Categorie di violenza

Si è affermato il tema della violenza subita dalle donne, tuttavia gli strumenti utilizzati per arginare il fenomeno, tra cui la Convenzione di Istanbul, e le modalità con le quali questi episodi vengono raccontati talvolta tradiscono l’intenzione originale dimenticando il trauma insuperabile di chi la violenza l’ha subita.

di Davide Giacalone


GiacaloneCon grande forza o, per meglio dire, “con una certa violenza”, ad una certo punto di questi nostri anni si è imposto il tema della violenza subita dalle donne. In un crescendo rossiniano, siamo velocemente passati dall’allarme alla decisione di codificare, e naturalmente punire, il “femminicidio”. Premetto l’ovvio: anche una sola donna uccisa, o trattata con violenza, è già troppo. Vale lo stesso per un uomo? E se anche una è troppo, i numeri documentano che l’Italia non possiede affatto una particolarità negativa.

Mi è capitato di pormi controvento, su questo tema, attirandomi accuse d’insensibilità e cinismo, quando non quella di violenza. C’è mancato poco che mi prendessero per Jack lo squartatore. A voler essere saggi e prudenti, quindi, dovrei lasciar perdere e passare ad altri argomenti.

L’orrenda Convenzione

Mi fece impressione, nel maggio del 2013, che un Parlamento litigioso, colmo di gruppi che si muovono per riflesso e contrasto delle posizioni altrui, affollato di ripicche e desideri di vendetta, avesse trovato un tema sul quale convergere all’unanimità. L’episodio era così singolare che corsi a leggere il testo della “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, sul quale s’era formata una cosi totale convergenza. Rimasi allibito: si tratta di una roba oscena. Una porcheria. Che, oltre tutto, fa a cazzotti con la nostra Costituzione.

Per cominciare, stiamo parlando del Consiglio d’Europa (mica l’Onu!), quindi è escluso in partenza che la logorrea contro la discriminazione sessuale vada ad incidere sui Paesi che la praticano abitualmente. Nell’ambito del Consiglio, è già vigente, dal 1950, la “Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, che largamente ricomprende la condanna della violenza sugli altri. Non conosco la legislazione interna di tutti e 47 gli Stati membri (non ho idea di come si regolino Bosnia o Azerbaigian), ma, se sono stati ammessi, è ragionevole supporre che quel genere di violenza costituisca già reato, e grave. Certamente, lo è da noi, come nella totalità dei Paesi civili. Il punto centrale è proprio questo: la violenza di un essere umano sull’altro è sempre non solo esecrabile, ma anche perseguibile. Cosa succede, però, se creo una categoria particolare, quella della violenza sulle donne? Le difendo meglio? No, intanto violo l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza di ciascuno, senza distinzione alcuna. Poi, metto il piede su un terreno scivolosissimo: se è particolarmente nefanda la violenza del maschio sulla femmina, al punto da richiedere una legislazione specifica, ciò significa che il maschio che picchia (o ammazza) la femmina commette un reato più grave della femmina che picchia (o ammazza) il maschio? La violenza del cittadino A sul cittadino B è più grave (al netto delle aggravanti già previste dalla legge) dell’identica violenza messa in atto dal cittadino B su quello A. Stupendo. E, visto che la Convenzione di Istanbul s’intrattiene, nel considerarla aggravante, sulla violenza contro il “partner” (articoli 3, 36 e 46), giusto per non limitarsi ai coniugi e restare nel politicamente corretto, come considero la violenza fra due omosessuali maschi? Irrilevante? E quella fra due omosessuali femmine? Doppiamente aggravante? o vale l’esimente?

Per reati quali le mutilazioni sessuali o la costrizione all’aborto, vale la procedibilità d’ufficio. Significa che il reato è perseguito anche se la vittima non lo denuncia. Ma, posto che la Convenzione ricomprende anche lo stalking (a noi vecchi studenti insegnavano che si chiamavano “molestie”), e posto che già il presidente di Telefono Rosa ne chiede l’eguale procedibilità, significa che ti ritrovi il giudice a casa solo perché l’amico, l’amica, il cugino o i suoceri ritengono che il proprio caro sia stato maltrattato o insolentito, abbia ricevuto troppe telefonate o non sia stato trattato con il garbo che merita? E se la “vittima” non si ritiene tale, se si oppone alla denuncia sporta dall’amico o dal congiunto impiccione, si contesta l’aggravante della subornazione? (A New York è capitato che due coniugi, Paul Simon ed Edie Brickell, abbiano perso il controllo nel corso di una lite domestica, sicché è sopraggiunta la polizia e, come è costume in quella giustizia, i due siano comparsi subito davanti al giudice: facevano tenerezza, vista anche la non più giovane età, perché si tenevano per mano, ribadivano il loro amore e chiedevano scusa per avere dato in escandescenze. Non so come il giudice abbia chiuso la faccenda. Se li ha condannati entrambi per schiamazzi, ha fatto bene. So, però, che se fosse stata colà vigente l’esaminata Convenzione, doveva partire l’indagine e poi il processo penale, cercando di accertare chi avesse picchiato chi, e, nel caso se le fossero date a vicenda, contestando l’aggravante al marito. L’esito di questa roba sarebbe stata la follia giudiziaria o la fine di un matrimonio, che, invece, quel giorno si presentava contrito e affettuoso, con la coppia unita sul banco degli accusati. A Roma è capitato ad un calciatore e a sua moglie, mentre litigavano furiosamente in macchina, tanto che un passante ha chiamato i Carabinieri. Quelli sono arrivati e hanno “salvato” la donna, la quale, però, continuava a ribadire che non c’era problema, che stavano solo litigando e che il marito non era colpevole di alcunché).

