Obbligati a vincere

Gianluca Santilli

Se lo sport e la vita vengono tramutati in palcoscenici e spettacoli nei quali viene considerato positivamente sempre e solo chi ci stupisce con effetti speciali, sarà del tutto inutile affannarsi a combattere il doping.

Doping. Se ne parla tanto e da tanto tempo, ma nessuno ha realmente idea di come gestirlo e, soprattutto, come sconfiggerlo. Tanto meno chi scrive.
E poi, cos’è veramente il doping?
Da giurista, mi è semplice riportare l’art. 1, comma 2 della l. n. 376 del 2000: “Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”.
Ma il doping, oltre a quanto indicato nella legge, è molto, moltissimo altro. È doping il sempre più consolidato mancato rispetto dell’etica sportiva, ma lo è anche ogni scorciatoia intrapresa per conseguire un risultato. Lo è, estremizzando, anche la semplice raccomandazione.
In buona sostanza, il doping è figlio di due concetti paralleli: la mancanza di educazione e senso civico e l’obbligo di primeggiare imposto oggi dai canoni della nostra vita.
Le recenti Olimpiadi hanno confermato in modo fragoroso in specie questo secondo concetto. Atleti obbligati a vincere e criticati ferocemente per essere arrivati “solamente” ad una finale olimpica senza vincere una medaglia. Il caso tristissimo, anche se, purtroppo, non isolato, di Alex Schwazer, è emblematico.
Ma se lo sport e, aggiungerei, la vita vengono tramutati in palcoscenici e spettacoli nei quali viene considerato positivamente sempre e solo chi ci stupisce con effetti speciali, sarà del tutto inutile affannarsi a combattere il doping.
La mia attività di Procuratore della Federciclismo mi ha portato ad indagare sulle pratiche mediche di una squadra di ragazzi di età compresa tra i 16 ed i 18 anni, ai quali venivano sistematicamente praticate iniezioni e flebo con farmaci non dopanti, ma per i quali era necessaria la ricetta del medico sociale. Quest’ultimo disponeva le prescrizioni in totale assenza di patologie e con il pieno consenso dei genitori dei ragazzi.
Il fatto che non si trattasse di doping lasciava tutti non solo tranquilli, ma, addirittura, sbigottiti del mio deferimento per lesione dell’etica sportiva. La sentenza che ha condannato il medico ad una squalifica assieme ai dirigenti della squadra, proprio per lesione dell’etica sportiva, è stata esageratamente considerata storica. La Cassazione ha però statuito successivamente lo stesso principio e le siringhe sono state bandite dall’Unione Ciclistica Internazionale, se non utilizzate in presenza di patologie accertate.
Si è trattato di un primo, timido segnale che ha fatto emergere solo la punta di un immenso iceberg composto da ignoranza, maleducazione, arroganza e cresciuto a dismisura come la voglia di primeggiare di tutti, a tutti i costi, in ogni settore.
Si dopano o assumono sostanze che si pensa possano favorire certi risultati anche attempati amatori i quali, con la pancetta, si scoprono maratoneti, ciclisti, calciatori, tennisti. Non per vincere, ma per battere l’amico, conquistare l’attenzione durante una cena, farsi belli ed accrescere la propria autostima.
Si assume di tutto per dimagrire, ringiovanire, fare sesso, essere sempre reattivi: è la iper medicalizzazione che, tra l’altro, si scontra con la necessità di limitare al massimo la spesa sanitaria e, soprattutto, salvaguardare la salute.
Oramai, molti, moltissimi medici non esitano a considerare l’attività fisica come estremamente salutare e lo sport eccessivo come dannoso.
Eppure, gli amatori, che nulla hanno né devono avere a che fare con gli sportivi professionisti, non esitano a sobbarcarsi carichi di allenamento pazzeschi che, per l’appunto, portano a ritenere l’”aiutino” indispensabile, sobillati da praticoni e ciarlatani o, spesso, dall’amico di allenamento.
Questa digressione mi è parsa necessaria per far comprendere quanto ampio sia il fenomeno doping e quanto complesse le dinamiche che lo interessano.
