Il primo scontro del drago

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O dell’opportunità della cooperazione fra pubblico e privato nella crisi sanitaria, economica e sociale del secolo.

Le nubi si addensano all’orizzonte della politica romana. Osannato, celebrato e desiderato dalla quasi totalità dei partiti italiani, il premier Mario Draghi si trova oggi al suo primo vero scontro con le forze politiche. Un battesimo del fuoco che prima o dopo sarebbe inevitabilmente giunto e che non si è fatto attendere, squassando, ma per ora tutt’altro che abbattendo, l’idillio e la convergenza di vedute e posizioni assunti della maggioranza degli esponenti politici nazionali.

A pochi giorni dalla nomina a primo ministro, la vera discesa in campo di Draghi è dunque arrivata, contraddistinta da scelte e decisioni risolute, forti, come la situazione storica che stiamo vivendo richiede, e inevitabilmente non condivise, e che hanno acceso la miccia della polemica politica. In una vicenda che si snoda attorno al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Le motivazioni

La scenografia della crisi è stata fornita dalla decisione di Palazzo Chigi di richiedere assistenza alla multinazionale di consulenza strategica McKinsey & Company nella gestione della riscrittura del Recovery Plan nostrano, strumento indispensabile per far ottenere al governo gli aiuti messi a punto da Bruxelles per sostenere i singoli Stati nella ripresa post pandemica. Il “piano per la ripresa dell’Europa”, come definito dalla stessa Commissione Europea, strumento poderoso ma non immune da critiche nel corso del suo perfezionamento, è composto dal Bilancio a lungo termine dell’Unione e dal pacchetto di finanziamenti “NextGenerationEU”, da leggersi “Recovery Fund”.

Finalizzato all’impulso di investimenti in ricerca e sviluppo, nella green economy, nella sostenibilità ambientale e nella transizione ecologica, nella digitalizzazione e, va da sé, nel contrasto alla crisi sanitaria in atto, il “Piano Marshall del nuovo millennio” vede l’Italia fare la parte del leone nella ripartizione dei finanziamenti. Più di 200 miliardi di derivazione comunitaria, integrati con quasi 80 miliardi di fondi stanziati dal bilancio nazionale su 6 annualità, dal 2021 al 2026: questa l’ambita leccornia messa a disposizione sul piatto degli aiuti. Con un data di scadenza perentoria e molto ravvicinata per ottenerla e potersene servire: 30 aprile 2021.

La scelta

In tal contesto è maturata la scelta di Draghi. Il futuro dell’Italia passa per McKinsey? Forse sì, almeno in parte.

Il neopremier, di concerto con il fedelissimo Franco, nuovo ministro dell’Economia e delle Finanze dal lungo e solido rapporto con Draghi dai tempi della Banca d’Italia, ha deciso di affidarsi agli strateghi americani della celeberrima società di consulenza strategica per portare a termine la sfida del Recovery Plan con le modalità e nei tempi scanditi da Bruxelles. Ciò almeno secondo indiscrezioni di stampa, che, esatte o inesatte, hanno in ogni caso iniziato a circolare con insistenza nelle ultime ore, tanto da richiedere l’intervento del Ministero dell’Economia.

Il dicastero di via Venti Settembre ha sentito la necessità di fornire chiarimenti sulla vicenda, evidenziando come “… la governance del PNRR italiano è in capo alle Amministrazioni competenti e alle strutture del MEF che si avvalgono di personale interno degli uffici”. Il ministero ha quindi aggiunto che “McKinsey, così come altre società di servizi che regolarmente supportano l’Amministrazione nell’ambito di contratti attivi da tempo e su diversi progetti in corso, non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR” e che “L’Amministrazione si avvale di supporto esterno nei casi in cui siano necessarie competenze tecniche specialistiche, o quando il carico di lavoro è anomalo e i tempi di chiusura sono ristretti, come nel caso del PNRR. In particolare, l’attività di supporto richiesta a McKinsey riguarda l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali “Next Generation” già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”.

Chi è McKinsey

Sorta a Chicago nel 1926, McKinsey & Company è leader mondiale nel campo della consulenza strategica e, assieme a Boston Consulting Group e Bain & Company, costituisce il gruppo delle “Big Three” o “MBB”, le multinazionali della consulenza manageriale che, ad oggi, si spartiscono la quasi totalità del mercato nel settore.

Il prestigio, ma anche il potere, assunto da McKinsey nel corso degli anni è immenso ed è stato costruito a partire dalla costante collaborazione con governi e istituzioni pubbliche di tutto il mondo, aziende di assoluto prestigio e riconoscimento internazionale e organizzazioni no-profit. Una rete di legami, conoscenze e competenze nei settori più vari che raggiunge ogni parte del globo quella della società dal fatturato annuo di miliardi di dollari, e che viene messa a disposizione dei clienti per la migliore e più veloce risoluzione delle problematiche di volta in volta presentate. Formalmente la scelta migliore. Tutto risolto? Forse no.

Le reazioni

Il comunicato stampa del Mef è giunto a pacificare e rimettere ordine nell’arena politica, dopo ore concitate, in cui i principali esponenti dell’opposizione, ma anche della stessa maggioranza, non hanno nascosto il disappunto per l’opportunità della scelta fatta.

