“Il triangolo delle Bermuda”

Si dice che l’Africa sia la culla dell’umanità, che tutto il bene e tutto il male abbiano trovato la loro genesi in questo continente e che nella guerra tra il bene ed il male, quest’ultimo abbia non solo vinto, ma stravinto.

Africa. Paradiso e inferno. Luce abbagliante e piogge torrenziali. I sorrisi ingenui dei bambini e la follia delle donne stuprate. La fame di cibo e la fame di denaro. L’onestà e la corruzione. C’è tutto in Africa. Si dice che l’Africa sia la culla dell’umanità, che tutto il bene e tutto il male abbiano trovato la loro genesi in questo continente e che, nella guerra tra il bene ed il male, quest’ultimo abbia non solo vinto, ma stravinto. Ho viaggiato molto nel continente africano. La recente spedizione di Overland 12, vissuta nelle vesti di coordinatore responsabile del team medico e dei progetti umanitari, in collaborazione con la Direzione Generale per la Cooperazione e lo Sviluppo del MAE, mi ha regalato questa incredibile opportunità: vivere i misteri, le contraddizioni, le meraviglie dell’Africa. Non mi considero, tuttavia, un esperto. Non ne ho la presunzione perché i veri esperti sono coloro che spendono gran parte della loro esistenza condividendo tutto l’arcobaleno dei sentimenti con gli Africani. Mi riferisco ai missionari, quelli che vestono, pregano e vivono come Gesù, tra i più poveri, ai medici, che laggiù hanno eliminato dal loro vocabolario parole come “marchetta”, liste d’attesa e alta tecnologia.

Il bello dell’Africa, in fondo, è proprio questo: chi resiste esplora il meglio di sé fino a diventare un’altra persona, più essenziale. Ad ogni mio ritorno in Patria, vivo sempre una richiesta pressante di impressioni e di ricordi. La prima risposta, da sempre quella che vale, è: lo sguardo ridente dei bambini. Poi, tutto il resto. In ordine sparso. Ma i bambini… i bambini sono un’altra cosa. Sono la speranza, la speranza di vedere quel loro sorriso spontaneo rimanere per sempre nei loro occhi e non tramontare come il sole, nel passare inesorabile del tempo. L’AIDS ha spento prematuramente molti di questi sorrisi in modo ancor più drammatico che non gli eccidi o le epidemie. È la madre stessa che ha dato la vita a dare anche la morte. Tragedia nella tragedia. Ho intitolato questo articolo “AIDS, bambini, Africa: il triangolo delle Bermuda“ perché in questo triangolo affondano, scomparendo, molte delle nostre certezze, molti dei nostri dogmi, molte delle nostre arroganze di scienziati e politici. Perché il vortice che risucchia tutto è generato dall’avidità di chi vuole mantenere uno stato di miseria e fame, di chi soffia sulla brace per scatenare l’incendio delle guerre, di chi professa l’astinenza sessuale e non il preservativo quale prevenzione dalle ”brutte malattie”. Un giorno, durante la spedizione Overland, sono andato a visitare un centro per la prevenzione della malnutrizione infantile, accompagnato dal collega medico e da un cameraman.

Un centro sito in una città che non nominerò, di uno stato che non citerò, gestito in modo fantastico da suore il cui ordine rimarrà sconosciuto perché ritengo sia poco importante ed eventualmente fuorviante su quanto sto per raccontarvi. Ho visitato, al seguito di una suora, la bellissima struttura (per lo standard africano) e ho ascoltato con molto interesse, anche scientifico, quanto veniva fatto in quel centro per curare la malnutrizione, piaga dell’infanzia africana al pari della denutrizione. Ho voluto subdolamente, e anche un pò diabolicamente (il contesto ecclesiastico aveva stimolato la mia vena di fanciullo birichino) entrare nel tema della prevenzione della mortalità materno-infantile, arrampicandomi sul terreno scosceso e dissestato dell’AIDS. Alla domanda ingenua in modo impertinente, ed anche un pò folle, per usare un eufemismo, su cosa ne pensasse dell’uso del preservativo quale metodo di prevenzione, si è scatenato l’inferno sotto i riflettori della cinecamera. Con una trasformazione dei tratti somatici, la suora (chiedo a Dio di perdonarmi per questo) mi ha risposto che, al di là del peccato intrinseco al condom, sono gli stessi Africani a decretarne l’inefficacia. Avrei voluto chiedere la marca. Magari era solo questione di bassa qualità del prodotto. Mi sono prudentemente fermato. Ho chiuso repentinamente la porta dell’inferno prima di bruciare anch’io e ho cambiato argomento. Ho capito molte cose, soprattutto che l’AIDS farà compagnia all’Africa e giocherà con i suoi bambini per molto tempo ancora. Siete mai stati nei campi profughi di Goma (Congo), nelle baraccopoli di Kariobangi (Nairobi-Kenia), in quelle di Philami (Città del Capo – Sud Africa), alla peiferia di Addis-Abeba (Etiopia) o in altri gironi danteschi africani? Avete mai camminato su strade lastricate di sporcizia, dando la precedenza a ratti così grossi da avere anche la targa, ma rigorosamente non assicurati?

Avete mai visto bambini vestiti di mosche? Avete provato a contare quante persone vivono in un tugurio? Io ci sono stato, ci ho camminato, li ho visti, li ho contati. E ho pianto. Ma questa è la cosa più disperatamente inutile che si possa fare. E ciò ti angoscia ancor di più. Prima di scrivere questo articolo, essendo un cardiochirurgo e non un infettivologo, ho contattato i miei amici. Quelli che hanno pianto anche loro, e magari si sono anche feriti nel curare un malato terminale di AIDS. Ho chiesto a loro dei dati, dei grafici, della bibliografia. Poi ho pensato che, di numeri e curve, i bambini africani non hanno bisogno. Ho deciso di aprire me stesso e trasmettere, attraverso queste righe, forse anche banali, la mia verità. È solo la cronaca di un viaggiatore, dotato degli occhi di un bambino bianco, benestante, forse un pò viziato, come lo siamo tutti noi del Nord del mondo. Un bambino bianco che ha incontrato un bambino nero, povero, forse un pò ammalato, come lo sono tutti nel Sud del mondo. Ah, dimenticavo. Da un manifesto pubblicitario, spudoratamente decorato con il simbolo del Ministero della Sanità del Camerun e visto a Bamenda: “Dott. Prof. P.N. Hagwoh’s, cura follia, mal di schiena, reumatismi cronici, mal di testa, cecità, epilessia, gonorrea, malaria, convulsioni, bruciori di stomaco, AIDS, e protegge dagli spiriti maligni e dalle stregonerie”. Non lasciamoli soli. Magari qualche consiglio buono possiamo ancora darglielo.

Cesare Beghi
Professore Associato di Cardiochirurgia
Presidente del Centro Universitario per la Cooperazione Internazionale
Delegato del Rettore per la Cooperazione Internazionale Università degli Studi di Parma

Redazione SocialNews

Rispondi