Hamas è terrorista perché

Quali sono gli elementi per definire un gruppo “terroristico”? 

Ad un mese dalla guerra scatenata contro Israele occupante la Striscia di Gaza, si intende analizzare la struttura e le caratteristiche di Hamas per confermare la sua natura terroristica. 

Analisi del gruppo terroristico

  • HAMAS: acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, ovvero “Movimento della Resistenza Islamica”.
  • Tipologia: organizzazione politica e paramilitare palestinese islamista, sunnita (salafita-wahhabita) e radicale-fondamentalista, che governa la Striscia di Gaza dal 2006 e controlla l’ala militare delle Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam. 
  • Fondatore: sceicco Ahmed Yassin, ucciso nel 2004 da un attacco aereo israeliano. Le persone oggi influenti sono:
    • il leader di Hamas: Ismail Haniyeh, affiancato da Yahya Sinwar;
    • il capo politico: Khaled Me Shaal; 
    • il capo delle Brigate militari: Mohammed Deif.
  • Nascita: nel 1987 a Gaza, durante la Prima Intifada (“brivido, lotta”, 1987-1993), sebbene già dagli anni ‘70 ha iniziato a compiere attività come sezione palestinese dei Fratelli Musulmani.
  • Obiettivo: questione palestinese (liberare la propria terra e i propri prigionieri per fondare uno Stato islamista nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, così da ripristinare i diritti del popolo palestinese) + distruggere Israele (vuole che l’intera Palestina ritorni ai suoi confini del 1948).
  • Causa irritante: occupazione illegale di Israele dei territori palestinesi.
  • Forte ideologia: condivide l’ideologia islamista dei Fratelli Musulmani. Il popolo palestinese ha il diritto di costituire uno Stato Palestinese musulmano – anche tramite il ‘jihad’ nella sua accezione violenta (“guerra santa”) –  senza interferenze israeliane.

Caratteristiche per definirsi gruppo terroristico

  • La guerra ha origini passate ben profonde — sottostimate ed accantonate, per i cui dissidi non si è riusciti a trovare nel corso degli anni una soluzione accettabile. 

Se si vuole contestualizzare la questione arabo-israeliana al secolo scorso, è inevitabile fare riferimento alle 4 guerre (prima guerra arabo-israeliana del 1948; guerra di Suez del 1956; guerra dei sei giorni del 1967; guerra dello Yom Kippur del 1973), in particolare quelle del ’48 e del ’67, dal momento che la prima fu scatenata da e la seconda si concluse con la stipula di due risoluzioni Onu di estrema rilevanza: la Risoluzione 181 del 1947 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che sanciva la partizione della Palestina in due stati – uno arabo (4.500 miglia quadrate, 44% del territorio circa) ed uno ebraico (5.500 miglia quadrate, 56% del territorio circa); la Risoluzione 242 del 1967 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – al termine del mandato britannico iniziato nel 1918 – con la quale l’Onu ingiunse ad Israele di ritirarsi dai “territori occupati” palestinesi (Striscia di Gaza, Cisgiordania – compresa Gerusalemme Est – e le Alture del Golan), in cambio del riconoscimento dello Stato ebraico da parte degli Stati arabi confinanti. Con la prima risoluzione, nacque lo Stato d’Israele che si dichiarò indipendente ed iniziò ad estendere il proprio controllo anche sul territorio destinato agli arabi (Piano Dalet), compiendo una vera e propria pulizia etnica della Palestina, arrivando ad occuparne il 75% del territorio; diversamente, il mondo arabo non riconobbe lo Stato assegnatogli ed attaccò Israele, che, in seguito all’Armistizio di Rodi del 1949, vinse la prima guerra ed espulse più di 700.000 arabi palestinesi (85% circa della popolazione araba del territorio occupato da Israele) in quel che il 15 maggio ricordano come il Giorno della Nakba (Yawn al-Nakba; Nakba, lett. “catastrofe, disastro, sventura”, l’esodo forzato del 1948 che rese centinaia di migliaia di palestinesi profughi). Con la seconda risoluzione, gli israeliani – fortemente nazionalisti – evitarono completamente di perseguire le raccomandazioni di diritto internazionale, continuando a privare gli arabi di molti diritti fondamentali.

