Chi ha armato lo Stato islamico?

Riccardo Noury, membro di Amnesty International dal 1980, approfondisce il binomio armi-Isis attraverso il comunicato reso pubblico dall’associazione che denuncia il commercio irresponsabile di armi da parte di almeno 25 paesi compresi Russia, Cina, Usa e, sì, anche l’Italia. Ma nessuno ne parla.

Giovanna De Filippo

Amnesty International da sempre si batte in difesa dei diritti di persone innocenti alle quali il destino non è stato troppo benevolo. Attualmente è impegnata, insieme a tante altre associazioni, ad aiutare con ogni mezzo quelle Terre che ogni giorno costituiscono le notizie principali dei quotidiani, calpestate dalla furia dello Stato islamico, i quali membri senza pietà hanno assediato moltissime città, uccidendo migliaia di civili o costringendoli a fuggire chissà dove e con quanti rischi e pericoli, verso un futuro sicuramente incerto. Uomini, donne e bambini di tutte le età ai quali è stata tolta per sempre la speranza di una vita migliore.

Ma se le guerre comportano l’uso di ogni tipo di armi, di sicuro la domanda sorge spontanea e a qualcuno è venuto da pensare chi arma l’Isis e cosa c’è dietro i conflitti di quest’ultimi tempi. Di certo ognuno di noi vuole essere quanto meno informato dei fatti. Bene, il comunicato stampa dal titolo immediatamente diretto “Come abbiamo armato lo Stato islamico”, risponde a queste e ad altre domande sulla questione ancora aperta dei commerci irresponsabili di armi.

A riguardo, Riccardo Noury, Portavoce nazionale di Amnesty International dal 2003 e membro dal 1980, ci ha concesso un’intervista di approfondimento aiutandoci a capire meglio i temi caldi della nostra attualità.

L’8 dicembre scorso è stato pubblicato un comunicato stampa molto importante che denuncia il commercio irresponsabile di armi da parte di molti Paesi occidentali. Chi lo ha stilato e che tipo di ricerca c’è stata dietro?

Il comunicato stampa così come il rapporto di cui il comunicato ne presenta un estratto è stato redatto dai nostri ricercatori sul Medio Oriente, precisamente da coloro che dalla sede centrale di Londra si occupano  della Siria e dell’Iraq, soprattutto dell’Iraq. È basato su una serie di analisi, di video e di immagini, oltre a testimonianze raccolte sul campo nei territori che sono stati strappati allo Stato Islamico, e di ricerche fatte da esperti singoli e da gruppi  che si occupano da anni di trasferimenti e carichi.

A proposito di ricercatori ed esperti, viene citato Patrick Wilcken, ricercatore su controlli sulle armi. E’ stato lui ad occuparsi primariamente delle indagini o ha coinvolto altri ricercatori? E da quanto va avanti questa ricerca?

La ricerca va avanti da almeno un anno, perché il momento nel quale si è capito che lo Stato Islamico aveva messo le mani su una quantità e qualità di armi, risale alla primavera del 2014. L’analisi sui flussi di armi in realtà è molto più antica perché ci sono monitoraggi e controlli che vengono fatti regolarmente da decenni, tant’è che è stato possibile anche individuare forniture che sono arrivate all’Iraq negli anni ’80 dello scorso secolo. Il contributo che danno gli esperti è sempre quello di fare consulenza: i rapporti in sé vengono redatti e compilati all’interno di Amnesty International, nel ruolo delle persone e delle associazioni coinvolte a livello di consulenza. Vengono affidate loro delle analisi specifiche per individuare esattamente che tipo di armi, che tipo di munizioni o di forniture vengono inquadrate in un determinato video o fotografia.

Si parla infatti di “forniture mal regolamentate”. Che cosa s’intende, o meglio, che cosa non è stato fatto prima di far circolare in maniera lecita queste armi?

