Giulia Ciarapica, professione bookblogger

Come, dove e, soprattutto, perché l’amore per i libri si può trasformare in un lavoro

Giulia Ciarapica

Siamo nel pieno dell’era digitale, ogni cosa è a portata di click e tutto ciò che vogliamo sapere lo troviamo, in tempo reale, sullo schermo di un pc, di un tablet o di uno smartphone. Insomma, che si parli di politica, di economia o di sport, ora l’informazione è appannaggio soprattutto del web 2.0, fatto non solo di siti e blog, ma anche di social network.
È da qui che passa la realtà, più o meno filtrata, più o meno dura, più o meno edulcorata. Anche quando si tratta di fare informazione culturale ci appelliamo agli strumenti della tecnologia. Accantoniamo per un attimo i cari vecchi giornali e concentriamoci sul bookblog.

Giulia Ciarapica
Cos’è un bookblog? Semplice, uno spazio digitale, autogestito, in cui poter parlare di libri come meglio si crede, in base ai propri mezzi. Ho iniziato due anni fa questo percorso che, devo dire, mi ha offerto infinite possibilità e mi ha dato modo di farmi conoscere in tutta Italia (e anche in qualche Paese europeo: ad esempio, il mio blog Chez Giulia è molto seguito in Spagna e in Francia, con qualche visita anche dagli USA).
Il meccanismo del bookblog è quanto di più semplice esista e, cosa fondamentale, è alla portata di tutti: tutti
possono aprire un blog, tutti possono leggerlo, tutti possono interagire con commenti e condivisioni. Questa tendenza, diffusasi soprattutto negli ultimi anni, ha dei pro e dei contro, proprio per via di una diffusione così ampia: la voglia di aprire un blog che parli di libri “perché tutti ne hanno uno” in certi casi supera la passione reale per la letteratura e i prodotti in cui ci imbattiamo non sono sempre eccellenti. Qualcuno, addirittura, sfiora a malapena la sufficienza. Discutere, consigliare,
confrontarsi sui libri letti – di cui il curatore del blog scriverà una recensione – non significa semplicemente riportarne la trama o ciò che è già scritto sulla quarta di copertina, ma, innanzitutto, esprimere una propria opinione, un commento critico sul contenuto e sullo stile del testo in analisi.


Ecco, quindi, che si comincia a parlare di critica letteraria 2.0, ciò che, ogni giorno, tento di fare anch’io sul mio blog. La critica letteraria non è solo quella che abbiamo studiato a scuola, dei grandi nomi, come Cesare Garboli o Alberto Arbasino, ma è anche quella che ognuno di noi, con l’adeguata preparazione e la giusta dose di passione, può realizzare. Analizzare un libro significa leggerlo attentamente, coglierne il messaggio chiave e annotare tutti quegli elementi che hanno contribuito alla sua bellezza. Sono i dettagli che arricchiscono la critica letteraria, occhio e sensibilità non devono far altro che allenarsi per scovarli.
Tutto ciò può diventare un vero e proprio lavoro? Cosa ne facciamo di tutta la materia se non possiamo sfruttarla
a livello professionale? Giusta osservazione, ma io dico già che sì, si può trasformare una passione in un lavoro, esattamente come sto facendo io. La prima cosa da sapere è che, con il bookblog, ricchi non si diventa (dopotutto, chi parla di libri in Italia non lo è quasi mai). È un investimento, un progetto, “un’azienda” da gestire nel miglior modo possibile, da sfruttare con ogni mezzo di comunicazione. La strada è lunga, ma i risultati arrivano e, come nel mio caso, arrivano anche grazie ai tanto demonizzati social network. Come tutti gli strumenti digitali, si deve sapere come utilizzarli. Facebook, Twitter, Instagram, sono loro che ci garantiscono visualizzazioni, condivisioni, click e, dunque, pubblicità. Interagire con gli altri utenti di questi social significa, in qualche modo, “vendere” il proprio prodotto, quindi un’abilità, un talento. Questo non incrementa soltanto il traffico del blog, ma innesca anche l’arma più potente, quella del passaparola. Il tamtam sul web è la chiave per il successo: più contenuti possiedi, più articoli pubblichi, più la gente legge, commenta e condivide, più hai possibilità di promuovere il tuo lavoro su larga scala.
Pochi gesti, semplici: la cura del blog (anche estetica. L’occhio, si sa, vuole la sua parte), la qualità di ciò che si pubblica; attenzione ai consigli che si danno (i libri sono pericolosi, un consiglio sbagliato può anche fare del male), attenzione agli orari in cui si condividono i post sui social. Piccole accortezze che, a mano a mano, portano ad un’alta visibilità e, dunque, anche al guadagno: c’è chi chiederà una collaborazione, chi l’inserimento di pubblicità, ma, soprattutto, ci sarà chi, leggendo, potrà offrire nuove opportunità di lavoro, anche al di fuori della propria singola piattaforma. Il classico “da cosa nasce cosa”, insomma. Assolutamente da non sottovalutare.
Accanto al classico blogging, è possibile dar sfogo alla propria fantasia, inserendo elementi innovativi.
Si tratta di un’azienda? E allora bisogna essere creativi!


