Le sostanze vietate

Roberta Pacifici

L’assunzione di farmaci e/o sostanze vietate per doping espone l’individuo a seri rischi per la salute: le persone sane che ne fanno uso/abuso possono ricadere sotto gli effetti dannosi provocati da sostanze potenzialmente tossiche o inutili per l’organismo.

La legge 376 del 14 dicembre 2000 definisce doping la “somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti” (art. 1 comma 2).
Nel corso del 2011, la Commissione di Vigilanza e di controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive (CVD), istituita presso il Ministero della Salute, ha programmato controlli antidoping su 1.676 atleti praticanti diverse attività sportive. Sono risultati positivi 52 controlli, pari al 3,1% degli atleti sottoposti ad esame. Le discipline in cui si sono effettuati i maggiori controlli sono il ciclismo, il calcio, il nuoto, la pallacanestro, la pallavolo, l’atletica leggera e gli sport invernali. Le percentuali più elevate di atleti positivi ai controlli antidoping sono state riscontrate nel ciclismo (4,4%) e negli sport invernali (3,7%). Le sostanze vietate rilevate più frequentemente sono state diuretici ed agenti mascheranti (24,8%), seguiti da anabolizzanti (20,0%), cannabinoidi (17,3%) e stimolanti (16,6%).
Oltre a costituire un illecito con conseguenze di carattere penale, l’assunzione di farmaci e/o sostanze vietate per doping espone l’individuo a seri rischi per la salute: le persone sane che ne fanno uso/abuso possono ricadere sotto gli effetti dannosi provocati da sostanze potenzialmente tossiche o inutili per l’organismo.
Di seguito, alcuni esempi circa gli effetti tossici prodotti da alcune tra le più diffuse sostanze vietate per doping.

Anabolizzanti

Gli agenti anabolizzanti, quali il testosterone, il nandrolone, lo stanozololo e molti altri, vengono utilizzati a scopo di doping principalmente perché in grado di aumentare la massa muscolare e diminuire la massa grassa.
Il loro uso procura effetti collaterali importanti soprattutto in età prepubere poiché determina una saldatura precoce delle cartilagini epifisali: tale ossificazione delle estremità determina una statura più bassa rispetto a quella che il soggetto avrebbe raggiunto senza l’assunzione aggiuntiva dell’ormone.
L’abuso del testosterone, come quello di qualsiasi altro tipo di agente anabolizzante, causa alterazioni reversibili ed irreversibili. Gli effetti del loro uso prolungato, legati alla capacità di determinare aumento della massa muscolare, diminuzione della massa grassa e maggiore resistenza alla fatica, ricadono principalmente a carico del fegato e del sistema cardiovascolare. Si traducono in colestasi, epatiti, peliosi e forme tumorali per quanto concerne i danni epatici; cardiomiopatie, infarto miocardico acuto ed embolia polmonare per quanto attiene al sistema cardiovascolare, gravemente compromesso. Lo sviluppo esagerato delle masse muscolari rispetto alle strutture tendinee, legamentose ed ossee può provocare, inoltre, danni al sistema osteomuscolare che si manifestano con tendiniti, rotture tendinee o legamentose, fratture.
Tra gli effetti procurati dall’uso di agenti anabolizzanti, nei maschi vi sono la riduzione della produzione di spermatozoi (oligospermia) ed il restringimento dei testicoli (atrofia testicolare), oltre ad ipertensione ed ittero; nella donna inducono la soppressione della funzione ovarica, l’atrofia della ghiandola mammaria e la virilizzazione.
L’alterazione della secrezione delle ghiandole sebacee indotta da assunzioni ormonali può, inoltre, provocare nell’adulto acne e secrezione untuosa della cute (seborrea), entrambe fisiologicamente frequenti in fase adolescenziale.
Anche il comportamento sessuale può variare in seguito all’abuso di agenti anabolizzanti. L’incremento iniziale della libido, della virilità e dei comportamenti euforici e mascolini è seguito, a causa del metabolismo dello steroide in estrogeni, da una loro marcata riduzione.
Accanto agli effetti descritti, non vanno sottovalutati i danni psichici, che si manifestano con diverse alterazioni di ordine psichiatrico, come disforia, psicosi, depressione, aggressività e manie.

EPO (eritropoietina)

