Pari diritti, pari dignità

Souad Sbai

La barbara consuetudine di picchiare la moglie per sottometterla è un’ingiustizia perpetrata in tutto il mondo, e solo di recente è stata riconosciuta in molti paesi come reato. Dall’America all’Asia, passando per l’Europa, molte campagne di sensibilizzazione sono state condotte su questo delicato tema, specie in relazione alle violenze entro le mura domestiche.

É un momento particolare per le donne, un momento che arriva successivamente ai tristi fatti di cronaca che si contano a decine sulle pagine dei giornali e che hanno visto come vittime le donne: abusate, oltraggiate, violate nel fisico e nella mente. Si tratta di fatti di cronaca sempre più appetibili per i media, ma ahimè affatto nuovi. É passato un secolo da quando l’8 marzo è stato proposto come giornata di lotta internazionale a favore delle donne, in ricordo dei fatti di New York, eppure ci si chiede quanto realmente si possa parlare di emancipazione femminile. C’è da festeggiare o è il caso di riscoprire l’8 marzo come giornata di riflessione sulla condizione delle donne che ancora vedono i loro diritti ignorati o sopraffatti? Già nel 2006, secondo al sua più recente, l’Istat forniva una fotografia allarmante della questione: una donna muore ogni tre giorni a causa delle violenze subite, mentre 14 milioni sono state le vittime di violenze fisiche, sessuali o psicologiche dentro e fuori l’ambito familiare. Di queste, 6.743.000 (pari al 31,9%) hanno subìto violenza fisica e sessuale, 5 milioni (il 23,7%) violenze sessuali, 3.961.000 violenze fisiche (18,8%). Sono circa 1.100.000 le donne vittime dello ‘stalking’. Se poi riflettiamo anche sul fatto che gli omicidi scaturiti dalla violenza sulle donne sono superiori a quelli per mafia, il quadro assume contorni raccapriccianti. Non sono dati nuovi per me, né per gli operatori di ACMID- Donna Onlus che, da dieci anni, denuncia storie di abusi e di soprusi quotidiani a danno di donne, esseri umani, con pari diritti e dignità degli uomini. Sono significative le parole spese dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni dell’8 Marzo, che ha definito la violenza sessuale “l’infamia più pesante in Italia e nel mondo”, richiamando poi alla Costituzione come quadro di riferimento generale per portare avanti la causa delle donne sotto tutti i suoi aspetti. Alle sue parole hanno fatto eco anche quelle del Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, secondo cui la battaglia contro gli abusi perpetrati sulle donne non può prescindere dalla certezza della pena. Ad oggi la barbara consuetudine di picchiare la moglie per sottometterla è un’ingiustizia perpetrata in tutto il mondo, e solo di recente è stata riconosciuta in molti paesi come reato. Dall’America all’Asia, passando per l’Europa, dove in alcuni Paesi, come la Spagna, molte campagne di sensibilizzazione sono state condotte su questo delicato tema, specie in relazione alle violenze entro le mura domestiche, sia che si tratti di immigrati, sia che si tratti di italiani. E molte di più devono essere. Ecco un punto cruciale su cui riflettere: la violenza domestica rappresenta una grave piaga sociale, spesso e volentieri taciuta, per vergogna o, ancor peggio, paura. La paura di rappresaglie di vario genere che spesso tocca le minacce di morte. Il rapporto Istat che ho citato all’inizio fornisce un dato inquietante: nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. E quando si tratta di maltrattamenti in famiglia si parla di “atti gravi o abbastanza gravi.” Eppure solo il 18,2% del campione considerato ha ritenuto la violenza subita in famiglia un reato: nel 44% dei casi si è trattato di qualcosa di sbagliato e nel 36% qualcosa che è accaduto. In un solo anno in Italia, paese considerato civilissimo, più di 180 donne sono morte a seguito delle violenze subite. Ci si rende allora conto come la demonizzazione degli immigrati, clandestini o meno, che usano violenza sulle donne sia eccessiva: le minacce vengono nella maggioranza dei casi dall’ambito familiare, una sfera che dovrebbe essere quella in cui tutti noi riponiamo maggior fiducia e che, invece, può rivelarsi un inferno da cui è difficile fuggire. In un contesto così frastagliato, molte donne straniere lamentano la disparità di diritti nella famiglia e nell’educazione dei figli, e reputano come ostacolo alla partecipazione alla vita sociale la mancanza di un’istruzione adeguata. Questo si riflette anche nella loro grande assenza dal mondo del lavoro, quando poi anziché fare appello a forze già presenti, ci si rivolge altrove attraverso il decreto flussi. Sono tante le donne che non conoscono la lingua e le leggi di questo Paese, ma neppure sanno leggere e scrivere nella loro lingua d’origine. Tantissime coloro che vivono il paradosso di un peggioramento della loro condizione una volta giunte qui, dove troppo poco ascoltate sono le voci di chi denuncia una situazione anomala e non più tollerabile. É indubbio che se uno straniero viola le leggi di convivenza sociale debba essere punito ed anche in maniera esemplare, ma questo non deve dare facile sponda a demagogie che sull’onda del sentimento e dell’emozione popolare possono portare a pericolosissime derive xenofobe. In secondo luogo è essenziale tutelare la famiglia, che è il nucleo fondante della società, ma, al tempo stesso, questa tutela non deve diventare sinonimo di sottomessa accondiscendenza o timoroso silenzio. Solo per questa via sarà possibile perseguire la giustizia per i colpevoli e l’equità tra uomo e donna. In tal senso l’impegno del Governo è massimo e il Ministero delle Pari Opportunità ha già fatto approvare il provvedimento contro il reato di stalking e l’inasprimento delle pene contro i reati di stupro.I diritti delle donne e la loro dignità, in qualità di esseri umani, madri, lavoratrici, instancabili pioniere di solidarietà devono sempre essere difesi e sostenuti. Per l’affermazione dei diritti civili nel mondo e per lo sviluppo democratico e sociale della società intera.

Souad Sbai
Parlamentare italiano, caporedattore di Al Maghrebiya,
presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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