Recentemente, si sta sempre più spesso ipotizzando che una soluzione sia rappresentata dalla liberalizzazione del doping. L’apertura mentale, che, a mio avviso, deve essere sempre totale, porta a ritenere che questa ipotesi possa avere una qualche valenza per quanto attiene ai soli professionisti dello sport, obbligati al risultato dal quale dipende il loro lavoro in modo sin troppo evidente.
Il contratto della stagione successiva ad una serie di vittorie è radicalmente diverso da quello di chi può vantare solo qualche discreto piazzamento. La visibilità del vincitore è oggi esponenzialmente cresciuta e trasversale. Gli sponsor pretendono visibilità e quindi vittorie. Ed un declino, anche se temporaneo, è letale per la carriera dello sportivo. Dietro il vincitore premono in tanti e pochi si fanno scrupoli pur di sostituirlo in fretta.
Poi, altro assunto letale, è diffusa la sensazione che il doping sia vietato, ma che non nuoccia alla salute. Quindi, l’unico problema non è assumerlo, ma non farsi scoprire.
È il gioco infinito tra guardie e ladri.
Lo spettatore pensa che chi è stato scoperto sia solo più sfortunato di chi l’ha fatta franca: la percezione diffusa è che si dopino tutti.
D’altronde, se i ciclisti vanno come motociclette per centinaia di km, se la maratona si corre a oltre 20 km l’ora e si vince in volata, se i 100 metri scorrono via in un amen, se il calcio di vertice si pratica 2/3 volte la settimana, e potrei continuare all’infinito, perché nessuno sport, e sottolineo nessuno, come ho potuto constatare dal mio osservatorio della Commissione Vigilanza Doping e Tutela della Salute del Ministero della Salute, è immune dal doping, è evidente che la domanda di chi lo sport lo organizza e gestisce è questa, perché il prodotto sport si vende solo a queste condizioni.
Liberalizzazione, allora? La mia personale idea al riguardo è fermamente negativa. Non solo per la liberalizzazione a favore di sportivi professionisti, come tali supportati da medici e specialisti, quanto per l’influenza radicalmente negativa di una pratica del genere su tutti.
Il doping avrà qualche possibilità di essere sconfitto solamente con una decisa, capillare e determinata rieducazione, la quale deve partire dai più giovani e dai loro genitori. In questi casi, l’esempio è fondamentale.
Ma per avviare quest’opera con qualche speranza di successo, lassù, nelle stanze che gestiscono lo sport di vertice, si dovranno assumere decisioni drastiche. Squalifica a vita per chi viene trovato positivo e sanzioni molto elevate all’atleta ed alla sua squadra, con particolare riferimento a dirigenti e medici grazie ad un’applicazione rigorosa e sistematica della responsabilità oggettiva.
Chi ha avuto a che fare con il doping deve essere allontanato dalle nazionali di appartenenza, in modo tale che gli sia inibita la partecipazione alle competizioni più importanti (mondiali ed Olimpiadi su tutte).
Gli sponsor dovrebbero indirizzarsi solo verso società che hanno fatto del rigore e dell’etica il loro credo, e non per motivi aulici, ma perché solo quelle sono in grado di garantire che l’immagine dello sponsor stesso non venga mai danneggiata da un atleta dopato.
Ma solo una normativa uniforme ed internazionale può favorire questo processo, in specie se unita ad un’azione decisa e coerente sulle giovani generazioni di sportivi.
Una sensibilizzazione forte e costante sui danni, spesso letali, del doping andrebbe avviata con decisione perché, come detto, è ancora troppo diffusa la convinzione che il doping sia vietato, ma non nocivo.
Far vedere a tutti come si riduce il cuore di chi assume EPO potrebbe rappresentare uno shock utile e convincente.
Quindi, e per concludere, il percorso è lungo e non si sa se dal tunnel si riuscirà ad uscire. Di certo, vale la pena provarci in ogni modo.

Gianluca Santilli
Avvocato, Procuratore federale della Federazione ciclistica italiana

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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