Da un anno ho aperto un canale YouTube in cui, chiaramente, parlo di libri e, nello specifico, cerco di consigliarne la lettura in video di tre minuti circa. Ho inserito il link al canale e alcuni dei miei video sul blog perché credo che, in un Paese come il nostro, in cui si legge poco, sia giusto cercare di invogliare il pubblico – i non lettori – con mezzi alternativi, mettendoci la faccia, la voce e, soprattutto, l’ironia. Ecco, l’ironia. Uno strumento di lavoro da non trascurare! La letteratura non è appannaggio di un ristretto gruppo di intenditori, ma è qualcosa che parla all’uomo, che è stata scritta dall’uomo e che affronta i problemi dell’uomo. Dunque, nella sua meravigliosa semplicità, deve arrivare a tutti. Grazie al web, oggi è possibile.
Investire in un progetto di questo tipo richiede pazienza, dedizione e, soprattutto, tempo. Si spende tempo anche per curare l’attività sui social network. Prima accennavo ad una demonizzazione dei social, specie quando si parla di letteratura: c’è chi pensa che certe piattaforme digitali non siano in grado di ospitare contenuti culturali, nello specifico letterari, perché la letteratura perderebbe, in qualche modo, la sua “aura” di nobiltà.
Eppure, la socialletteratura altro non è che la letteratura 2.0, vale a dire, ancora una volta, alla portata di tutti.
Si può fare letteratura su Twitter con soli 140 caratteri? Sì. Parlare di un libro attraverso i tweet è possibile, nonostante le difficoltà (è pur vero che 140 caratteri sono pochi, ma è anche vero che diventa un esercizio utile a riassumere, in poche parole, il concetto che si vuole esprimere andando dritti al punto) o le riserve di qualcuno: un commento critico adeguat e puntuale può essere condensato anche in poche battute.

La questione, ovviamente, si semplifica se parliamo di Facebook: un diario virtuale, in cui non ci sono limiti di caratteri e in cui la conversazione è più agevole grazie ai commenti (o ai forum e ai gruppi dedicati al tema), offre una possibilità maggiore di discussione. È evidente quanto i social network agevolino il confronto, anche in materia letteraria: postare la foto di un libro riportando una citazione, aggiungendo un commento critico, chiedendo agli altri utenti opinioni a riguardo non può che incrementare l’interesse per il mondo dei libri. Più se ne parla, meglio è, perché l’obiettivo è stimolare la curiosità e ravvivare l’interesse.
Bookblogging, socialletteratura, critica letteraria 2.0. Dobbiamo sfruttare le risorse che il XXI secolo mette a nostra disposizione. Con i libri è possibile creare un futuro, di cultura si deve poter vivere, ma, soprattutto, oggi, grazie alle innovazioni digitali (blog, app, social), è possibile inventare un lavoro partendo da una passione. Non è forse questo l’obiettivo finale?

Giulia Ciarapica, blogger e giornalista de Il Messaggero

mm

Rispondi