ha determinato l’inizio di un lungo processo, a livello europeo (allora si parlava di Comunità Economica del Carbone e dell’acciaio) di miglioramento delle condizioni di sicurezza, ma testimonia ancora oggi uno dei periodi più grigi del nostro paese in cui la necessità di risollevare l’economia con carbone a basso costo e l’urgenza di procurarsi un lavoro di molti operai, specialmente delle regioni del sud, aveva spinto migliaia di italiani a lasciare le proprie case per un luogo sconosciuto che non offriva la possibilità di connettersi e parlare con i propri cari rimasti in Italia.

Il forte esodo verso le miniere del Belgio (tra cui anche Marcinelle) era stato incentivato da un accordo, firmato 10 anni prima nel 1946 dall’allora presidente De Gasperi. Sulla base di questo l’Italia aveva iniziato ad inviare 2000 italiani alla settimana per un totale di 50.000.  Trovarli non era stato difficile: molti si candidavano autonomamente attirati dalle promesse di buoni salari, un alloggio confortevole e di conseguenza di una vita più dignitosa. Nessuno però aveva accennato alle condizioni di lavoro e al perché tra i belgi ci fosse una così cospicua ed improvvisa carenza di minatori. Il Belgio era infatti da sempre un paese di estrazione mineraria ed in particolare del carbone, le nuove generazioni però si rifiutavano di scendere nelle miniere senza delle adeguate condizioni di sicurezza.

Allo stesso tempo non accettavano che una così massiccia quantità di stranieri potesse occupare il loro posto o quello di un connazionale. La comunità italiana, in particolare, una delle più numerose sul territorio, veniva continuamente denigrata dai belgi. Sulle insegne dei negozi iniziarono persino ad apparire cartelli con le scritte “no italiani” e “no cani”. Si vociferava persino che gli italiani rubassero le loro donne – scherza un emigrato di prima generazione. Tutto ciò accadeva mentre si tentava di richiudere una delle pagine più buie della storia dell’Europa occidentale per la crudele usurpazione di qualsiasi forma di diritto umano: la deportazione nei campi di concentramento e il genocidio di tutti coloro che, secondo le indicazioni di Hitler, non appartenevano alla razza ariana.

Credits photo: molisedoc.it

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Non c’è assolutamente paragone con quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma offrire ai nuovi arrivati come domicilio le ex strutture dei campi ed avere atteggiamenti razzisti nei loro confronti non era un buon modo di manifestare quel clima di solidarietà che avrebbe dovuto essere la base della nuova Ceca.

Nessuno capiva che gli italiani partivano da una condizione inferiore rispetto ai belgi e lavorare nelle miniere gli dava una ragione per soppravvivere. Proprio come accade oggi quando ci si allarma per l’arrivo di un numero spropositato di migranti, per di più provenienti da stati in guerra (come Siria, Libano e Iraq) e da regioni in assoluto regime di povertà. Si teme che “ci rubino il posto di lavoro” o ancor peggio che “compiano atti violenti” (terrore incrementato dopo i gravissimi attacchi alla redazione di Charlie Hebdo, al Bataclan a Parigi, all’aeroporto di Bruxelles, alla Promenade des anglais a Nizza) e si innalzano barriere o si fugge dall’Unione Europea, evitando di affrontare il problema.

Queste reazioni così simili non cancellano, fortunatamente, molti degli innumerevoli passi in avanti fatti dall’incendio di Marcinelle a oggi, tra cui la creazione di un’area di circolazione e apertura al mercato del lavoro sul territorio europeo sancita come principio dall’art. 45 c.1 del TFUE (la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione è assicurata) ma soprattutto il progressivo aumento delle norme e degli accorgimenti a favore della sicurezza.

Nel 1957, a seguito del disastro di Marcinelle, viene istituito alll’interno della Ceca un Organo permanente per il controllo delle condizioni di sicurezza nelle miniere. Si tratta solo del primo passo verso il miglioramento dell’ambiente di lavoro: questo obbiettivo spinge infatti la Ce ad avviare tre programmi di azione, il cui risultato ultimo è una responsabilizzazione non solo oggettiva ma anche soggettiva per la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro e l’emanazione di una serie di principi e obblighi cui tutti gli stati membri dovranno dare corpus con normative nazionali (Belgio incluso).

 

 

 

 

 

Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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