L’eritropoietina, o EPO, è un fattore di crescita ormonale prodotto principalmente dai reni in condizioni di ipossia e, in misura minore, dal fegato e dal cervello. È in grado di indurre, nel midollo osseo, la differenziazione delle cellule staminali in nuovi globuli rossi (eritropoiesi).
Stimolando l’aumento della produzione fisiologica di globuli rossi e, quindi, il trasporto di ossigeno nel sangue, l’EPO viene utilizzato a scopo di doping per godere dei vantaggi collegati ad un metabolismo aerobico più potente: ad esempio, ritardata formazione dell’acido lattico, prolungata resistenza ed efficienza del muscolo, ritardata sensazione di fatica. Se tale aumento dei globuli rossi eccede rispetto alle necessità dell’organismo, può però verificarsi un pericoloso innalzamento della viscosità del sangue e, con ciò, un potenziale rischio di sofferenza delle cellule periferiche o dell’intero organismo, con alterazioni della termoregolazione o della circolazione periferica: ad esempio, colpi di calore (in caso di climi caldi), trombi ed ischemie che possono provocare, a loro volta, spasmi, dolore, infarti, ictus, morte.
Un incremento esagerato dei globuli rossi nel sangue può, inoltre, provocare effetti collaterali importanti, quali eccessiva distruzione dei globuli rossi con emoglobinemia ed emoglobinuria (presenza di emoglobina nel sangue e nelle urine), ittero (dovuto all’eccessiva distruzione dei globuli rossi in eccesso – emolisi –), lesioni renali (i capillari renali, deputati al filtraggio del sangue per produrre urina, risultano particolarmente sensibili all’eccessiva densità del sangue).

Stimolanti

Le sostanze che stimolano il Sistema Nervoso Centrale (SNC), come le amfetamine e la cocaina, sono usate a scopo di doping per ottenere riflessi più reattivi, stimolare il metabolismo generale (i giri del proprio motore), dimagrire (aumento del consumo).
L’uso degli stimolanti può indurre anche l’incremento di alcuni comportamenti più complessi, come la concentrazione, l’aggressività e la competitività, enfatizzate da un generale e soggettivo senso di benessere, di “perfetto funzionamento” del proprio corpo, che, in certi casi, si potrebbe paragonare ad un vero e proprio “delirio di onnipotenza”.
Alcune molecole che costituiscono gli stimolanti possono indurre una riduzione della sensazione di fatica (psicologica e metabolica) che deriva solo da una deformata (allucinata) percezione del proprio corpo e dell’ambiente: questa distorsione nella percezione della reale situazione soggettiva e oggettiva è spesso causa di errori di coordinazione o di relazione che, nei casi più gravi, portano ad incidenti o traumi, ma anche ad incomprensioni e malintesi con le altre persone.
Tra gli effetti “indesiderati” determinati dall’assunzione delle diverse sostanze stimolanti ve n’è uno comune a tutti: l’effetto rebound, letteralmente “rimbalzo”, che consiste in una risposta in senso opposto e che si può manifestare quando viene interrotta una terapia.
Il loro uso provoca gravi effetti sul sistema nervoso centrale: costituiscono, infatti, la causa di convulsioni, perdita del senso critico, tremori, aggressività, forte stato depressivo, psicosi, tossicomania.

Medicalizzazione dell’atleta

Accanto al fenomeno del doping, esiste anche il grave problema dell’assunzione impropria di sostanze non proibite per doping, quali medicamenti, medicine non convenzionali, vitamine, sali minerali, prodotti nutrizionali. Questo fenomeno, noto anche come “medicalizzazione dell’atleta”, è diventato ormai una consuetudine pressoché generalizzata e consolidata tra i soggetti dediti allo sport competitivo in ambito professionistico, dilettantistico ed anche amatoriale.
Il ricorso a tali sostanze senza valide giustificazioni mediche e scientifiche rappresenta un pericolo per la salute in quanto, a fronte della non evidenza di un miglioramento della performance sportiva, risulta possibile la comparsa di reazioni avverse. Generalmente, infatti, i farmaci sono selettivi, per cui, per agire, presentano un gran numero di effetti collaterali indesiderati, accettati nella medicina terapeutica, ma che si traducono in danno alla salute nel caso di uso ed abuso da parte di soggetti che non necessitano di tali sostanze per uso terapeutico. Antidolorifici ed antinfiammatori sono tra le categorie di farmaci ampiamente utilizzate, con percentuali molto maggiori fra i praticanti attività sportiva rispetto alla popolazione generale.
Si comprende bene che, se il misuso riguarda i praticanti sportivi, gli effetti indesiderati ed i rischi aumentano considerevolmente: nella pratica sportiva, infatti, specie se impostata irrazionalmente ed in modo inadeguato al soggetto, il dolore ed i processi infiammatori sono all’ordine del giorno. In queste condizioni, il praticante sportivo, vittima della tendenza all’abuso di farmaci, sviluppa un adattamento per il quale, sempre più spesso e con maggiori dosaggi, sentirà il bisogno di affrontare e tentare di risolvere i traumatismi ed i microtraumatismi ricorrendo all’uso di antidolorifici ed antinfiammatori.
Se gli atleti di alto livello ritengono di “giustificare” con le esigenze professionali il continuo ricorso a farmaci di diverso tipo, per i giovani che praticano sport – il cui fine dovrebbe essere il miglioramento dello stato di salute e dell’efficienza fisica – non si comprende il ricorso all’uso di un antidolorifico o di un antiflogistico semplicemente per non perdere una seduta di allenamento.

Roberta Pacifici
Direttore Reparto Farmacodipendenza, tossicodipendenza e doping – Istituto Superiore di Sanità

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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