Visto che si scende nei particolari di ogni possibile imposta inferiorità alle femmine, è lecito chiedere perché non si condanni la poligamia. Faccio osservare che, ove la si pratica, è solo maschile. Con quella Convenzione si cerca il consenso di quanti difendono, o non condannano, la poligamia, sapendo di vantare già quello di Paesi civili, i quali, però, non vedono l’ora d’autoflagellarsi. Con il che, in un colpo solo, si condanna più la civiltà dell’inciviltà e si lasciano sole le donne che più avrebbero bisogno di solidarietà.

I festanti ratificatori e i giubilanti compilatori di articoli temo non sappiano due cose. La prima: si stabiliscono regole nuove anche per la cittadinanza, l’asilo e il divieto di respingimenti. Quelli che si riempiono la bocca facendo i “duri” manco lo sanno, mentre quelli che si fanno belli facendo i “buoni” dovrebbero spiegarlo ai cittadini. La seconda: grazie alla Convenzione, con i soldi dei contribuenti dovremo anche finanziare le Organizzazioni non governative (Ong) che s’incaricano di proteggere le donne. Voi ne avete notizia? Poco importa, pagherete lo stesso. Così come pagherete il risarcimento alle donne che hanno subito violenza, ove i violenti non abbiano soldi per pagare. Pagheremo per qualche baffuto buzzurro, che neanche sarà condannato o, comunque, non avrà pene da scontare. E che, magari, fa da compare alla risarcita.

Non perdetevi il meraviglioso articolo 4, quarto comma: ai fini di questa Convenzione non sono discriminatorie le norme che servono ad evitare la discriminazione. Così si introduce il concetto di discriminazione buona, a fin di bene. Potrei continuare per pagine, anche perché il testo è scritto con i piedi.

Mi prendo tutti gli insulti che volete, ma questo genere di buonismo, senza senno e senza cultura, mi dà l’orticaria. Passi per la retorica, che, tanto, va via un tanto al chilo. Ma, in questo modo, si scardina il diritto e si crea discriminazione, vale a dire l’opposto dell’unica cosa che i parlamentari approvanti hanno letto della Convenzione: il titolo.

Femminicidio

Deglutita la sbobba della Convenzione, ad agosto venne il momento del decreto legge contro il “femminicidio”. Evidentemente, si riteneva fosse assai popolare battere quel tasto. Sessismo, discriminazione di genere e subordinazione della donna nel matrimonio sono come il caffè reclamizzato, ma con una piccola correzione: più li mandi giù e più tornano su. Così come anche l’istinto panpenalistico e carcerocentrico del legislatore italiano, il quale, nello stesso giorno in cui converte in legge un decreto per sfollare le galere, mandando fuori i condannati, ne vara un altro per spedirci nuovi clienti, neanche processati.

Oramai è una moda: si deve iscrivere il genere sessuale fra le caratteristiche dei cittadini. Perché servono norme contro il gaycidio o il femminicidio, visto che già c’è l’omicidio? Se volontario e premeditato, è previsto il massimo della pena, il carcere a vita. Le leggi già prevedono aggravanti relative a futili motivi o all’approfittare della maggiore forza, come anche per le molestie e le minacce pregresse. Perché si sente il bisogno di specificare il sesso di vittime e carnefici? Forse perché esistono casi come quello di tal Corazzini, assassino condannato a dieci anni in primo grado e a sei in secondo, poi graziato dal Presidente della Repubblica, quindi nuovamente assassino del padre. Ma Corazzini, saggiamente, ammazza vecchi maschi, mica giovani donne o omosessuali.

Scusate: ma se un marito arreca una lesione permanente alla moglie, è più grave che se la moglie arreca una lesione permanente al marito? Se la risposta è “no”, di che stiamo parlando? E se la risposta è “sì”, che parliamo a fare? Tanto, siamo matti.

