
E vissero felici e contenti, forse: sul piano della salute cognitiva, la scienza sta mettendo in discussione l’idea che il matrimonio rappresenti un fattore protettivo. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia ha presentato un risultato controintuitivo: le persone sposate potrebbero avere un rischio più elevato di sviluppare alcune forme di demenza rispetto a chi non si è mai sposato, è divorziato o vedovo.
La ricerca è stata condotta dai ricercatori della Florida State University College of Medicine e dell’Università francese di Montpellier, ha coinvolto 24.107 adulti con un’età media di circa 72 anni. I soggetti sono stati seguiti per 18 anni attraverso valutazioni cliniche standardizzate eseguite annualmente in oltre 42 centri statunitensi specializzati in malattie neurodegenerative.
I risultati sono stati sorprendenti: tra i soggetti sposati il 21,9% ha sviluppato una forma di demenza durante il follow-up, mentre l’incidenza risultava molto più bassa nei divorziati (12,8%) e nei mai sposati (12,4%). L’aumento di incidenza osservato negli sposati ha riguardato soprattutto la malattia di Alzheimer e la demenza a corpi di Lewy. Lo studio ha inoltre evidenziato che i non sposati presentavano una minore probabilità di passare dal decadimento cognitivo lieve alla demenza conclamata. Queste associazioni sono rimaste significative anche dopo la correzione statistica per numerosi fattori potenzialmente confondenti, tra cui età, sesso, depressione, fumo, obesità, diabete e predisposizione genetica.
Per spiegare questo fenomeno i ricercatori ipotizzano il ruolo protettivo delle reti sociali: le persone non sposate tendono spesso a mantenere relazioni più ampie e diversificate, frequentando amici, parenti e contesti comunitari differenti. Questa continua esposizione a stimoli sociali e cognitivi potrebbe rappresentare una sorta di allenamento costante per il cervello, contribuendo ad aumentare la cosiddetta “riserva cognitiva”, cioè la capacità di compensare più a lungo i processi degenerativi.
Gli autori invitano però alla prudenza. Uno dei dubbi principali sulla validità dei risultati riguarda il cosiddetto “bias diagnostico”: le persone sposate potrebbero ricevere una maggiore diagnosi di demenza semplicemente perché il partner riconosce prima i sintomi iniziali e li segnala ai medici. Chi vive solo, invece, potrebbe giungere più tardi all’osservazione clinica, facendo apparire il rischio artificialmente più basso.
Per questo motivo nel 2026, questa ricerca è stata ulteriormente discussa e analizzata da “Apollo Health”, una piattaforma statunitense specializzata in prevenzione delle malattie neurodegenerative, nota per divulgare studi sull’Alzheimer e sul declino cognitivo. Qui viene confermato come il minor rischio osservato nei non sposati sia un dato statisticamente robusto e non spiegabile soltanto da differenze di salute generale. Tuttavia gli esperti delli Apollo Health evidenziano che la letteratura scientifica resta contraddittoria e che il matrimonio potrebbe essere protettivo o meno a seconda della qualità della relazione fra i partner e del livello di integrazione sociale delle singole persone o della coppia nel suo insieme. Un altro aspetto che merita attenzione riguarda le differenze di genere, emerse soprattutto in altre ricerche successive, nelle quali le donne sembrano mostrare una maggiore resilienza rispetto agli uomini.
Lo scorso febbraio i ricercatori della Chiba University hanno infatti pubblicato uno studio sul Journal of Affective Disorders che ha analizzato quasi 26.000 anziani giapponesi. I risultati mostrano che gli uomini rimasti vedovi hanno sperimentato un calo della salute fisica e cognitiva, nonché del supporto sociale, mentre le donne rimaste vedove hanno generalmente registrato un aumento della felicità e della soddisfazione di vita.
In effetti, diversi studi precedenti avevano mostrato risultati che suggerivano come il matrimonio, soprattutto per gli uomini, potesse ridurre il rischio di demenza grazie a un maggiore supporto emotivo, a stili di vita più regolari e a un minore isolamento sociale. Questo significa che il rapporto tra stato civile e salute cognitiva è probabilmente molto più complesso di quanto sembri: non è il matrimonio in sé a determinare il rischio, ma il modo in cui si vive la propria vita relazionale, sociale e mentale.
Il punto centrale che emerge sempre più chiaramente nelle ricerche scientifiche è che il cervello sembra beneficiare della stimolazione cognitiva continua, della varietà delle interazioni sociali e del mantenimento dell’autonomia personale. Una relazione stabile può essere protettiva se mantiene curiosità, dialogo e apertura verso il mondo. Al contrario, una vita molto routinaria e poco stimolante potrebbe non offrire gli stessi benefici cognitivi.
