
Il 17 aprile ricorre la Giornata internazionale dei prigionieri palestinesi: giornata di solidarietà e di denuncia pubblica sulle condizioni di vita a cui sono sottoposte migliaia di persone palestinesi, comprese donne e bambini, all’interno delle carceri israeliane e sul costante aumento del numero di palestinesi in questa condizione. Nei territori palestinesi occupati, il sistema giudiziario per le persone palestinesi si basa su un Codice penale militare ed è stato stimato che dal 1967 sono più di 900.000 le persone palestinesi che sono passate dalle carceri e dai tribunali militari israeliani e rientrano in questo numero anche i 600-700 bambini palestinesi che in media vengono arrestati ogni anno attraverso la detenzione amministrativa: un palestinese su cinque è stato messo in carcere da Israele almeno una volta.
A partire dall’ottobre 2023 il numero delle persone palestinesi arrestate è aumentato significativamente contribuendo a rendere il sistema detentivo israeliano uno degli elementi centrali del genocidio in corso in Palestina e arrivando, il 30 marzo 2026, all’approvazione da parte del Parlamento israeliano, la “Knesset”, della pena di morte per i prigionieri palestinesi accusati di atti definiti come “terrorismo”. Questa legge è stata scritta e varata per essere attuata esclusivamente per le persone palestinesi e non anche per i cittadini e i coloni israeliani. Seppur tale legge non è stata ancora ufficialmente utilizzata, dal 7 ottobre 2023 a oggi, sono 98 le persone palestinesi morte nelle carceri o nei centri di detenzione militari israeliani. Secondo le statistiche più recenti pubblicate dalle autorità palestinesi ad aprile 2026, sono almeno 9.300 i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane di cui più di 3.000 si trovano in detenzione amministrativa. La detenzione amministrativa è una misura che consente alle autorità israeliane di incarcerare donne, uomini e bambini in assenza di accuse e di un processo e tale misura può essere rinnovata di sei mesi in sei mesi senza limiti temporali definiti e senza alcun obbligo di fornire prove o circostanziare le accuse. Si tratta di una forma di detenzione basata sulla giustificazione di “informazioni segrete” alle quali neanche gli avvocati hanno accesso.
Le condizioni di vita all’interno delle carceri israeliane a cui sono sottoposti i prigionieri e le prigioniere palestinesi, sono da anni oggetto di rapporti e denunce pubbliche da parte delle Nazioni Unite e di Organizzazioni non governative come B’Tselem, Amnesty International, Human Rights Watch. Alcune delle violenze descritte in questi rapporti evidenziano condizioni di vita e gravi violazioni dell’integrità umana che comprendono maltrattamenti fisici e psicologici, abusi sessuali, privazione del sonno, accesso limitato o negato alle cure mediche, sovraffollamento e condizioni igieniche precarie.
Secondo un rapporto del novembre 2024 del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura “Ai prigionieri viene negato l’accesso alle cure mediche di base, incluso l’accesso ai farmaci e alle procedure mediche”. Alle donne detenute viene negato un adeguato accesso ai prodotti per l’igiene femminile e a cure ginecologiche appropriate. Alle madri e alle donne incinte detenute viene spesso negato l’accesso alle cure materne e non viene fornito cibo sufficiente a soddisfare i loro bisogni nutrizionali.
Nel centro di detenzione di “Sde Teiman”, divenuto noto in Occidente dopo la denuncia di un’ex militare israeliana sugli abusi sessuali perpetrati nel centro ai danni dei prigionieri palestinesi, i pazienti detenuti “sono bendati in ogni momento, incatenati e ammanettati ai letti, alimentati con una cannuccia e costretti a indossare indumenti per l’incontinenza a causa della loro immobilizzazione”. Il Comitato Onu ha affermato che “Israele sta attuando una politica statale de facto basata sulla tortura organizzata e diffusa” e Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, ha parlato esplicitamente di pratiche assimilabili alla tortura sistematica, in particolare nei confronti dei detenuti arrestati dopo il 7 ottobre 2023. Anche il rapporto di Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, basato sulle testimonianze di ex prigionieri palestinesi, denuncia una “politica statale organizzata“ di tortura e violenze sessuali, anche attraverso l’utilizzo di cani, nelle prigioni israeliane.
Nel loro insieme, questi elementi delineano un sistema detentivo caratterizzato non soltanto da numeri elevati ma anche da pratiche strutturali e istituzionalizzate che sollevano interrogativi sul rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti fondamentali. In questo contesto, la Giornata del 17 aprile non rappresenta soltanto un momento simbolico di solidarietà ma si configura come occasione per riportare al centro del dibattito pubblico una questione strutturale che incide direttamente sulla vita di migliaia di persone e sul quadro più ampio del genocidio in corso in Palestina.
