Aborto, un diritto tra dittature e libertà

Quando inizia la vita? Il bambino nel grembo si può considerare “persona” già con il concepimento o solo dopo il parto? Attorno a queste domande si sviluppa la questione dell’aborto, un problema che mette sui diversi piatti della bilancia i diritti di una donna e quelli del nascituro. Le associazioni pro-life (a favore della vita) e quelle pro-choice (a favore della scelta) si confrontano da sempre su questi temi. Mentre le prime considerano l’aborto un omicidio e una pratica aberrante, per le seconde una interruzione volontaria di gravidanza (ivg) è un evento che cambia la vita delle donne, e per questo, ritengono che dovrebbe essere loro diritto decidere.

L’etica, la medicina, la religione, la legge, l’opinione pubblica, analizzano l’istituto dell’aborto da prospettive e con punti di vista differenti. Ognuna, infatti, espone le proprie tesi che, la maggior parte delle volte, contrastano con le altre. Ciò fa sì che il diritto all’aborto sia uno dei temi più scottanti e controversi della contemporaneità. L’informazione è l’unica via sicura per far sì che ogni donna comprenda le responsabilità che derivano da una scelta così importante, mai facile da prendere.

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L’aborto nelle dittature: tra politica, economia e ideologia

La pratica dell’aborto nasce con la storia dell’uomo. Tuttavia ritroviamo le prime leggi che ne danno una vera regolamentazione solo in autentici regimi dittatoriali. Tutto questo sembra paradossale se si pensa all’aborto come mezzo che da alle donne un potere sul proprio corpo. Così, infatti, non era.

Il primo a legalizzare l’aborto fu Lenin, che lo utilizzò come mezzo di controllo delle nascite. In alcuni anni, il numero delle interruzioni di gravidanza superò di gran lunga quello dei bambini nati. In occasione di un convegno organizzato presso la Duma di Stato, il professor Lavrov, storico dell’Accademia delle scienze, ha presentato una relazione intitolata “Ruolo dei bolscevichi nella distruzione della famiglia”. In questo suo lavoro il professore spiega come il crollo demografico russo iniziò proprio con il dittatore e la sua politica. Gli aborti, infatti, furono una tra le cause per cui la popolazione iniziò a decrescere rapidamente.

Subito dopo l’Unione Sovietica, il secondo Paese a varare una norma abortistica fu la Germania di Hitler. L’ideologia nazista aveva tra i propri pilastri fondamentali le teorie dell’eugenetica e del miglioramento della specie. Infatti, nel 1933 venne adottata una legge per prevenire le nascite che, dal punto di vista genetico, non erano in grado di preservare la purezza della razza ariana. Tutte quelle ritenute “non idonee”, a partire dagli ebrei, venivano eliminate per mezzo dell’aborto e della successiva sterilizzazione delle donne che avevano avuto tali gravidanze “imperfette”. Inoltre, con lo scopo di annientare i popoli slavi considerati inferiori, i nazisti utilizzarono l’aborto per ostacolarne la riproduzione. Solo con i processi di Norimberga, gli aborti di massa imposti a queste popolazioni vennero considerati atto di sterminio, crimine di guerra e crimine contro l’umanità.  

Anche la Cina comunista ha una storia simile. Nel 1979, infatti, venne approvata la “politica del figlio unico” per contrastare la sovrappopolazione, una politica che va contro ogni elementare diritto umano. “Meno bambini più maialini in fattoria”, “una sterilizzazione fa bene a tutta la famiglia”, questi sono gli slogan con cui il regime tentava di convincere la popolazione che questa linea fosse la più corretta per il benessere del Paese. Per chi non rispettava l’imposizione, il governo interveniva con aborti selettivi e forzati e alcune volte anche con l’infanticidio. Nel 2013 Ma Jian, scrittore cinese, riportò al Times alcuni racconti su quanto accaduto. Ecco cosa scriveva: “Se una donna rimane incinta senza permesso, o riesce a pagare la multa, assolutamente esorbitante, o viene sottoposta ad aborto forzato”. Tra gli episodi riportati quello di una ragazzina incinta di otto mesi che venne trascinata in un locale e legata ad un tavolo operatorio, contro la sua volontà. In seguito, un medico, dopo averle iniettato un liquido letale, la lasciò legata per due giorni a contorcersi dai dolori, in attesa che il bambino assassinato venisse espulso. Ufficialmente, il governo cinese ha sempre etichettato come false queste versioni nonostante testimonianze e immagini affermino il contrario.       

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Le donne italiane escono dal silenzio: dalla clandestinità alla libera scelta

In Italia, invece, la legalizzazione dell’aborto voleva dare alle donne la libertà di scelta. Fino agli anni Settanta, infatti, il panorama italiano si caratterizzava per una grande quantità di aborti clandestini. Per le donne, non si trattava solo del rischio di morire, ma anche del silenzio cui erano costrette poiché, per il codice penale, la volontà di interrompere una gravidanza era considerata reato. In una società fortemente influenzata dalla presenza della Chiesa Cattolica, si pensava fosse inaccettabile che una donna venisse meno al suo dovere di procreare. Ma gli anni Settanta sono anni di grandi cambiamenti e di conquiste, e uno dei motori di questa rivoluzione furono proprio i movimenti femministi che, a gran voce, iniziarono a protestare riversandosi per le piazze di ogni paese, ritenendo questa situazione inaccettabile. Prima di arrivare alla legge regolatrice, molte furono le giovani processate per aborto. Tra queste, Gigliola Pierobon, che così scriveva: “Mi chiamo Gigliola Pierobon. Molti mi conoscono per la ragazza che ha abortito e che è stata “giudicata” dal tribunale di Padova. La mia storia è diventata di dominio pubblico: il “caso Pierobon”. Eppure la mia storia è quella di tante altre donne e il mio “reato” è un fatto commesso ogni anno in Italia da più di tre milioni di donne, con altrettanti partners, “medici” e praticoni. Il mio “reato”, il “reato” della maggioranza delle donne, è volutamente programmato da chi detiene il potere per lasciare la donna nella non disponibilità del proprio corpo e quindi delle proprie scelte”