Negli anni, si sono sempre verificate diverse sommosse e proteste (si ricordano la Prima Intifada dal 1987 al 1993 e la Seconda, più violenta di un lancio di pietre e scioperi come fu la prima, dal 2000 al 2005) che non fecero che peggiorare i rapporti tra gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani; israeliani che continuarono ad allargare sempre di più le proprie colonie, occupando ulteriore terreno teoricamente destinato ai palestinesi, che vengono recintati e sorvegliati da guardie armate (Gaza viene definita il “carcere a cielo aperto più grande del mondo”, Human rights Watch). La “svolta-non-svolta” nei primi anni duemila, quando nel 2005 Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza, successivamente Hamas – vincendo le elezioni – iniziò a governarla, ma nel 2007 Israele ritornò per controllarne i confini tramite il blocco terrestre, aereo e marittimo. Blocco che causa forti difficoltà nel reperire cibo, acqua ed elettricità essendo la Striscia isolata dal mondo: un fortino con più di 2 milioni di abitanti soffocati in un’area di 365 km².

Il 7 ottobre sono esplose le tensioni politiche-geografiche che continuano da decenni ad infiammare i territori palestinesi. 

  • Uso intenzionale ed indiscriminato della forza e della violenza ed esecuzione di crimini di guerra

La Convenzione internazionale delle Nazioni Unite per la repressione del finanziamento del terrorismo del 1999 definisce all’art. 2 punto b) il terrorismo come “ogni atto destinato ad uccidere o a ferire gravemente un civile o ogni altra persona che non partecipa direttamente alle ostilità in una situazione di conflitto armato quando, per sua natura o contesto, tale atto sia finalizzato ad intimidire una popolazione o a costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere, un atto qualsiasi”. 

La mattina del 7 ottobre 2023, durante il sabato di riposo ebraico (Shabbat), l’esercito di Hamas ha attaccato via terra, mare e cielo in quella che ha definito “Operazione Alluvione Al-Aqsa” (in nome della moschea più grande di Gerusalemme, governata da Israele ma rivendicata dai palestinesi), lanciando missili, razzi e bombe, colpendo con kalashnikov, uccidendo indistintamente e sequestrando ostaggi, cogliendo di sorpresa Israele, le cui Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno reagito con l’attacco “Spade di Ferro” (Iron Swords). 

Sono più di quattromila i bambini uccisi a Gaza (senza contare quelli sepolti sotto le macerie), ovvero più del 40% del totale delle persone annientate a Gaza, superando “il numero di quelli che ogni anno hanno perso la vita in conflitti armati a livello globale, negli ultimi tre anni” (Save The Children). Per perseguire obiettivi politici, religiosi ed ideologici – ovvero la liberazione della propria terra e la distruzione di Israele – Hamas scaglia violenza estrema e disumana mediante misure non convenzionali – con bombardamenti, attacchi con missili e razzi, omicidi, massacri, decapitazioni, rapimenti, brutalità ed abusi e stupri (azioni amorali) – in modo razionaletutto era stato pianificato e calcolato nei minimi dettagli da anni secondo una strategia ben precisa – ed intenzionale anche contro civili innocenti, inermi e non combattenti – usati come scudi umani -, che con il conflitto armato nulla c’entrano. Il raid al rave party nel deserto di Re’im nel primo giorno di guerra è inenarrabile. Gli obiettivi non risparmiano né le scuole né gli ospedali né le masse. Molti di questi sono bambini. Sono atti criminali estremi, che seminano terrore, paura ed angoscia ed, in ogni circostanza, sono ingiustificabili ed immorali (moral disengagement) e violano i principi del Diritto Internazionale Umanitario. 

  • Attacchi pianificati e strategici per raggiungere obiettivi geografici-politici precisi.

Hamas si è preparato alla lotta armata (jihad violento) per anni. Ha adottato una strategia d’azione premeditata, logica e ben precisa, lanciando solo nella mattinata del 7 ottobre 5.000 razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele, riuscendo così a sfondare le barriere. Le milizie hanno seguito un addestramento mirato, anche in Iran, il quale ha fornito loro armi, soldi e conoscenze in ambito informatico-tecnologico, che gli hanno permesso di evadere i sistemi di sorveglianza israeliani lungo i confini con la Striscia di Gaza e penetrare senza indugi. 

