Salvarsi, salvando: dialogo con Pino Roveredo

“Oggi se qualcuno mi dice che la vita si vive una volta sola, io posso raccontare che no, la puoi far girare anche due volte, sì, anche due volte”.

Pino Roveredo nasce a Trieste nel 1954. Finisce in carcere da ragazzo, giusto il tempo necessario per capire che, da quel momento, la missione della sua vita sarebbe stata quella di lottare per il recupero dei detenuti e di restituire al carcere la funzione rieducativa che gli spetta. Ci ha raccontato che senza quell’esperienza, probabilmente, non avrebbe avuto la stessa rabbia e la stessa motivazione che oggi lo spingono a fare quello che fa. Gli ha fornito tutti gli strumenti per scegliere di non voltarsi dall’altra parte, e quando si è trovato davanti al bivio che la vita gli ha posto, un cambio rotta, ha scelto di conservare quelle emozioni e di farne qualcosa di utile per sé e per gli altri. Ha deciso che la soluzione sarebbe stata quella di “occuparsi dei detenuti in maniera anche egoista, occuparsi degli altri occupandomi di me stesso, salvarmi salvando.”

pino roveredo

“Ferro batte ferro”: una cronaca di pelle, di cuore e di pazienza

Così comincia a scrivere, ad andare nelle carceri. Vince il Premio Campiello nel 2005, con il libro Mandami a dire, pubblicato da Bompiani. A settembre è uscito il suo nuovo libro Ferro batte ferro, che doveva essere un libro “tecnico”, fatto di percentuali, e che invece si è trasformato in un’autobiografia, un libro di cronaca del suo impegno in carcere come volontario, educatore, animatore. Ce lo presenta come “una cronaca di pelle, di cuore e di pazienza che mira ad abbattere i luoghi comuni che raccontano il carcere come un luogo in cui si sta in branda 24 ore, si mangia, si beve e si dorme.” Un posto simbolo di una prigionia priva di stimoli, piena di persone ridotte all’ombra di se stesse, esseri umani per cui assumersi le responsabilità delle proprie azioni sbagliate significa annullarsi, ergersi al più “duro”, impenetrabile. Annullare i sentimenti, le passioni, la volontà di rendersi conto, di capire, di pentirsi e di trarre qualcosa di buono dalla propria esperienza. Questo è quello che Pino Roveredo vuole insegnare. Dare un significato a quel lasso di tempo che altrimenti sarebbe sprecato.

 

“L’aquilone” e “Via Nizza 26”: giornalismo dentro il carcere

L’ultima iniziativa da lui promossa in questo senso è stata l’uscita di due giornali direttamente dalle carceri di Tolmezzo e Trieste, rispettivamente “L’aquilone” e “Via Nizza 26”, in cui i detenuti raccontano la loro vita in carcere, ma soprattutto cosa li ha portati lì. “Ed è importantissimo – sostiene Pino –  per chi ha commesso reati anche molto grandi riuscire a trovare uno spazio dove raccontare finalmente anche il dolore procurato. È una terapia, occupazione del tempo, è dare importanza della propria persona quando si racconta.”

L’anno scorso Pino ha organizzato una serie di incontri, sei in tutto, tra gli autori di reati minori e le loro vittime. In quell’occasione si è reso conto di quanto fosse fondamentale parlare del dolore, attraverso un confronto tra chi l’ha causato e chi ne è stato vittima, con conseguenze molto positive per entrambe le parti. La vittima ha smesso di avere paura e l’autore del reato ha avuto modo di riflettere sul serio sulle azioni sbagliate che ha commesso. Pino ha cercato di ricreare quel tipo di aperta confessione con se stessi con l’uscita dei due giornali, utilizzando questa iniziativa a scopo terapeutico e stimolando, dunque, i detenuti a parlare del dolore, il proprio e quello provocato.

Parlare del dolore provocato è la parte più difficile, perché richiede lo sforzo di frugare dentro se stessi, scendere in profondità forse mai raggiunte completamente, e nel migliore dei casi, perdonarsi. Il perdono, così difficile da raggiungere ma tanto potente da permettere la rinascita di una persona, il secondo giro di vita.

