Globalizzazione e nuove opportunità

Globalizzazione e nuove opportunità

La globalizzazione è un fenomeno pressoché onnipresente nella società contemporanea, magari non al centro del dibattito politico e sociale, ma ugualmente protagonista indiscusso della quotidianità e delle relazioni che vi si intrecciano. Da un certo punto di vista, tale fenomeno può essere considerato allo stesso tempo sia obsoleto che moderno. La sua forma è ambivalente in quanto si cominciò a parlare di globalizzazione già a metà del 1800, quando lo sviluppo di nuove tecnologie (navi a vapore, ferrovie e telegrafo) rese possibili un maggior numero di scambi commerciali su scala globale. Tuttavia, è vero anche che questo fenomeno ha conosciuto una brusca accelerazione a partire dagli anni ottanta del XX secolo, soprattutto per via della rivoluzione informatica, che ha diminuito drasticamente il costo dei trasporti e delle comunicazioni, aprendo di fatto la fase attuale della globalizzazione, definita neo-liberista.
Dunque, appare chiaro che, a fronte di un’evoluzione lunga più di un secolo e mezzo, non vi siano facilitazioni per un’interpretazione univoca ed esauriente della globalizzazione, ma ognuno, sulla base delle proprie percezioni e conoscenze, può trovare un filo logico lungo la strada dei cambiamenti, in cui, come individui, ci troviamo inseriti.

Per questo, più che alla sua multiforme composizione, è bene rivolgere l’attenzione ai processi di trasformazione che la globalizzazione ha messo in atto nella società contemporanea, portando a rivalutare ogni valore sottoforma di prodotto inseribile all’interno dei processi di consumo, rivelando così un’essenza più economicizzante che modernizzante o civilizzante. Appare evidente che è il consumo la chiave di volta per un fenomeno in cui l’etica e la morale vengono soppiantate da dinamiche economiche prevalenti, in cui non esiste un modello coerente o una “norma” poiché tutto ruota attorno al profitto e ciò che non è allineato a tale logica diviene forzatamente anormale, retrogrado o comunque un’ingerenza da sconfiggere e segregare. Le conseguenze sono collettivizzanti, nessuno può dirsi estraneo all’incertezza, all’imprevedibilità e all’instabilità derivanti da un sistema in grado di raggiungere ogni angolo del globo e basato sulla totale assenza di regole, dato che l’unica forza veramente importante è l’autolegittimazione data dagli affari nel mondo.

Tutto ciò avviene in un contesto in cui il neocolonialismo economico è interessato alle relazioni commerciali diseguali, quasi a senso unico, dove non conta né la tutela dell’ambiente né quella dei diritti umani ma solamente il profitto. La globalizzazione è spesso portatrice della deindustrializzazione e della delocalizzazione delle imprese dai Paesi occidentali a favore dei Paesi in cui è possibile produrre con meno vincoli, meno tasse e meno controlli. È evidente che tale fenomeno comporta un divario sempre maggiore fra le diverse aree del mondo, con tutto ciò che ne consegue: sempre maggiore speculazione e sfruttamento, favoriti dall’avidità e dall’egoismo che in modo opprimente detengono il controllo sulle filiere produttive delle multinazionali. Ma allora, quali sono le opportunità date dal processo di globalizzazione?

Secondo le parole di John Kavanagh, del Washington Institute of Policy Research, riferite nell’ <<Independent on Sunday>>, il 21 luglio 1996: “La globalizzazione ha dato più opportunità a coloro che sono estremamente ricchi di far denaro più rapidamente. Questi individui hanno utilizzato la più recente tecnologia per muovere grandi somme di denaro in tutto il mondo con estrema rapidità e per speculare in modo sempre più efficiente. Purtroppo, la tecnologia non ha alcuna influenza sulla vita dei poveri del mondo. In realtà, la globalizzazione è un paradosso; mentre risulta molto vantaggiosa a pochissimi individui, trascura ed emargina due terzi della popolazione mondiale“.
All’interno di questo sistema, le persone non vengono considerate come parte integrante di un processo orientato allo sviluppo della civiltà, bensì dei semplici consumatori, o produttori, di merce “usa e getta” e così il problema che, almeno in teoria, la globalizzazione avrebbe dovuto risolvere, ovvero ridurre il grande divario fra Nord e Sud del mondo, è stato invece acuito da tali logiche. Il famigerato slogan “la globalizzazione riduce le distanze e rende il mondo più piccolo” è ormai un vecchio mito da sfatare, in realtà la globalizzazione riduce le distanze solo in determinati contesti e solo a determiniate condizioni, che ignorano i confini geografici e dividono gli esseri umani in base a due fondamentali criteri: ricchezza e potere. Anche il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman, palesa che “i cosiddetti processi di globalizzazione finiscono per ridistribuire privilegi e privazioni di diritti, ricchezze e povertà, risorse e impotenza, potere e mancanza di potere, libertà e vincoli. Oggi si svolge sotto i nostri occhi un processo globale di stratificazione, che determina una nuova gerarchia socio-culturale su scala planetaria” (Bauman 2001, 78-79).

Per concludere, la globalizzazione polarizza e divide il mondo in due: il primo mondo, dove le persone vivono di ricchezza e possibilità, il secondo mondo, dove si vive di povertà e di preclusioni. Dunque, non è possibile immaginare che il processo di globalizzazione prosegua lungo questa strada, risulta invece auspicabile un cambiamento radicale, che la porti a essere al servizio della gente comune, mantenendo la sua dimensione globale ma perseguendo l’obiettivo di un progresso culturale, che favorisca la costruzione di un mondo in cui le condizione delle donne e degli uomini ne traggano beneficio, aiutando loro a fare uso della libertà di cui dispongono e a divenire parte attiva del processo evolutivo della società contemporanea.

Andrea Tomasella (Twitter: @andtomasella)

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