E ora riflettete su questa perversione: nel caso di violenza, costituisce aggravante che ad agirla sia il coniuge. Traduzione dei giornali: se a picchiare è il marito. In effetti, è moralmente più grave, perché avviene all’interno di un rapporto che dovrebbe essere affettivo. Ma perché si traduce in aggravante legale, posto che litigare con il coniuge è più facile e consueto che farlo con uno che non si conosce? La radice di questa aggravante la trovate in due concetti: è la donna che viene affidata al marito, passando all’altare dalla mano del padre a quella del nuovo padrone, quindi è lei ad essere doppiamente vittima, perché percossa da chi dovrebbe provvedere al suo benessere. Peccato che questa sia esattamente la (detestabile) radice del sessismo. Difatti, picchiare una donna con la quale non si convive sarà meno grave che picchiare quella che si ha in casa. Lo trovo inaccettabile. Dovrebbe essere ugualmente grave picchiare chiunque, in quanto individuo, non in quanto parte sessuale, salvo far valere le aggravanti già esistenti, compresa quella dell’eventuale soggezione. L’idea che la famiglia sia un’aggravante in sé, invece, è figlia dell’idea che il matrimonio rappresenti la forma preferibile e legislativamente santificata delle unioni. Una riaffermazione di tradizionalismo.

Alla fine, come è capitato anche con la Convenzione di Istanbul, la discriminazione di genere che s’intende avversare ne esce ingigantita. Con tutti i pregiudizi e i tabù che si porta dietro.

Morbosità attrattiva

C’è una certa distanza, quindi, fra la realtà documentata e quella percepita. Credo dipenda dal racconto pubblico che se ne fa, anche con una certa morbosità. La violenza sulla donna, nell’immaginario collettivo, presenta sempre uno sfondo sessuale, un autore maschile che punta a possedere o eliminare, sempre per ragioni sessuali. In molti casi è così, ma non solo non è sempre così, non si può neanche credere che, nei confronti di una donna, non si scateni mai la “normale” violenza, senza implicazioni sessuali o non avendo in quelle le ragioni scatenanti. E’ evidente, ad esempio, che marito e moglie stiano assieme per ragioni sessuali, ma non è affatto conseguente che, se si picchiano o si ammazzano, ciò avvenga necessariamente per quella ragione.

In quel tipo di violenza, quindi, si riproduce l’eco, ma distorto e avvelenato, dei ruoli sessuali. Ciò che serve, ovviamente, è scoprire i colpevoli, accertare le loro reali responsabilità (la “vittima” non è depositaria di verità, in questo come in qualsiasi altro reato) e procedere alla condanna, alla quale, si spera, segua l’esecuzione della pena. Ma dal punto di vista della prevenzione, della condanna culturale, sociale, personale di quei reati, uno dei principali ruoli negativi viene interpretato proprio dal sistema dell’informazione. Lo stesso sistema che pretende di denunciare. Da un certo punto in poi, mi sono imposto di farci caso (fatelo anche voi) e mi sono accorto che tutte le cronache di violenza, come pure quelle relative alla prostituzione minorile (questione diversa, ma pur sempre forma di violenza e sopraffazione), possiedono un’iconografia accattivante. Ammiccante. Le parole sono di condanna, ma le immagini strizzano l’occhio.

Fatto: donna violentata. Foto che accompagna la notizia: donna in terra, gonna alzata, autoreggente scoperta, camicia lacerata. Bella donna, naturalmente, e, altrettanto naturalmente, né la vittima di quel reato, né il ritratto si riferiscono a casi reali, essendo la foto di una modella in posa. Fatto: ragazza subisce violenza da diversi coetanei, inevitabilmente denominati “branco”. Foto: ragazza ilare e con un bicchiere in mano, si suppone ad alta gradazione alcolica, in abiti essenziali si dimena fra molti che le si strusciano addosso. Fatto: due minorenni si prostituiscono. Foto: ragazzina modello Lolita, sdraiata su letto rosso, con pantaloncini modello chiappe scoperte e torso nudo. Ciascuna di queste foto è intercambiabile con immagini dal basso, che partono da tacchi alti e cosce scoperte; fanciulle sedute a bordo di un letto mentre fanno oscillare la scarpa sul piede che la sta cedendo; immagini di orge, sebbene nella fase precedente gli immaginati accoppiamenti. E sempre, ovviamente, non immagini che si riferiscono allo specifico episodio riportato, ma prefabbricate, illustrative della fantasia che, si suppone, costituisca il presupposto del fatto. Trovo tutto ciò una forma di istigazione e assuefazione. Tanto per il maschio, che si pensa toro inarrestabile, quanto per la femmina, che s’immagina maliarda irresistibile. Tutti racconti che, da una parte titillano, dall’altra mostrano la normalità, ripetibilità e raccontabilità banalizzante di certi avvenimenti. Nulla a che vedere con il trauma insuperabile di chi la violenza la subisce veramente, senza rintracciarvi alcunché di accattivante.

Davide Giacalone,

Editorialista di RTL 102.5 e Libero

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