Giulio Regeni e gli altri: nuovi desaparecidos

Massimiliano Fanni Canelles

giulio regni

Il caso di Giulio Regeni è l’ultimo di una serie di sparizioni di attivisti in Egitto: oltre cinquecento solo l’anno scorso, centinaia di corpi mai trovati. Sarebbero almeno 340, infatti, i casi di sparizione forzata tra ottobre e dicembre 2015 registrati dagli attivisti dell’ECFR, l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms. Tra aprile e inizio giugno dello scorso anno, ci sarebbero stati 163 desaparecidos. Solo 64 delle persone scomparse avevano fatto ritorno alle loro famiglie entro l’estate. In due casi, invece, erano stati ritrovati i loro cadaveri.

Le responsabilità, com’è prevedibile, non state mai davvero accertate: secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani le forze di polizia reprimono sistematicamente nella violenza ogni forma di opposizione ad Al Sisi. Proprio il suo governo segna un momento nero per i diritti umani in Egitto, una situazione di cui solo ora si inizia a parlare. «Il governo ha severamente limitato la libertà di espressione, associazione e incontro. Migliaia sono stati arrestati nell’ambito di un giro di vite al dissenso, con alcuni detenuti scomparsi», scrive Amnesty International nel rapporto del 2015. E la repressione prosegue: «Le autorità continuano a limitare la libertà d’espressione aprendo indagini sulle Ong, arrestando persone sospettate di essere gay o transgender, o perseguitando giudiziariamente coloro accusati di diffamare la religione», scrive Human Rights Watch, nel suo report annuale del 2016 pubblicato il 27 gennaio scorso. Hrw scrive che «gli ufficiali della sicurezza sono responsabili di decine di scomparse, spesso di attivisti politici».

A cinque anni dallo scoppio della Primavera de Il Cairo, i segnali sulla libertà di espressione e manifestazione del proprio pensiero non sono per nulla positivi. Gli attivisti segnalano che è vero che durante il governo di Al Sisi la situazione è particolarmente drammatica, ma le sparizioni “politiche” erano già cominciate prima, durante il governo provvisorio del Consiglio Supremo delle Forze Armate e durante la presidenza Morsi. Durante la rivoluzione migliaia di persone sono sparite e, tra loro, sono molte quelle che non hanno mai fatto ritorno a casa. La novità, secondo quando dichiara Khaled AbdelHamid, portavoce della campagna in sostegno dei prigionieri politici “Freedom for the Brave”, è che le persone non vengono più “prevalete” durante delle manifestazioni, ma in situazioni quotidiane come in casa propria oppure al caffè con gli amici. Come, probabilmente, è successo a Giulio Regeni.

Una situazione drammatica che rende particolarmente difficile anche per chi è impegnato nella difesa dei diritti umani tutelare i civili. Anche l’accesso alle carceri e ai commissariati è spesso interdetto, mentre emergono sempre più denunce anonime sulla brutalità degli agenti e sulla crescita di casi di tortura. Casi che in diverse decine di casi hanno portato anche alla morte in detenzione. L’attenzione mediatica internazionale si è accesa in questi giorni tristi sull’Egitto, la speranza è che la fine del ricercatore italiano non sia vana e che si mantenga alta l’attenzione verso quello che sta succedendo sulle rive del Nilo.

Rapire, torturare e far sparire nel nulla persone civili, intellettuali, oppositori al Governo è e deve essere considerata una forma di pulizia etnica come lo stupro di massa, il genocidio e lo sterminio. E’ a tutti gli effetti un crimine contro l’umanità. Riflettiamoci.

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