La consegna dei diplomi

Danilo Prestia

In pochi attimi passi dalla gioia di guardare con speranza al futuro alla tristezza a cui, invece, ti riporta una realtà cruda che ti circonda e che in un attimo ti sveglia e ti fa male prendendoti a schiaffi.

Sud Libano, maggio 2009

“Qualche giorno fa sono stato alla chiusura dell’anno scolastico e alla consegna dei diplomi agli studenti della scuola di lingue in una città qui vicino.
È stata una cerimonia intensa, piena di significato, ma anche di tristezza, speranza, cruda realtà.
È cominciata normalmente, con i discorsi di rito del preside, dei professori, del politico di zona. Poi, i ragazzi. Chiamati per nome, sfilavano uno ad uno con la mantellina nera ed il cappellino tipo Cambridge per ricevere il diploma.
Li guardavo ed ero felice per loro. Nonostante la guerra, nonostante fosse finita da pochi mesi la loro quarta guerra in pochi anni, tra cui una guerra civile con migliaia di morti, erano riusciti a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.
Dopo la consegna dei diplomi, una recita di altri bambini, un po’ più piccoli.
Una bambina, avvolta da una bandiera del Libano, si trovava al centro di altri bambini vestiti con le cose più rappresentative del loro Paese: una era vestita con un cedro del Libano, una con un vestito tipico di Balbeck (un’importante regione del nord), una indossava un vestito tipico libanese musulmano, un altro con il vestito di una religione diversa…
La bambina avvolta nella bandiera libanese cantava e incitava tutti gli altri ad unirsi a lei per ricostruire il Libano. Solo se tutti, solo se tutte le forze presenti nel Paese si fossero unite, il Libano sarebbe potuto risorgere.
Ballavano al suono di una musica intensa, imponente. Si prendevano per mano e, alzandole verso il cielo, davano davvero l’impressione che ci sarebbero riusciti.
Tutti insieme, sarebbero davvero risorti. Ce l’avrebbero fatta, avrebbero ricostruito il Libano.
Chiusura del sipario, applauso del pubblico, sorrisi, orgoglio, voglia di ricominciare tutti insieme si susseguivano velocemente, felicemente, in tutti i presenti.
Subito dopo, una seconda recita. Altri bambini che riposavano distesi in un campo. Poi, il canto di un gallo al mattino che li sveglia.
Mentre ancora si stiracchiavano, altri bambini, vestiti da soldati israeliani, con faccia truce, mitra e bandiera con la stella di Davide in mano, irrompevano nella scena e, al rumore assordante, lugubre, del crepitio dei mitra, li uccidevano tutti.
I bambini vestiti con la divisa israeliana e con i mitra spianati giravano lentamente, in modo funesto, attorno a quelli che avevano appena ucciso, attorno a quelli a cui avevano di nuovo chiuso gli occhi, questa volta per sempre. Attorno a quelli che nessun canto di gallo avrebbe più potuto svegliare.
Giravano attorno, facce truci, mitra spianati e bandiere al vento.
Altre bambine vestite di nero entravano in scena e, al suono di una canzone bellissima, intensa, di Fayrouz, la cantante più famosa e più amata del Libano, ballavano e maledicevano quelli vestiti con la divisa. Chiedevano loro cosa avessero mai fatto, perché, perché avessero ucciso. Dicevano loro che quel gesto avrebbe scatenato la loro ira, che nessuno avrebbe mai più fermato la loro ira.
Improvvisamente, altri bambini, vestiti da miliziani hezbollah, salivano sul palco, uccidevano quelli vestiti da soldati israeliani, prendevano la loro bandiera, la gettavano per terra e la calpestavano. Calpestavano ripetutamente la bandiera con la stella di Davide.
La calpestavano ripetutamente. A quel punto, non era più un segno di vittoria, di una vittoria legittima, ma solo un segno di odio e disprezzo.
In quel momento, tutto ciò che avevo assaporato nei minuti precedenti (il piacere di vedere ragazzi appena diplomati che si preparavano per un futuro migliore, tutte le forze del Paese che si univano per ricostruire insieme il Libano) veniva annebbiato ed offuscato da un sentimento di tristezza, quasi di impotenza.
Quei ragazzi, quei bambini stavano per costruire il loro futuro, ma per farlo dovevano uccidere, disprezzare ed odiare qualcun altro e convivere con la morte, la violenza, l’odio.
Quanti sentimenti contrastanti si possono provare qui, in pochi minuti, guardandosi attorno o osservando un uomo, una donna, un bambino.
Guardi contento le case che stanno ricostruendo, ma accanto ci sono rovine e macerie che ancora ti urlano in faccia quanta violenza e morte ci siano state solo pochi mesi prima nello stesso luogo. Vedi costruire le case, ma sai che è la quarta volta in pochi anni che lo fanno, a causa di altrettante guerre. Speri che non ce ne sia una quinta.
Guardi un bambino sorridente, ma sai che alcuni di loro ancora tremano dalla paura se sentono un aereo volare sopra le loro teste. Lo guardi sorridere, ma non sai se domani, giocando sui prati, verrà mutilato o ucciso da una cluster bomb. Non sai se quella manina che dolcemente ti saluta quando passi, domani non ci sarà più perché saltata via in pezzetti per aver toccato quello che non doveva, un ordigno a forma di giocattolo.
In pochi attimi passi dalla gioia di guardare con speranza al futuro alla tristezza a cui, invece, ti riporta una realtà cruda che ti circonda e che in un attimo ti sveglia e ti fa male prendendoti a schiaffi.”

