Cybercultura: un nuovo umano si sta formando

Linguaggi, strategie delle nuove tecnologie della comunicazione sono tematiche al centro della riflessione contemporanea che tocca in particolare il mondo politico e dell’informazione. Come si stanno  trasformando le società, le culture, gli stili di vita con l’introduzione di nuovi strumenti ? L’avvento dei nuovi media influenza potenzialmente tutti gli aspetti dell’attività umana. Il lavoro, l’economia, la scuola, le relazioni e i comportamenti umani stanno gradualmente cambiando la loro  fisionomia, ma è ancora difficile intravedere l’esito finale di queste trasformazioni.

La parola “cybercultura” viene utilizzata in una varietà di modi, spesso riferendosi a determinati prodotti culturali e pratiche nate da tecnologie informatiche e Internet. Generalmente, tale termine si riferisce alle culture delle comunità virtuali, ma si estende a un ampio raggio di materie culturali correlate ai temi “cyber“, cibernetici, e la percepita “cyborgizzazione” del corpo umano e della società umana stessa.

Parafrasando E. Burnett Tylor, antropologo britannico, potremmo definire la cybercultura come: «quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in Rete, intesa quest’ultima come l’insieme complesso delle tecnologie della comunicazione

Spazi virtuali di relazione e di connessione

Il cyberspazio invece è il dominio caratterizzato dall’uso dell’elettronica e dello spettro elettromagnetico per immagazzinare, modificare e scambiare informazioni attraverso le reti informatiche e le loro infrastrutture fisiche. Le nostre esperienze quotidiane ormai, le viviamo continuamente immersi nel digitale. Una realtà, quella virtuale, che difficilmente possiamo considerare separata da quella social: per il sociologo Jurgenson non è più possibile dunque parlare di on-line ed off-line come realtà separate.  I media e la Rete pervadono la nostra  percezione della vita quotidiana in ogni suo aspetto:sociale, politico ed economico. Gli studiosi contemporanei di comunicazione descrivono i  nuovi media  come “sociali”o meglio come parte di noi, come prolungamenti del nostro corpo e della nostra mente, amplificatori dei nostri sensi ed è  questo nuovo status cognitivo che ci permette di essere  interconnessi con il mondo.

I social media, dunque, non sono altro che tecnologie e l’insieme di nuove pratiche che le persone adottano per accedere liberamente e condividere contenuti testuali, immagini, video e audio, un gruppo di applicazioni basate sui presupposti ideologici e tecnologici del Web 2.0, che connettono mente, corpo , emozioni e nuove piattaforme web , dove lo schermo del media utilizzato diventa il vero centro operativo di interconnessione. Tutto accade con e nei media, restiamo continuamente  connessi, a contatto con gli altri grazie alla natura interattiva dei media digitali. Ciò porta degli enormi vantaggi di carattere relazionale-comunicativo ed economico: possiamo determinare il flusso dei contenuti su più piattaforme, interagire in profondità scegliendo quello che vogliamo vedere ed usare, modificare nuovi contesti. In questo modo si sviluppa una maggiore cooperazione tra pubblico attivo e industria dei media, i cui prodotti culturali diventano sempre più prodotti di nicchia di cui il singolo individuo si appropria, ampliando cosi “l’esperienza della narrazione”, sentendosi libero cioè di raccontarsi e mostrarsi trasparente nell’ambiente online ad un pubblico però ancora a lui sconosciuto.

Nuove narrazioni significano  anche forme di partecipazione attiva, sviluppo di nuove e ricche identità o meglio ancora,  capacità di estrarre dal flusso mediatico frammenti d’informazione che diventano risorse per la quotidianità.

 

Pregi e difetti della società in Rete

Particolarmente interessanti le tesi dei due scienziati sociali Henry Jenkins e Sherry Turkle, tra i più noti negli studi sulla scienza della comunicazione digitali, docenti universitari statunitensi e autorevoli studiosi di media digitali e del loro impatto psico-sociale nella società contemporanea (quella che  il sociologo Castells definirebbe “società delle Reti”). Tesi che ci appaiono completamente opposte ed è proprio questo a rendere la questione ancora più intrigante ed attuale.

Per Jenkins infatti , stiamo assistendo ad  un positivo cambiamento socio-culturale, ad una evoluzione dei vecchi media, ad un processo tecnologico che ingloba più funzioni in un unico strumento (fenomeno che definisce “Convergenza”) e alla nascita di “nuove abilità partecipative”che coinvolgono il produttore-consumatore in prima persona; per la Turkle invece, le nostre relazioni sociali sono sempre più “fredde”, siamo fisicamente presenti, ma mentalmente assorbiti dalla tecnologia , inseriti in un macro ambiente virtuale dove si perde sempre più “ il senso di comunità”. Ciò che è certo è che gli individui hanno “preso in mano” i media, per citare l’antropologa Mizuko.