Funzione rieducativa e di recupero in carcere: in Italia si sta facendo abbastanza?

E per far sì che il secondo giro di vita avvenga sul serio, bisogna agire e riflettere sulla funzione rieducativa e di recupero del carcere, fondamentalmente quasi dimenticata. Pino, infatti, ci racconta che il 72% dei detenuti torna delinquere una volta fuori. “Non ci sono progetti che li possano inserire nella società da cui spesso sono rifiutati anche dopo aver pagato un debito. Basterebbe applicare le leggi dell’ordinamento penitenziario che prevedono questi percorsi di rieducazione e riabilitazione.”

Ma l’alto tasso di recidive parla chiaro: non si fa abbastanza, o quasi nulla, per indirizzare e offrire concrete opportunità a chi ha già pagato un debito con la società. E la politica non fa uno sforzo in tal senso perché “l’uso forcaiolo paga molto di più in periodo elettorale”, perciò non si ha l’interesse ad attuare procedure di recupero e di rieducazione carceraria. “Siamo stati presi di mira dalla Corte Europea con ammende e ammonizioni che sono diventate tantissime e si continua a non cambiare anche in maniera maldestra. Salvare un detenuto sarebbe un risparmio per la tasca, per l’anima e per la società visto che costa 150 euro al contribuente. Si continua a non capire, si vive in posti obsoleti e disumani e questo non fa onore al nostro Paese. Ma ci sono stati interventi importanti come quello di Papa Francesco, che denuncia le situazioni aberranti.”

 

La cultura come una via di fuga

Eppure basterebbero pochi accorgimenti e iniziative davvero valide, come quella del carcere di Due Palazzi di Padova. Lì c’è una rinomata pasticceria, la Giotto, in cui lavorano più di 100 detenuti con una recidività pari allo 0,01%. “Basterebbe creare delle possibilità di lavoro all’interno del carcere o dell’istituto, dove si possono insegnare i mestieri facili che ti permettono di inserirti più facilmente nella società. Questo toglierebbe il nemico più feroce che è il niente da fare – ci racconta Pino – e darebbe sicuramente stimoli maggiori che creano una prospettiva di vita. Altrimenti escono, festeggiano il primo giorno e poi c’è della grande solitudine e il pensiero negativo che può portarli a reiterare. Un’altra salvezza è la cultura, che non è un fatto di contorno, ma è vitale ed essenziale. In alcuni istituti ci si laurea, si studia, si fa teatro, si scrive e sono agganci straordinari che gli permettono di occupare il tempo”. Perciò la chiave sta tutta lì, nella cultura del fare che porta a sognare e vivere ancora. “Attraverso la cultura uno si può esprimere e si può raccontare. In carcere vige la legge del duro, è difficile che un detenuto racconti le proprie fragilità perché passa come uno debole e fragile, e viene stritolato dalla cultura carceraria che spesso ci esibisce in cose che non si sentono. La cultura invece ti permette anche di fare qualche fuga”.

E proprio grazie alla cultura Pino Roveredo si è salvato, durante la sua breve esperienza in carcere. L’hanno salvato due libri, Cronache di poveri amanti e, soprattutto, Se questo è un uomo. Di questo libro ricorda una storia in particolare, quella di un vecchio detenuto che ogni mattina si lavava in modo meticoloso con -20 gradi sotto zero, a cui davano del pazzo, ma era uno dei pochi che continuava a dare considerazione alla sua vita, uno dei pochi che si è salvato. Ci confida che “quello è stato uno degli indirizzi per cambiare vita”. L’ha regalato ai suoi figli, e lo rilegge una o due volte l’anno, per non dimenticare l’importanza di considerarsi un essere umano, di amarsi e cambiare strada se si sta percorrendo quella sbagliata.


Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all’Università degli studi di Palermo. L’incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d’impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l’unica arma che possiede.


Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all’Università degli studi di Palermo. L’incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d’impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l’unica arma che possiede.

 

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  1 comment for “Salvarsi, salvando: dialogo con Pino Roveredo

  1. 8 novembre 2017 at 12:42

    complimenti Pino!

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