Parto da queste righe, stralcio dei miei diari del Sud Libano del 2009, per affrontare il problema dei bambini soldato. Possiamo fare tutte le analisi che vogliamo, cercarne le cause, provare a trovare le soluzioni per arginare questo orrore dell’umanità, ma tutto si rende inutile se non si capisce che il problema resterà irrisolto fino a quando non ci sarà una vera presa di coscienza ed un cambiamento dei valori della vita da parte degli adulti.
In natura non esiste un animale, a parte l’uomo, che non protegga i propri cuccioli, e se anche insegna loro a cacciare e ad uccidere, lo fa solo per il cibo, per sopravvivere, non certo per biechi motivi come l’avidità di denaro o la conquista del territorio o, peggio ancora, per il colore della pelle o per il diverso credo religioso.
Ancora oggi si calcola che, in più di 30 Paesi, dai 250.000 ai 300.000 bambini di età inferiore ai 18 anni (l’età media è di 14 anni, ma ci sono soldati anche di 8 o 10) combattano nelle forze armate governative o in gruppi e fazioni armate ribelli.
L’area geografica in cui questa atrocità ha raggiunto dimensioni impressionanti è senz’altro l’Africa sub-sahariana, principalmente Sierra Leone, Uganda, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Angola, Darfur e Liberia.
In Asia, invece, i bambini soldato sono stati impiegati, e in alcune zone lo sono tuttora, in Afghanistan, Myanmar, Sri Lanka e Cambogia.
In Medio Oriente, Iraq, Iran e Libano; in America Latina, El Salvador, Colombia, Perù, Nicaragua e Guatemala.
Nella maggior parte dei casi, questi bambini vengono rapiti dai villaggi con la forza. Dopo aver subito violenze fisiche e psicologiche, sono costretti ad imbracciare un’arma e ad uccidere.
Poi, esistono anche Paesi nei quali i bambini non sono solo soldati, ma diventano veri e propri sacrifici umani che si immolano. Mi riferisco ai baby kamikaze palestinesi ed afghani, un pericolo quotidiano e concreto proprio di alcuni territori di guerra.
Si tratta di bambini prelevati nei villaggi o nei campi profughi. Con la prospettiva di un piatto di riso ed un’istruzione altrimenti loro negati, vengono addestrati nelle moschee, nei centri fondamentalisti di Hamas o nelle Brigate dei Martiri di Al Aqsa o di altri gruppi integralisti musulmani. Nella migliore delle ipotesi, il loro futuro si tinge di integralismo, nella peggiore, si apre la strada del terrorismo e del “martirio” in qualità di kamikaze.
In alcuni di questi gruppi, esiste realmente una vera e propria scienza dell’educazione al martirio religioso come atto supremo della causa palestinese contro gli odiati israeliani.
Esiste anche un’esortazione al suicidio più sottile, nascosta, velata: è quella perpetuata giornalmente dalla società palestinese, dai servizi televisivi e, non ultima, dalla propaganda anti-israeliana impartita nelle scuole, come nel caso dell’istituto libanese di cui ho raccontato. Elogio del martirio, incitazione alla resistenza ed allo scontro con gli Israeliani.
Bambini, terroristi suicidi i quali, a volte, come nel caso dei bambini palestinesi, sono spinti al martirio addirittura dai loro stessi genitori, orgogliosi di poter vantare nella propria famiglia una vittima immolatasi. Si imbottiscono di esplosivo e saltano in aria mietendo decine di vittime, soprattutto civili inermi.
Per quanto ci riguarda, non crediamo di essere dei virtuosi, non illudiamoci di essere esenti dalla decomposizione morale di utilizzare bambini soldato.
Assistiamo quotidianamente, infatti, nella nostra Italia, l’ottava potenza economica del mondo, all’arruolamento di bambini soldato nella criminalità organizzata. Un esercito nascosto che, con pistole in mano, si macchia di omicidi ed esecuzioni sommarie comandate dagli adulti.
Anche loro, in un certo modo, sono dei bambini soldato.
