Donne al volante in Arabia Saudita: una scelta economica

Essere donne in Arabia Saudita è complicato. Richiede una serie di impegni, di convenzioni, di abitudini improbabili, di censure. In Arabia Saudita l’essere donna si scontra con una società decisamente maschilista, patriarcale, con modi di vivere e di rapportarsi che sono dettati dalla religione, più precisamente dalla versione estremista e conservatrice dell’Islam, il Wahabismo.

Si tratta quindi di una vita improntata sul rispetto delle regole: rispetto per la figura maschile, sia esso figlio, padre, nonno, marito, rispetto morboso per la propria religione, un rispetto che si piega ai limiti dell’obbedienza, un rispetto che plasma la vita. Serve il permesso per partire, per andare dal medico, per andare in banca, per viaggiare. Anzi, serve proprio un guardiano. Qualcuno che, alla stregua di un’ombra più ingombrante di un corpo, segue e approva o disapprova, autorizza o vieta le azioni giornaliere delle proprie mogli, figlie, madri. Come se non avessero capacità di giudizio, come se avessero un quarto di cervello (citazione del presidente del Consiglio della fatwa).

Immaginiamo quindi la sorpresa nel momento in cui l’unico Paese al mondo in cui le donne non hanno il permesso di guidare, dichiara ufficialmente che la guida non sarà mai più interdetta alla metà di popolazione che, da quel momento, sarà attivamente in grado di partecipare alla vita del Paese. Con enorme disappunto degli ultra conservatori, alcuni addirittura imprigionati dal principe Salman, i quali spiegavano l’interdizione alla guida con giustificazioni ai limiti del ridicolo: guidare danneggia le ovaie! O ancora, lasciare le donne libere di muoversi distruggerebbe le basi della famiglia e della moralità!

 

Donne al volante: dietro una ragione economica

Proprio il principe Mohammed bin Salman, grazie anche all’influenza  miliardario filantropo Alwaleed bin Talal, noto per il suo impegno a favore dell’emancipazione femminile, ha firmato il decreto che permette alle donne di guidare, evidenziando il fatto che il divieto rappresentasse prima di tutto un danno per l’economia saudita, piuttosto che un limite imbarazzante.

Il principe Salman ha infatti lanciato un programma di riforme per modernizzare l’economia, e uno dei punti riguarda proprio la partecipazione lavorativa delle donne, con un tasso di occupazione fino ad ora fermo al 22%. Secondo Alwaleed bin Talal, dunque, “oltre a riguardare i diritti, è un tema economico, sociale e di sviluppo”.

Le donne possono finalmente guidare, sbuffare al volante, tamponare un’auto solo perché ci si è resi conto che effettivamente al Paese serve il contributo dell’altra metà della popolazione completamente dimenticata. E non è mica una cosa brutta, anzi, è un buon passo in avanti rispetto alla medievale Arabia Saudita. Ma davvero l’idea nasce dalla crescita economica e dallo sviluppo? Questo disturba parecchio. Pensiamo alla crescita economica quando le donne saudite devono ancora chiedere il permesso e andare a lavoro, a fare una passeggiata, dal medico con la dovuta attenzione del guardiano, anche nel caso in cui sia il figlio di 6 anni?

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Il permesso di guidare è stato concesso dopo aver attentamente appurato che non vada contro la sharia. Perciò è necessario un codice di comportamento da seguire con, ad esempio, i poliziotti. Si, perché le donne saudite, tra le altre cose, non possono guardare un uomo negli occhi. Una terribile mancanza di rispetto. Quindi, nel caso in cui ci sia una multa di mezzo, come ci si comporta? Questo è tutto da vedere. Quello che conta, quello che davvero si festeggia, è la briciola di libertà di cui, a partire dal giugno prossimo, le donne possono godere. Finalmente non devono più spendere una parte consistente dello stipendio per avere un autista che le accompagni, o aspettare che il marito, padre, fratello di turno si disponibile.

Possono rinunciare a stare prigioniere in casa perché non hanno nessuno a cui chiedere un passaggio. Da questo momento, potranno assaggiare la libertà di premere l’acceleratore e sentire il vento che accarezza il viso, anche se coperto. Potranno scegliere. Grazie a questo decreto si incentiva la presenza lavorativa delle donne, e questo non può che essere meraviglioso. Però non può essere tutto.

 

Il primo tentativo di rivoluzione nel 1990

La rivoluzione delle donne saudite comincia neanche troppi anni fa, nel 1990, quando decine di donne si misero al volante per protesta. Nel 2007 fu il turno delle petizioni, quando l’Associazione per la Protezione e la Difesa dei Diritti delle Donne presentò al re Abdullah 1100 firme. Wajeha al-Huwaider era tra le promotrici dell’evento, e un anno dopo pubblicò un video in cui si mostrava alla guida. Nel 2011 fu lanciata su Facebook la campagna Women2Drive, che ebbe tantissimi consensi. Seguendo l’esempio di Wajeha al-Huwaider, diverse donne si fecero filmare al volante, ma quella che suscitò più scalpore fu quando, nel novembre 2014, Loujain al-Hathloul guidò da Abu Dhabi fino al confine con l’Arabia Saudita, tentando di attraversarlo. Le costò un arresto, e una prigionia di 73 giorni.

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In Arabia Saudita è necessario un cambiamento radicale in tanti altri ambiti, oltre alla possibilità di guidare. Le donne non dovrebbero aver bisogno di un guardiano, è troppo ridicolo perfino pensare una cosa simile. Tutte dovrebbero avere la possibilità di andare al cinema, essere turiste nel mondo e nel proprio Paese esercitando quella libertà che non si avvale della compagnia maschile obbligatoria, ma di una sana solitudine che, se voluta, deve essere accettata e rispettata, o di una compagnia gradita e scelta. Il rispetto verso se stesse è l’unico rispetto per cui vale la pena lottare, che rivendica tantissimi diritti e libertà fondamentali. Ed è anche quello che molte donne saudite ancora, purtroppo, non hanno.

 





Luana Targia
Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all'Università degli studi di Palermo. L'incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l'unica arma che possiede.

Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all'Università degli studi di Palermo. L'incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l'unica arma che possiede. 

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