Quello che non è stato fatto – a più riprese – è il non assicurarsi che le armi finissero nelle mani dei destinatari a cui erano state inviate e questo chiama in causa i soggetti che le hanno trasferite. In secondo luogo c’è una questione che coinvolge invece i riceventi, cioè la mancanza dei controlli, la corruzione all’interno delle forze armate irachene che ha fatto sì che moltissime delle armi loro inviate finissero nella mani dello Stato Islamico.

A proposito di armi, una parte di esse sono state affidate anche ai soldati curdi che combattono quotidianamente l’ISIS in quelle terre. E’ così?

Sì, questo è accaduto nel 2014, quando gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali – dell’Unione Europea in particolare – hanno iniziato a inviare armi alle formazioni curde, con l’obiettivo di contrastare attraverso di loro l’avanzata dello Stato Islamico. È accaduto in Iraq ed è accaduto in Siria. Le forze curde hanno controllato meglio queste forniture oppure sono state fortemente invitate a farlo; di conseguenza la quantità di armi finite nelle mani dell’IS dopo che erano state mandate ai curdi è sicuramente inferiore. Ciò non toglie che in alcuni casi, in Siria, armi destinate ai curdi siano finite nelle mani sbagliate.

Che tipo di reazione si spera di avere dalla pubblicazione di tale comunicato?

La reazione è quella di mettere in guardia, ancora una volta, la comunità internazionale, poiché quando si mandano armi in zone di guerra o in regioni instabili si corrono rischi enormi, non soltanto che ci sia ovviamente una recrudescenza di terrorismo al di fuori di quella regione, di cui già vediamo gli effetti, ma si danno armi che vengono usate lì sul posto per compiere crimini di guerra. Le armi che sono state mandate nel corso dei decenni scorsi in Iraq sono state usate dallo Stato Islamico per fare la sua campagna di pulizia etnica e religiosa in Iraq e in Siria. Bisogna rendersi conto che questi commerci irresponsabili di armi producono violazioni dei diritti e per questo motivo abbiamo chiesto che ci sia un embargo totale sulla fornitura di armi alla Siria; relativamente all’Iraq invece, chiediamo ci sia la cosiddetta regola del presunto diniego, ovvero che non si danno le armi all’esercito iracheno a meno che non ci siano garanzie verificate e accertate che quella particolare unità dell’esercito iracheno le useranno soltanto a scopi medici, cioè non a compiere attacchi e crimini di guerra, ma soprattutto darà garanzie che non verranno cedute a terze parti.

Da quando l’associazione ha reso pubblica una denuncia simile, sono stati riscontrati dei cambiamenti o delle reazioni dall’opinione pubblica e dai Paesi interessati?

No in realtà no. Sul tema del commercio di armi non c’è trasparenza complessiva e in secondo luogo c’è anche chi dice chiaramente che sta armando il soggetto contro cui si combatte. È chiaro che purtroppo non arriva qualche feedback positivo.

Tra questi Paesi abbiamo appurato che anche l’Italia è tra le prime fila del commercio bellico e di una comunicazione poco chiara. Cosa può dire a riguardo, dato che si ha l’impressione di voler sfuggire alla domanda o quantomeno si fatica a parlare di una tematica simile?

È vero che in Italia c’è molta reticenza. Ad esempio sulla questione analoga, cioè sul trasferimento di bombe da parte dell’Arabia Saudita che è impegnata in una guerra nello Yemen abbiamo dal diniego al silenzio imbarazzante da parte delle istituzioni italiane. Per quanto riguarda il ruolo avuto dall’Italia nel fornire armi all’Iraq questo è accaduto sia nella guerra dell’ ’80 contro l’Iran e poi successivamente alla caduta di Saddam Hussein dal 2003 in avanti ma l’Italia ha anche inviato le armi alle forze curde in funzione anti stato islamico. L’Italia è dentro a dei commerci che sono stati autorizzati: non stiamo parlando di traffici illegali ma comunque irresponsabili, tenuto conto del fatto che nel 2003 – nel periodo successivo alla caduta di Saddam Hussein – era chiaro che lo smantellamento dell’esercito creato da Saddam ha comportato una serie di problematiche enormi e in tal caso l’errore è stato quello di non controllare che effettivamente le forniture di armi all’esercito iracheno rimanessero lì, dove erano destinate. Io ricordo che già nel 2004 ci fu un’inchiesta da parte della Procura di Brescia riguardante il fatto che secondo il Pentagono, nella cosiddetta Battagli di Falluja (città irachena), i soldati si videro sparare addosso dagli insorti i quali possedevano armi italiane.