Le donne che manifestarono per le strade, a ritmo di canti e musica, riuscirono a sradicare questi tabù e ad infrangere quel muro di silenzio che circondava la questione dell’aborto: per una che parla cento annuiscono. Solo al termine di un dibattito politico e sociale, durato un decennio, si arriverà nel 1978, grazie anche al sostegno del Partito Radicale, all’approvazione della legge 194 che regola l’aborto in Italia.

Legge 194/1978, l’obiezione di coscienza è un diritto acquisito

Al giorno d’oggi, l’interruzione volontaria di gravidanza è legale su richiesta della donna, se effettuata entro i primi 90 giorni dal concepimento. Scaduto questo termine, l’aborto è possibile in presenza di gravi malformazioni del feto o se la salute della gestante è a rischio. Con la legge 194, però, si introduce, nell’ordinamento italiano, anche l’obiezione di coscienza. Secondo la norma, un medico può decidere di non voler interrompere una gravidanza per motivi di coscienza, salvo il caso in cui la vita della gestante sia in pericolo.

A tal proposito, Anna Pompili della Libera Associazione Italiana Ginecologi afferma che la percentuale di medici obiettori in Italia raggiunge oggi una media del 91,3% non garantendo così la piena applicazione della legge. Secondo il Comitato europeo per i diritti sociali, l’obiezione di coscienza mette a repentaglio la vita della donne. Basti pensare al 2010, quando una ragazza è stata costretta ad abortire, da sola, nel bagno di un ospedale romano, o una donna nel padovano che, quest’anno, prima di abortire è stata respinta da 23 ospedali. L’istituto superiore della Sanità nel 2006, stimava almeno 55 aborti illegali al giorno. Un passo indietro di quarant’anni per l’Italia.

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Uno scontro tra diritti

Paradossalmente, l’obiezione di coscienza è sancita dalla stessa legge che riconosce alle donne la possibilità di abortire. Uno scontro tra diritti. Ma come conciliarli? Se, da una parte, l’obiezione di coscienza è un diritto riconosciuto e per questo non può essere messo in discussione, dall’altra, l’elevata percentuale di medici obiettori, si traduce nell’annientamento del diritto delle donne. Molti sono i fatti di cronaca che danno conferma di questa situazione. In alcune regioni, per esempio, non ci sono né mezzi né personale, che garantiscano una interruzione di gravidanza: a Bari nel 2010, quando andò in ferie l’unico medico non obiettore, il servizio fu totalmente sospeso. All’ospedale Santa Chiara di Pisa, solo 5 medici si dichiarano disponibili per interrompere una gravidanza. Questa situazione comporta liste d’attesa lunghissime, donne che vanno all’estero o sono costrette ad abortire in clandestinità. Il Servizio Sanitario Nazionale, nei fatti, si dimostra incapace di garantire pienamente la corretta applicazione della legge 194. La Cassazione, dal canto suo, ha tentato di tracciare un limite all’obiezione di coscienza. La Corte Suprema ha dichiarato che questa può essere invocata soltanto per quel che riguarda la fase che determina l’aborto, ma non nelle fasi precedenti e successive all’intervento stesso, e nemmeno se la salute della donna è in pericolo. Altrimenti il medico incorre nel delitto di rifiuto d’atti d’ufficio. In seguito a questa decisione, un medico di Pordenone è stato condannato per aver rifiutato di assistere una donna che aveva abortito, nonostante l’ostetrica sospettasse un emorragia.

Questi eventi hanno portato alcuni esponenti politici a proporre modifiche della legge 194. Tra le idee, quella di garantire la presenza di almeno il 50% di medici non obiettori in ogni ospedale, realizzando così il miglior bilanciamento possibile tra diritti. Bisogna riconoscere che i tentativi di cambiamento, per quanto rari, sono evidenti. Tra questi, l’ospedale San Camillo di Roma che, attraverso un concorso pubblico, ha assunto due medici non obiettori destinati unicamente al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. In questo modo si vuole garantire un servizio sanitario, il cui accesso in molti ospedali italiani è ostacolato dal diffuso ricorso all’obiezione di coscienza. Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, guardando alla situazione italiana, si dice “preoccupato per le difficoltà di accesso agli aborti legali a causa del numero di medici che si rifiutano di praticare interruzione di gravidanza per motivi di coscienza”. La preoccupazione è espressa anche per il numero significativo di aborti clandestini.  Il richiamo all’Italia è chiaro. Secondo il Comitato, infatti, “lo Stato dovrebbe adottare misure necessarie per garantire il libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto, con un sistema di riferimento valido”.

La legge sull’aborto è una lotta vissuta, ovunque, con grande passione. Questo è un tema che tocca i sentimenti più profondi delle donne. In Italia l’obiezione di coscienza deve essere garantita, ma non a scapito del diritto delle donne ad abortire. La questione non è affatto semplice. Per l’alto numero di medici obiettori la legge 194 continua ad essere applicata solo a metà. È necessario, dunque, intervenire per trovare un equilibrio che disciplini l’obiezione di coscienza e garantisca alle donne la totale libertà di decidere per il proprio corpo, ma soprattutto che dia alle donne il potere su stesse.

 

         

 

                                  

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