Da Giorgia Meloni a Giuseppe Provenzano, da Nicola Fratoianni a Marco Rizzo, fino a Stefano Fassina, molti sono stati i politici a stigmatizzare la scelta di affiancare al governo un soggetto quale McKinsey nel completamento del Recovery Plan italiano. Sull’altra sponda chi la ritiene prassi comune, effettivamente esercitata in molteplici occasioni da diversi governi, in Italia e all’estero. Esponenti quali Calenda e Faraone sono parte di coloro che lo considerano finanche metodo di azione corretto, doveroso e inevitabile per la gestione dei dossier e delle partite più complesse e articolate che l’autorità pubblica si trovi a dover affrontare.

Il punto

La scottante diatriba che si è innestata nella politica e il polverone che ne è scaturito sono indici di quanto quello dell’affidamento da parte di organi pubblici di vertice di consulenze a società private esterne sia un terreno spinoso e tutt’altro che condiviso. Una tematica che, aldilà del comunicato formalmente risolutore del Mef, è destinata a protrarsi, avendo scaldato gli animi e portato a galla fazioni e modi di pensare estremamente diversificati.

È giusto che un governo si serva di una società di consulenza privata, e straniera nel caso di specie, per meglio risolvere problemi che attengono alle sorti e al futuro del Sistema Paese? Il punto focale di tutta la vicenda, al netto di altre considerazioni, è proprio questo. Le riflessioni da fare, per rispondere alla domanda, sarebbero moltissime.

Innanzitutto, problema reale o farsa? Sono da prediligere le risorse e le competenze nazionali su quelle estere per meglio tutelare gli interessi del Paese? Sono disponibili i cervelli e le capacità necessari nella compagine governativa e all’interno degli uffici di comando dello Stato? C’è la giusta esperienza per trattare al meglio determinate tematiche? E ancora, le tempistiche di azione del pubblico sono le stesse che nel privato? E sono compatibili con le scadenze imposte dall’Unione Europea per ricevere e utilizzare gli aiuti di cui l’Italia ha drammatico bisogno?

Domande dalla risposta non scontata, come forse invece dovrebbe essere. Dubbi di importanza vitale da porsi per poter valutare positivamente o negativamente l’opportunità dell’affidamento di dossier pubblici così importanti per il futuro di un intero Paese a società di consulenza private estere. Fuori da ogni altra considerazione, la questione assume in fondo i caratteri di un quesito al confine tra concretezza e filosofia, fra principi e loro applicazione pratica, tra Realpolitik ed eticità, in cui la eccezionalità della situazione e le specificità del caso di specie si scontrano con il dubbio, forse l’intima paura di ingerenze straniere nella vita nazionale.

Opportunità o rischio? Questa la profonda e intrinseca dualità della situazione: pubblico e privato, con due attori in gioco, Governo e McKinsey.

In mezzo l’Italia, con tutti i dubbi, le certezze, le tesi e le ipotesi di ognuno. Addetti ai lavori e profani che vogliono dire la loro, su un tema che inevitabilmente genera discussione. Una diatriba su quello che dovrebbe essere il migliore futuro di ciascuno. Ovunque una verità in tasca che assume un valore diverso a seconda di chi la immagina e la espone. A prescindere dalle posizioni dei singoli, se non può essere altrimenti e dev’essere così, almeno si scelgano i migliori.

Solo magra consolazione o reale convinzione?

Andrea Ferrarato

Andrea Ferrarato

Classe 1995 - Maturità classica presso l’I.S.I.S. “Giosuè Carducci - Dante Alighieri” di Trieste, attuale studente di Giurisprudenza all’Università degli studi di Trieste. Ha maturato molteplici esperienze lavorative e di volontariato nel mondo del terzo settore e dell’associazionismo triestino. Nell’ambito culturale, di tutela e rilancio del patrimonio urbanistico e architettonico opera in qualità di socio e collaboratore museale presso il polo del Porto Vecchio di Trieste, con Italia Nostra. In tale veste ha partecipato all’organizzazione, all’allestimento e alla gestione di eventi, mostre e visite guidate, facendo parte, per la stessa associazione, del gruppo di supporto alla redazione del Masterplan 2018 del Porto Vecchio di Trieste. Ulteriore settore di interesse è quello storico, che coltiva in qualità di componente dell’Assemblea generale dei delegati, del Consiglio direttivo centrale e della Giunta di presidenza della Lega Nazionale di Trieste. Nell’ambito associazionistico degli esuli da Istria, Quarnero e Dalmazia ha ricoperto il ruolo di segretario dell’Associazione Famiglia Umaghese “San Pellegrino” con la quale ha contribuito alla realizzazione della stagione concertistica “Euterpe” e di ulteriori eventi culturali di matrice ricreativa, divulgativa e commemorativa. E’ inoltre cofondatore e segretario dell’”Associazione Liceo Dante 150 Trieste”, e responsabile del reparto business dell’”UniTS Racing Team”, progetto patrocinato dall’Università degli studi di Trieste. Già membro del Coordinamento giovanile provinciale triestino di FareAmbiente, partecipa infine, alla realizzazione della Biennale Internazionale Donna di Trieste con il supporto all’organizzazione, all’allestimento, alla gestione della stessa e curando l’organizzazione delle visite guidate. 

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