Hamas ha voluto riportare alla luce la questione palestinese: il suo obiettivo è liberare la propria terra dall’occupazione illegale dei coloni israeliani e i propri prigionieri detenuti nelle carceri israeliane, così da istituire uno Stato palestinese (quello proposto dall’Onu nel 1947 con la Risoluzione 181 non l’hanno mai accettato) e far ritornare la Palestina alla sua condizione prima della colonizzazione britannica (1918); inoltre, distruggere lo Stato d’Israele che, sin dalla sua nascita (1948), non ha mai riconosciuto. 

  • Individuato un nemico comune che ostacola il raggiungimento del proprio obiettivo e che quindi scatena l’odio necessario per combattere

Vige la logica del ‘noi vs loro’: i fedeli, i puri, i giusti, il Bene, i miliziani di Hamas contro i kafir, i traditori, gli ipocriti, il Male, lo Stato d’Israele, colono, che ingiustamente impedisce ai palestinesi di essere liberi e vivere tranquillamente nei propri territori. Sono anche scontri di natura etnica/religiosa, che vede contrapporti i musulmani agli ebrei. Dunque Hamas promuove una forte ideologia polarizzata che giustifica qualsiasi azione ed incita e glorifica i combattenti. Una rivincita dai torti subiti e dalle restrizioni commesse nel corso degli anni dagli israeliani, per una società più equa, sfruttando il nome di Dio per giustificare e legittimare la guerra. Si combatte al nome di “Allah(u) akbar” (Allah/Dio è (il più) grande), ma non fanno altro che sporcare una religione.

  • Natura politica del gruppo.

Hamas ha avuto un enorme successo elettorale nel 2006, quando è stato eletto con il 44,5% dei voti, sconfiggendo l’opposizione del partito Fatah di Mahmud Abbas (Abu Mazen) basato in Cisgiordania, che ottenne il 41,43% dei voti e che presiede l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). È diventato così il primo gruppo islamista del mondo arabo a conquistare il potere in modo democratico, iniziando a governare la Striscia di Gaza dal 2007, presieduta da Ismail Haniyeh, con il fine ultimo di creare uno Stato palestinese. Da allora, non si sono più tenute altre elezioni. 

Al suo interno, offre servizi di welfare a tutela della popolazione soggiogata, che generano anche consenso: offre posti di lavoro e servizi scolastici; investe sulle infrastrutture; garantisce acqua, cibo medicinali, cure, elettricità e carburante; cerca di assicurare giustizia difendendo i diritti della popolazione. 

  • Esito distruttivo.

Per annientare il nemico, Hamas è disposto a compiere qualsiasi azione, generando distruzioni, morti e reazioni psicologiche che si prolungano nel lungo termine (terrore, tensione, panico, angoscia, inquietudine, shock, stress ed ansia). È convinto che il raggiungimento dei suoi fini giustifichi le modalità radicali-estreme che adotta nella guerra in corso.            

  • Struttura ordinata all’interno di un’organizzazione sofisticata, verticistica e ben definita.

I componenti principali di Hamas sono: 

  • Ismail Haniyeh — leader dal 2017 dopo Khaled Mesh’al; dal 2020 risiede a Doha (Qatar). 
  • Yahya Sinwar — seconda figura più importante all’interno di Hamas;
  • Ali Qadi —  leader dell’attacco del 7 ottobre 2023;
  • Mohammed Deif — stratega dell’attacco del 7 ottobre, capo delle Brigate militari di Hamas nella Striscia di Gaza;
  • Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam — ala militare. 

Il leader soggiorna in Qatar, ma comunque è accerchiato da membri e simpatizzanti che obbediscono agli ordini, agiscono e mantengono una forte presenza nei territori palestinesi. Le milizie sono preparate e potenti e l’apparato militare-tecnologico è avanzato, tanto da riuscire ad evadere i sistemi di intelligence israeliani. “I leader di Hamas non sono in quella striscia di terra. I capi di Hamas sono negli Stati che li finanziano. Quindi fare un’azione di terra significherebbe, come i bombardamenti dell’altro giorno, fare un sacco di morti civili” (Luca Sommi a Diritto e Rovescio, Rete 4, 26/10/2023).

  • Propaganda “of the deed” (del fatto). 

