Fuocoammare: un ritratto di umanità a Lampedusa

Fuocoammare è attuale perché ci porta nell’isola di approdo di migliaia di migranti ma prima di tutto è reale perché racconta con incredibile capacità cinematografica la quotidianità di pescatori e rifugiati, legati da un vincolo di umanità e solidarietà, spesso nascosto ai nostri occhi di lettori, ascoltatori e consumatori di telegiornali.

Di Maria Grazia Sanna

Credits photo: vocidicittà

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“Perché quando un uomo costruisce un muro, l’uomo accanto ha subito bisogno di sapere cosa c’è dall’altra parte?”: si interroga così George RR Martin ed è forse questo il primo interrogativo che sorge nella mente dello spettatore dopo la visione del film documentario di Rosi, Fuocoammare. Non mancano infatti nelle cronache giornaliere le notizie di barriere fisiche (ma anche mentali  – oseremmo dire) che si innalzano contro l’arrivo sproporzionato di migranti tra i confini di stati che si reputano democratici, d’altra parte c’è un uomo dallo sguardo affamato di conoscenza che, dopo aver passato 8 mesi in uno dei loro primi luoghi di approdo, l’isola di Lampedusa, sente il bisogno di mostrare al mondo i risultati della sua ricerca. Nasce cosi il film documentario Fuocoammare, che è il ritratto  più sincero dell’umanità dei migranti che arrivano a Lampedusa e lì  vengono accolti a braccia aperte dai suoi residenti.

Le due facce di Fuocoammare

Nessun altro fine è nascosto dietro il racconto, quasi cinematografico, di Rosi che non vuole assumersi il ruolo di giornalista ma svolge semplicemente il suo mestiere di documentarista. Egli, senza alcun intento politico, coglie infatti, attraverso una lunga e paziente osservazione, frammenti della quotidianità di un’isola abitata da umili pescatori. Questa realtà, dalle due sfacettature legate tra loro dal valore della solidarietà, viene così rappresentata raccontando parallelamente la vita del piccolo Samuele che, come tutti i bambini della sua età, detesta studiare e ama giocare col suo amico Mattias, mentre i suoi genitori pensano a procurare i beni primari e il lavoro meccanico di smistamento di corpi vivi e morti di uomini, donne e bambini che si svolge ogni giorno negli hot spot dell’isola.

Lo stesso Samuele che, inizialmente sembrerebbe incurante di quanto succede nei centri di accoglienza, dalle pratiche per l’identificazione, alla necessità urgente di ripulire le coste dei corpi privi di vita, diventa il principale intermediario di questi due mondi.

La scena in cui descrive i maggiori sintomi della sua ansia al medico Bartolo, incaricato anche della cura dei migranti, precede il momento clou del documentario.

I migranti come Ulisse nei mari

I migranti sopravvissuti, come Ulisse, a diverse peripezie innescate dalla potenza del dio dei mari Nettuno, improvvisano un canto che è un  racconto aperto e sincero del viaggio che li ha portati sino a Lampedusa. Sono arrivati qui sulla terraferma increduli ma felici di aver vinto quel terno a lotto contro la possibilità di essere travolti dalle onde del mare per sempre, come è invece accaduto a centinaia, migliaia tra i loro compagni.

Non uno ma centinaia muoiono infatti ogni giorno al largo dell’isola: un epilogo questo tremendo e continuo di cui non ci si cura sinché non scaturisce in una strage. Il 3 ottobre 2013, tre anni fa, 366 migranti di età e genere diversi sono annegati dopo essere partiti su un barcone carichi di speranze e sogni alla volta dell’isola di Lampedusa: per loro la navigazione è terminata a pochi km dalla meta e per loro si è istituito, nello stesso giorno anniversario della scomparsa, un memoriale esteso a tutte le vittime delle migrazioni in mare.

L’accoglienza come soluzione a questo Fuocoammare

Le morti però non sono cessate cosi come l’angoscia di chi, come il medico Bartolo in Fuocoammare, si ritrova da anni a contatto con questo fenomeno. Che muri e barriere non siano la soluzione è certo ma affinché quel fuocoammare (metaforicamente i corpi insanguinati dei migranti) possa cessare , bisognerà lasciare che l’accoglienza diventi un valore anche quando il suo nemico più agguerrito è la paura di restare feriti.

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Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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