Dal profumo d’inchiostro ai bagliori del video

Quando si parla di letteratura, una delle domande chiave che ritorna spesso nella nostra era digitalizzata è: il romanzo cartaceo può sopravvivere?

Carola Flauto

Mi permetterete una premessa un po’ romantica. Il romanzo è un viaggio. Letto su carta è un percorso su un treno a vapore, con l’odore delle pagine che assume fragranza diversa a seconda dell’autore in cui mi imbatto. Quando apro la Ricerca del tempo perduto di Proust quell’odore si espande e sa di tè e madelaine, di ricordi e sinestesie. L’aroma de L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera è quello della fuga dalla prigionia di Tereza. Ricordo parti sottolineate con un pennarello fosforescente perché mi sembravano cucite addosso. Come lettrice ogni mattoncino di carta della mia libreria ha una sua storia, un percorso collegato a un momento della mia vita. Ricordo che mi ha seguito in Africa, in Mali, quando sono partita per un progetto di cooperazione allo sviluppo.
Al ritorno in Italia, le pagine di quel libro erano rossastre come la laterite della savana. Di quell’edizione così malandata non potrei mai disfarmi. Non a caso le biblioteche degli scrittori scomparsi diventano poi patrimonio della collettività, non potrebbero mai andare al macero.
Sapere che quelle edizioni cartacee di classici sono appartenute al quotidiano di grandi scrittori mi emoziona quanto il contenuto delle opere. L’involucro diventa un tutt’uno con il contenuto. Il mio Pinocchio, edizione anni ‘70, ha la costina mangiucchiata. Ricordo anche il perché, e quel perché mi consola, come una rimembranza leopardiana. Le copertine, le scelte editoriali sono parte importante del tutto.


Dunque? Quanto conta la veste cartacea? Umberto Eco ha scritto “[…] Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l’elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, son difficili da manovrare, e costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio, in casa e nelle biblioteche pubbliche, per i libri da leggere che vanno dalla Divina Commedia all’ultimo romanzo giallo.

I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Son fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancor letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale”.
Non si può non condividere l’approccio emotivo di Eco con l’oggetto libro. Detto ciò, occorre avventurarsi in un terreno più preoccupante, che non attiene tanto alla sopravvivenza del libro cartaceo nell’era del digitale, ma alla bassissima percentuale di lettori in Italia, soprattutto tra i giovani, al di là del fatto che sfoglino libri tradizionali o e-book.

romanzo e ebook

Tale pensiero è maturato sia per la mia esperienza di docente di letteratura nei licei e sia per quella di scrittrice di romanzi, soprattutto rivolti ai ragazzi e che parlano di ragazzi (uno dei quali già nel 2004 aveva una versione sonora e un Cd rom per approfondirne i contenuti con ricerche ad hoc). Quindi, di fronte agli l’electronic-book, versione digitale di un libro stampato, non potrei mai assumere un atteggiamento spocchioso: mi interessa soprattutto che i giovani leggano e non importa con quali mezzi.

Sarebbe come dire: “Viaggiate, scoprite il mondo: ma a piedi e non con gli aerei”. Il mezzo non sostituisce il contenuto. Il problema per i nostri giovani non è la scelta dell’involucro che ospita scrittura, ma la liquidità dell’informazione che viaggia velocemente e brucia l’attenzione attraverso la rete, e distoglie dalla capacità di soffermarsi a leggere.

La rete, se da un lato attiva l’interconnessione delle conoscenze, dall’altro, senza una capacità di orientamento, può, nella maggioranza dei casi, essere una trappola mentale che crea abitudini estremamente negative per l’organicità della conoscenza: “leggicchiatura” a singhiozzo delle pagine virtuali, estrapolazione di pezzi dai contesti complessivi della comunicazione, diminuzione dell’attenzione sul lungo respiro, acquisizione di contenuti sincopati, disinteresse per la ricerca delle fonti e, infine, perdita della capacità di lettura su tempi prolungati che sviluppa riflessione e immaginazione. E allora, l’unico luogo per arginare tali pericoli è la scuola, la cattedrale dove si insegna la “fede” nella conoscenza e, soprattutto, la dimora dove si educa alla decodificazione di tutti i linguaggi della comunicazione, in particolare quello che viaggia in rete attraverso tutti i contenitori digitali di informazione e interazione.
L’aula reale è il luogo dove far accrescere la passione per la lettura e, soprattutto, la scoperta della bellezza della letteratura come ordine del caos della vita, anche attraverso supporti multimediali.
La mia esperienza quotidiana coi miei alunni è vissuta in questa continua circolarità, la lettura dei romanzi che poi stimolano punti di vista e confronti da ricercare nella realtà vissuta e nella realtà virtuale.
La duplice modalità di aprire finestre sul mondo: la lim sempre accesa che ci collega ovunque, anche in Papuasia, ma, comunque, sul banco, è aperto il libro visionario degli Scritti corsari di Pasolini o Il castello dei destini incrociati di Calvino, che con la narrazione ha raccontato l’universalità dell’intreccio ariostesco. Le parole, quelle “per dirlo”, per scoprirne le trappole che spesso nascondono, per svelarne la magia, per assaporarne la poliedricità e la plasticità, la mutevolezza e la musicalità, sono il pane di cui ci nutriamo per creare legami o le pietre di cui ci serviamo per innescare guerre.
D’altronde, la parola scritta e parlata è antica quanto l’Homo sapiens e solo sapendola scomporre e ricomporre si può cambiare il mondo. Non importa attraverso quale mezzo la si diffonda, l’importante è saperla pensare e pesare, avere coscienza del suo uso. La parola, che fluisce sulla pagina virtuale o di carta, è e resterà sempre il nucleo antico primordiale di tutto.

Carola Flauto, scrittrice e docente di letteratura italiana negli Istituti superiori

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