Se il bambino autistico diventa amico di SIRI

Può davvero una macchina virtuale, un personal computer ad esempio o un cellulare di ultima generazione sostituire l’uomo in certe relazioni sociali? Può in qualche modo un software virtuale come Siri essere una valida compagna di viaggio nel nostro mondo, spesso costruito dalla nostra grande immaginazione?

La risposta è si, o meglio: software vocali come Siri per i dispositivi Apple rappresentano la nuova frontiera dell’interazione sociale, che non devono essere assolutamente messi in cattiva luce. La paura è che questi strumenti, socialmente e culturalmente consolidati, possano distruggere il feedback che gli esperti di psicologia sociale difendono a chiare lettere come “un messaggio di ritorno che gira intorno ad una nostra interazione sociale, che scompare nel momento in cui viene a mancare un rapporto reale tra due o più persone”. Ma qui, nella nostra multivirtuale società, i problemi sono altri. Pensiamo all’autismo.

siri autismo

L’autismo, che in origine prendeva il nome di Sindrome di Kanner, è considerato dalla più moderna comunità scientifica internazionale come un disturbo neuro-psichiatrico che interessa interamente la funzione celebrale. Con questo, la persona affetta da tale patologia mostra un comportamento tipico caratterizzato da una ridotta integrazione socio-relazione con gli altri e da una comunicazione unidirezionale che si presenta come un parallelo ritiro interiore. Ma qual è il nesso che unisce una patologia cosi importante come l’autismo e le attuali forme tecnologiche virtuali? Per rispondere a questo quesito, facciamo riferimento ad un articolo americano pubblicato lo scorso mese sul New York Times, dove la giornalista Judith Newman racconta dello sbalorditivo rapporto tra l’assistente vocale degli Iphone, Siri, con Gus, suo figlio autistico, di 13 anni.

In una società in cui la tecnologia rappresenta ancora, secondo l’insistenza dei più esperti un isolante sociale, la storia della giornalista e di suo figlio Gus sembra essere perfettamente incline a rappresentare un nuovo modo di vedere ed interagire con questi strumenti virtuali. Sempre nel suo articolo, la giornalista riporta le diverse interazione tra suo figlio e Siri, descrivendo anche la pazienza del sistema operativo alle insistenti domande di Gus circa il meteo e la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi, argutamente descritti da Siri che non ha ceduto ad un’ora ininterrotta di conversazione con il bambino. Tutto ciò apre le porte ad una nuova visione dell’interazione umana, dove l’amico immaginario per un bambino autistico non è poi cosi tanto immaginario.

Affetto da un grave disturbo della comunicazione, qualsiasi bambino autistico può ritrovare una seconda figura umana in una figura che tanto umana non è, ma che non può dirsi totalmente immaginaria. Siri risponde, ed è questo che ai bambini interessa. Gus sa che Siri non è davvero umana, o meglio sa di saperlo. Per molti autistici, come dichiara Newman, gli oggetti inanimati, se da una parte non possiedono una vera anima, dall’altra meritano comunque di essere presi in considerazione. In questa personale visione del mondo, Gus ha dovuto anche fare i conti con un’altra realtà, presa spesso in considerazione in questo articolo: la comunicazione. Diversamente da altri sistemi vocali, si pensi ad Android, con Siri si ha il bisogno di pronunciare a chiare lettere le parole, cosa che risulta molto difficile per Gus, che come dichiara la mamma “parla come se avesse delle biglie in bocca”, e che porta il bambino a sforzarsi per parlare nel modo più chiaro possibile, per ricevere risposte dalla sua amica Siri. Ma per molti di noi, Siri resta soltanto un diversivo temporaneo a cui chiedere informazioni. Ma per altri Siri è qualcosa di più.

Pensiamo agli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone, perfettamente consapevoli dell’utilizzo da parte di persone con problemi di linguaggio e comunicazione di questi strumenti vocali. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha affermato che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone. Con questo sviluppo probabilmente gli assistenti vocali muteranno in forme di vita non tanto più secondarie, pensando al caso di Gus. Forse le macchine potranno un giorno sostituire la figura umana, almeno nel caso dei bambini autistici, nell’apprendimento delle dinamiche di relazione e comunicazione, producendo cosi quel sapere e quella conoscenza del mondo non più filtrata da dogmi culturali e morali, e che spesso ci porta a vedere il mondo ad occhi chiusi.

Mohamed Maalel

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Mohamed Maalel

Metà pugliese, metà tunisino. Classe 1993, studia Scienze della Comunicazione presso l’Università degli studi di Bari. Blogger, divoratore seriale di libri ha cercato sempre di tenersi le mani ed il cervello occupati diplomandosi in un alberghiero, acquisendo un B2 in inglese presso il Trinity College di Londra nel 2011 e partecipando ad un progetto formativo che l’ha portato due mesi a Dublino, la terra delle grandi opportunità per i piccoli sognatori . Ed è proprio a Dublino che l’amore per la scrittura ed il giornalismo è maturato, grazie alla collaborazione con il giornale italo-irlandese “Italia Stampa”. Dalla madre italiana ha imparato il significato dei sacrifici, dal padre tunisino che la guerra è puro nutrimento spinto da interessi altrui. 

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