Secondo Jenkins ora possiamo determinare il flusso dei contenuti su più piattaforme, interagire in profondità scegliendo quello che vedere ed usare, modificando o creando nuovi contesti. Si sviluppa così una maggiore cooperazione tra pubblico (ora più attivo che mai) ed industria dei media, i cui prodotti culturali diventano sempre più prodotti di nicchia di cui il singolo individuo si appropria.

L’analisi della psicologa Turkle invece, non sembra fornire uno sguardo così fiducioso e costruttivo nei confronti delle nuove tecnologie che, fin dall’inizio dei suoi saggi, definisce “sole macchine in grado di plasmarci”, oggetti che ci portano a condurre “vite parallele in mondi virtuali, scoprendo un nuovo e perverso senso del luogo”. La macchina diventa la nostra compagna di vita, oggetto da amare e curare, “architetto della nostra intimità” -scrive la studiosa- che ci offre l’illusione della compagnia e allo stesso tempo rafforza le nostre insicurezze evitando le vere relazioni sociali cosi ormai complesse ed impegnative. L’accesso al web è la nostra vera casa ora: il “luogo della speranza nella vita”, sottolinea Turkle.

Abitare il web

Tesi come queste si mostrano interessanti e discutibili, ma vi è un aspetto che senza dubbio troverebbe d’accordo noi tutti, compresi i due studiosi: c’è un problema ancora aperto e che andrebbe al più presto preso in considerazione e cioè quello riguardante l’etica dei media digitali.

Nell’era della partecipazione, la tecnologia non può continuare ad essere circoscritta solo come “conoscenza profonda della natura”,  come afferma il filosofo Walter Benjamin. Si prospetta dunque la necessità di  elaborare e diffondere un nuovo modello di “alfabetizzazione mediatica”, che significa acquisizione di nuove abilità in maniera cosciente e non semplicemente per soddisfare bisogni sociali ed individuali. L’uomo e il mondo stanno attraversando un profondo mutamento in seguito allo sviluppo delle nuove tecnologie a volte utili, incontrollabili, demonizzate e divinizzate, in grado di condurci alla totale frammentazione o ad una nuova globalizzazione.

La  Rete si è creato uno spazio nuovo, culturalmente nuovo, dove l’idea di privacy, di relazione e di emozione cambia, perché si evolve e si estende, virtualmente parlando,  la nostra mente. I nostri pensieri e le nostre relazioni si concretizzano in uno spazio che è  esclusivamente pubblico, trasparente. Siamo individui interconnessi e visibili che tentano ,attraverso la tecnologia, di “eternizzarsi” e di rendersi unici e perfetti, protagonisti in Rete , produttori e consumatori di contenuti mediali , raccontando e raccontandosi, esponendosi come merce dietro ad  uno schermo.

Un nuovo umano si sta formando”, citando  Derrick de Kerckhove,  e raggiungere una “saggezza digitale” è il nuovo obbiettivo oggi  di giovani e adulti.

Giacomo Buoncompagni
Buoncompagni Giacomo. Phd student in Human Sciences presso l’università di Macerata. Dottore in comunicazione , specializzato in comunicazione pubblica e scienze criminologiche . Ha conseguito diplomi di master
universitari di secondo livello in ambito criminologico-forense. Esperto in comunicazione strategica, analisi dei media e linguaggio non verbale. Cultore della materia e Collaboratore di Cattedra in “Sociologia generale e della devianza“ e “Comunicazione e nuovi media”presso l’Università di Macerata. E’Presidente provinciale dell’associazione Aiart di
Macerata e autore del libro “Comunicazione Criminologica”( Gruppo editoriale l’Espresso2017). giacomo.buoncompagni@libero.it

Giacomo Buoncompagni

Buoncompagni Giacomo. Phd student in Human Sciences presso l’università di Macerata. Dottore in comunicazione , specializzato in comunicazione pubblica e scienze criminologiche . Ha conseguito diplomi di master universitari di secondo livello in ambito criminologico-forense. Esperto in comunicazione strategica, analisi dei media e linguaggio non verbale. Cultore della materia e Collaboratore di Cattedra in “Sociologia generale e della devianza“ e “Comunicazione e nuovi media”presso l’Università di Macerata. E’Presidente provinciale dell’associazione Aiart di Macerata e autore del libro “Comunicazione Criminologica”( Gruppo editoriale l’Espresso2017). giacomo.buoncompagni@libero.it 

Tags:

Rispondi