IMPARIAMO DALL’ESPERIENZA DEI NOSTRI VICINI

Maurizio Gasparri

Vanno stabilite regole di accesso e soprattutto criteri chiari e rigidi per la concessione della cittadinanza. Va condotta una politica di difesa della nostra identità. Chi entra in Italia, chi decide di costruire il suo futuro deve sapere che vigono regole precise e che se non ci si conforma ad esse viene espulso.

Immigrazione clandestina, sicurezza, diritto di cittadinanza. Sono temi sui quali non si può condurre una discussione isolata, fissando tempi e criteri del diritto di cittadinanza senza risolvere prima il problema del dilagare dell’immigrazione clandestina. Recenti fatti di cronaca, a partire dalle vicende di Padova, del muro di via Anelli e dell’intervento delle forze dell’ordine per bloccare gli attivisti no-global, ci dimostrano quanto sia urgente stabilire norme precise e condivise che regolino il fenomeno dell’immigrazione e con esso la concessione del diritto di cittadinanza. Una discussione parlamentare seria, quindi, è quanto mai indispensabile per chiarire termini e modi di accesso nel nostro Paese, per salvaguardare la nostra italianità, senza echi razziali, ma aprendoci solo a chi questa italianità la condivide.

Passata la calura estiva, allontanato il ricordo dei tragici sbarchi lungo le coste meridionali, resta il problema di come gestire gli immigrati, in un’ottica che vorrebbe fare di loro dei nuovi cittadini italiani. E’ un tema questo molto spinoso, che negli ultimi mesi non ha mancato di destare anche qualche retromarcia clamorosa. Penso a quanto sta accadendo nella Spagna liberista di Zapatero. In un evidente sussulto nazionalista, lo stesso Zapatero ha dovuto scontrasi con le evidenti difficoltà della gestione degli immigrati, annunciando per ben 800mila clandestini l’espulsione. Un atteggiamento, quello di Zapatero, in netto contrasto con le politiche perbeniste e permissive dell’attuale governo di centrosinistra italiano, che pure a Zapatero strizza l’occhio, ed in netta controtendenza rispetto alle intenzioni del ministro dell’Interno Amato e di Prodi, tese addirittura a ridurre i termini di concessione del diritto di cittadinanza. Si tratta evidentemente di una posizione suicida, che alimenterebbe ancora di più il flusso migratorio, certi di trovare in Italia un punto di approdo facile. Ma se anche Zapatero è dovuto intervenire per fermare un’ondata che evidentemente lui stesso ha ritenuto lesiva dell’integrità e dell’ “essere” spagnoli, non vedo come si possa in Italia continuare a marciare nel senso contrario. Vanno fissati dei paletti, vanno stabilite regole di accesso e soprattutto criteri chiari e rigidi per la concessione della cittadinanza. Va condotta una politica protezionista e di difesa della nostra identità. Chi entra in Italia, chi decide di costruire il suo futuro deve sapere che vigono regole precise e che se non ci si conforma ad esse viene espulso. Non è un atteggiamento isterico, è solo il modo più lucido per affrontare una questione che dall’immigrazione clandestina passa per l’integrazione dei popoli. Ma anche un modo per guardare ai nostri vicini di confine ed imparare da loro. L’Italia, infatti, è bene che faccia tesoro degli errori degli altri, che in questo momento guardi a quanto sta accadendo in Spagna, che si interroghi sul perché in paesi europei che ospitano immigrati che hanno avuto la cittadinanza da tre o quattro generazioni questi ultimi soffrono ancora di una fortissima crisi d’identità. Pensiamo a quanto avviene in Olanda. Più della metà dei turchi e dei marocchini che vi risiedono continuano a contrarre matrimonio solo con un partner esclusivamente scelto dalla famiglia all’interno del proprio villaggio di origine. In Inghilterra, poi, gli attentati terroristici alla metropolitana di Londra sono stati opera di quattro terroristi suicidi che avevano ottenuto la cittadinanza britannica. Cosa aspettiamo quindi in Italia? Come possiamo far finta che centinaia di terroristi islamici con cittadinanza europea sono andati a combattere la loro terra santa in Afghanistan, in Iraq e che alcune decine si sono fatte esplodere in Israele e in Iraq? Ed allora non lasciamoci intrappolare dall’irragionevole ideologismo di chi vorrebbe aprire le porte a tutti e magari sostituire in maniera acritica e decontestualizzata allo ius sanguinis lo ius soli. Ricordiamoci che nel resto d’Europa ed ancor prima negli Stati Uniti, la tendenza è diversa. Si tende, infatti, ad operare delle politiche sempre più selettive sul piano dell’accoglienza dei immigrati, molto più rigorose sul piano dell’integrazione e della cittadinanza. Ostinarsi a voler andare da un’altra parte, quindi, sarebbe solo una svolta lesiva degli intessi degli italiani e di sicuro una riforma rivoluzionaria al ribasso. Guardiamo come ad un esempio da seguire le leggi francesi, che prevedono per gli immigrati l’obbligo di sottoscrizione di un contratto di accoglienza e di integrazione e poi specifici corsi di educazione civica e di lingua sui quali dovranno sostenere un esame. Una cosa analoga avviene in Germania, dove gli immigrati devono seguire corsi di tedesco e sui principi della Costituzione. Ancora più restrittive le norme olandesi, con un esame di lingua da sostenersi telefonicamente ancora nel paese d’origine. Test che, ricordiamo, questi paesi hanno introdotto sia per l’ingresso degli immigrati, sia per la questione della cittadinanza ed ai quali anche l’Italia dovrebbe pensare. Perché non bisogna che gli immigrati possano dire “io sono di qui” per rivendicare una carta d’identità italiana. Bisogna dimostrare di “essere” di qui, cioè di avere assimilato principi, valori, cultura, leggi. Come può quindi il centrosinistra pensare di ridurre da 10 a 5 il numero di anni di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana? Non è questo il caso di lanciare slogan di facciata mentre le nostre strade traboccano di extra comunitari. Ci pensino prima che si alzino altri muri e che si possa dire “italiano” anche quel pakistano che ha ucciso la figlia perché contraria al matrimonio combinato dalla famiglia. Di cittadini così non abbiamo bisogno.

Maurizio Gasparri
Componente dell’Esecutivo di Alleanza Nazionale

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