
Il paradosso della sanità digitale italiana si consuma in un decreto che, nato per connettere, rischia di isolare. La Società Italiana di Telemedicina (SIT) ha lanciato un duro monito contro le nuove regole sul trattamento dei dati nella Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT), entrate in vigore a fine 2025. La burocrazia tecnologica sta alzando barriere insormontabili proprio davanti a chi della telemedicina avrebbe più bisogno.
Secondo il decreto, l’accesso ai servizi di telemedicina è consentito esclusivamente tramite identità digitale (SPID, CIE o Tessera Sanitaria con lettore). Una scelta tecnicamente impeccabile sotto il profilo della sicurezza, ma socialmente cieca. Una fetta enorme di pazienti anziani non possiede né le competenze né gli strumenti per gestire un’identità digitale, assieme a molti assistenti familiari e badanti stranieri, figure chiave nel telemonitoraggio domestico, sono privi di credenziali digitali, rendendo di fatto impossibile la gestione del paziente. Ottenere una CIE richiede mesi nelle grandi città, mentre l’uso della Tessera Sanitaria presuppone il possesso di lettori di smart card, oggetti quasi del tutto assenti nelle case degli italiani. Queste criticità si inseriscono nel più ampio problema del “digital divide”, già riconosciuto come uno dei principali ostacoli alla sanità digitale.
L’altra grande criticità riguarda la conservazione dei dati. Il decreto impone che i documenti clinici (referti e relazioni) non siano conservati sulle piattaforme regionali, ma confluiscano esclusivamente nel Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE).
Questa centralizzazione, sebbene efficace sulla carta per evitare duplicazioni, si scontra con una realtà frammentata. In molte Regioni, meno del 50% della popolazione utilizza attivamente il FSE. Senza l’accesso al Fascicolo, il referto di una televisita diventa semplicemente irrecuperabile per il paziente. L’Ecosistema dei dati sanitari (EDS) non è ancora pienamente operativo su tutto il territorio nazionale, creando un “vuoto” documentale in diverse aree del Paese.
La SIT non critica la qualità tecnica delle norme, ma l’assenza di gradualità. La società scientifica sottolinea come l’innovazione richieda tempo per essere metabolizzata, proprio come accaduto con la ricetta dematerializzata. La proposta della SIT non è quella di smantellare l’impianto del decreto, ma di introdurre una clausola di transizione necessaria per permettere a pazienti e infrastrutture regionali di adeguarsi progressivamente. Senza un periodo di adattamento il rischio è che la telemedicina rimanga un privilegio per pochi cittadini tecnologicamente evoluti. Se non si interviene, la digitalizzazione della sanità finirà per allontanare le cure proprio da chi ne avrebbe più bisogno, tradendo la sua missione originaria di prossimità e inclusione.
“La telemedicina nasce per accorciare le distanze tra cura e paziente,” conclude la SIT. “Se le regole diventano muri, rischiamo che resti un diritto per pochi privilegiati digitali, lasciando indietro proprio i più vulnerabili.”