L’Isis ha iniziato a produrre armi per conto proprio. Come accade questo? E’ così potente questo gruppo da poter creare delle armi da sé?

Si tratta di armi rudimentali, improvvisate, che sono prodotte in maniera artigianale e non ci vuole una grande tecnologia. Non di meno sono armi estremamente pericolose, considerando il fatto che è evidente  che lo Stato islamico non segue regole di guerra e quindi il rischio che queste armi completamente improvvisate siano usate contro i civili è altissimo.

Come si sta muovendo dunque l’associazione relativamente alla questione Isis?

La situazione in realtà è molto complessa, da qualunque punto di vista la si guardi. Per quanto riguarda la Libia, tutti gli attori in campo sono coinvolti in violazioni, crimini molto pesanti e attacchi contro i civili. Nelle zone controllate dallo stato islamico la vita è praticamente impossibile, con il rischio continuo di essere colpiti dai bombardamenti o della Russia o della coalizione occidentale e nel resto della Libia c’è il tema che ormai va avanti da quattro anni e mezzo di un conflitto sanguinoso che chiama in causa altri gruppi armati. Di conseguenza se si propongono alternative meno catastrofiche ma si conduce ugualmente la guerra in modo illegale, ciò rende lo scenario siriano sempre più tragico e combattere lo Stato islamico, bombardando i villaggi, colpendo a volte i guerriglieri o puntare ai civili, come sta facendo la Russia in questo periodo, è una situazione che non favorisce una soluzione, anzi la complica ulteriormente. I Paesi occidentali ma anche l’ex Unione Sovietica, (vedi il Patto di Varsavia), hanno contribuito, attraverso la fornitura di armi, a far vincere alla lotteria lo Stato islamico in tutti questi anni. E questo è un problema.

La soluzione che chiedete quindi, è quella di abolire il commercio delle armi per contrastare lo Stato islamico?

Noi abbiamo chiesto dal 2011 che in Siria non arrivassero più armi e invece queste armi sono arrivate. Stiamo chiedendo che non se ne inviino più perché questo peggiora la situazione. Purtroppo di armi ce ne sono fin troppe e anche quelle apparentemente “da museo”, fornite ad esempio dall’Unione Sovietica negli anni ’70/’80, funzionano benissimo nonostante non siano ancora usate. Amnesty International non ha una posizione dichiaratamente pacifista, nel senso che non abbiamo una posizione che è contraria a un intervento armato se vengono seguite delle regole, se c’è una coalizione internazionale che ha un mandato chiaro da parte delle Nazioni Unite, se vengono risparmiate sofferenze ai civili, se vengono colpiti unicamente obiettivi militari, però pensiamo che queste restrizioni siano ideali in un contesto come quello siriano, che invece è una realtà di crimini di guerra.

Cosa si aspetta dal futuro e cosa vede oltre le guerre e i crimini che, indirettamente o direttamente, stiamo vivendo?

Che si concludano, perché quello che sta accadendo in Siria è una cosa spaventosa. Mi aspetto è che ci sia la consapevolezza che quando vi sono dei conflitti c’è chi si spende per farli finire e c’è chi invece vuole trarne il più possibile vantaggio economico. Questo sarebbe già un passo avanti.

Giovanna De Filippo,

Collaboratrice di Social News 

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