La violenza è necessaria per riscattarsi dai torti subiti, per informare sulla causa palestinese e per ispirare e convincere la popolazione a sollevarsi e ad unirsi ad essa. Hamas controlla tutta l’informazione della Striscia di Gaza, utilizzando Al Aqsa TV (la sua stazione televisiva) e i canali della radio Al Aqsa e quelli social. 

Due casi in particolare di propaganda della presa degli ostaggi israeliani rapiti il primo giorno di guerra che sono circolati su tantissimi canali di informazione sono quello di Maya Sham – la ventunenne franco-israeliana rapita da Hamas mentre tornava da una festa nell’area di Sderot, che in un video messaggio dice di essere stata curata alla ferita della mano e chiede di essere riportata a casa – e quello di Nurit Cooper – 79enne – e Yocheved Lifshitz – 85enne -, rapite insieme ai mariti dalle loro case vicino al confine con Gaza e rilasciate dopo due settimane. Il gesto di Lifshitz post-rilascio ripreso da un video – e non diffuso poi da Israele – ha intenerito e sorpreso: si vede la donna stingere la mano ad uno dei militanti di Hamas e salutarlo dicendo “shalom” (“pace” in ebraico).  

La guerra Hamas-Israele – al momento geograficamente limitata – si sta protraendo da un mese con una quotidiana escalation della violenza da ambo le parti; parti che continuano a compiere crimini di guerra e crimini contro l’umanità in nome della giustificazione morale. È una grave minaccia per l’ordine, la sicurezza e la pace interna, se non mondiale, ed un vero e proprio disastro umanitario: al momento, più di 10.000 sono i morti (di cui 4.000 minori), 25.000 i feriti ed oltre 200 gli ostaggi. Il ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale di Gaza l’ha definita la “guerra più feroce dopo l’Olocausto e gli atti nazisti” (29/10/2023).

Le tensioni palestinesi-israeliane persistono da decenni e il motivo scatenante è principalmente legato al riconoscimento delle terre palestinesi e quindi dei suoi confini e agli insediamenti illegali dei coloni israeliani. Eccessiva è la violenza di Hamas, come eccessiva è la violenza di Israele (per citarne uno, l’assedio totale che ha imposto su Gaza viola il diritto internazionale secondo l’Onu). Martedì 10 ottobre 2023 il capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha dichiarato: “Israele ha il diritto di difendersi, ma deve essere fatto in conformità con il diritto internazionale e il diritto umanitario”. La risposta di Israele non è misurata e non fa altro che generare un crescendo dell’aggressività e una proliferazione di terroristi. La decisione dell’Italia nell’astenersi alla risoluzione proposta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per stabilire una tregua umanitaria nella Striscia di Gaza non è sicuramente un buon segno di distensione.

La soluzione? Rispondere con ulteriore violenza sicuramente non lo è. Usare solo l’opzione militare non è sufficiente; uno strumento convenzionale (le azioni militari delle IDF in risposta) non è adatto a sconfiggere uno strumento non convenzionale (Hamas): forse si riuscirà a sgretolarlo, ma non ad annientarlo totalmente. Soluzioni di soft power ed azioni in ambito politico, sociale ed economico sono di fondamentale importanza, pur sempre rispettando le regole del diritto internazionale. La Risoluzione 242 viene completamente elusa: le politiche di insediamento di Israele nei territori palestinesi sono illegali secondo il diritto internazionale e violano anche la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. L’impatto umanitario è già devastante; il prezzo più doloroso lo stanno pagando i civili di entrambe le parti. Si dovrebbe imparare qualcosa dalla signora Lifshitz.

Lucia Valentini

Lucia Valentini è neolaureata in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa (laurea magistrale, Università di Bologna), Comunicazione e Giornalismo (master, Università Pegaso) e Scienze Internazionali e Diplomatiche (laurea triennale, Università di Bologna). Interessata alle questioni geo-sociali e politiche dei PVS e del Medio Oriente, ha partecipato all’International Summer School “Social-Political Conflicts of Modern Society” presso la Saint Petersburg Mining University (08/2019). Incuriosita dalle religioni e dalle criticità dei paesi in guerra, ha frequentato i corsi “Hinduism Through its Scriptures” (HarvardX, 04/2020) e “Terrorism and Counterterrorism” (GeorgetownX, 02/2022). Inoltre, grande passione per la lingua inglese e con qualche conoscenza della lingua russa e hindi. 

Rispondi