Ma perché dotarsi di bambini soldato? Quali motivazioni possono indurre gli adulti a fruirne?
Analizzando le cause del loro impiego, una delle principali risulta sicuramente essere lo stato di guerra perenne in cui si trovano alcune zone del mondo, in particolar modo l’Africa. Sussiste la necessità di un ricambio continuo di combattenti uccisi, feriti o presi prigionieri.
Il tentativo di conquistare territori ricchi di materie prime e la lotta per il loro sfruttamento provocano, infatti, migliaia di vittime.
Si pensi che l’Africa da sola produce più del 40% dei diamanti immessi sul mercato, quasi l’80% del fabbisogno mondiale di platino, più del 60% del cromo, più del 15% dell’uranio, più del 40% del cobalto, più del 20% dell’oro, quasi il 20% del titanio, senza contare gli enormi giacimenti petroliferi. Nella zona centrale del Continente, inoltre, sono localizzate anche le miniere del preziosissimo Coltan (abbreviazione di Columbite-Tantalite). Da questo materiale si estrae la tantalite, il cui utilizzo in condensatori, circuiti elettronici, cellulari, cellule fotovoltaiche, telecamere, computer portatili, industria aerospaziale, fibre ottiche, ecc, identifica, ormai, il futuro dell’elettronica.
Questi immensi interessi in gioco provocano continue guerre per la conquista ed il controllo dei territori.
Anche la facilità di reperire sul mercato, oltretutto a bassissimo costo, le armi leggere utilizzabili dai bambini costituisce un altro fattore idoneo al loro utilizzo come soldati.
A questo proposito, rileviamo che i 5 maggiori fornitori di armi dei Paesi in via di sviluppo (Federazione Russa, Stati Uniti, Cina, Francia e Gran Bretagna), paradossalmente, contraddittoriamente ed incoerentemente fanno anche parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Hanno senz’altro la loro parte di colpa.
I bambini, inoltre, sono costantemente ricercati ed appetiti perché non vengono pagati, limitandosi i loro aguzzini semplicemente ad alimentarli. Risulta poi facile sottometterli ad ordini militari ed altri voleri. Vengono piegati e costretti a combattere con la paura, la forza, la violenza fisica e l’abuso sessuale ripetuto e continuo.
Nelle Nazioni perennemente in guerra, sono migliaia i bambini orfani, abbandonati o poveri – tipicamente indifesi e deboli, fisicamente e psicologicamente – che cadono facilmente preda dei “signori della guerra”.
L’iniziazione dei bambini soldato avviene spesso coinvolgendoli, anche con un ruolo attivo, in esecuzioni o violenze sui propri familiari o sui propri amici, in modo tale da renderli poi freddi e distaccati di fronte alle future violenze che verranno loro richieste verso estranei da massacrare o villaggi da saccheggiare.
A volte, i baby soldiers vengono anche drogati. Le bambine, invece, vengono stuprate ed avviate a diventare schiave sessuali dei comandanti dei loro aguzzini. Successivamente, nascono i figli delle violenze reiterate e continue.
Una stima parla di oltre 120.000 bambine soldato impiegate in guerra: circa 21.500 nello Sri Lanka, 12.500 nella Repubblica Democratica del Congo, 6.500 in Uganda.
A volte, i piccoli hanno anche solo 7 o 8 anni. In guerra vengono utilizzati non solo come soldati, ma anche come portatori, uomini di fatica, cuochi e schiave del sesso.
Si stima che, dal 1995, oltre 2 milioni di bambini siano stati uccisi in combattimento e che oltre 6 milioni abbiano riportato ferite e mutilazioni.
Gli stessi sopravvissuti, una volta terminati i conflitti, pongono il grave problema – tutto da risolvere – del loro reinserimento nella società civile e del loro ritorno ad una vita normale.
Migliaia di bambine e bambini feriti, mutilati, denutriti, affetti da patologie all’apparato respiratorio e sessuale, malati di AIDS e, soprattutto, traumatizzati a livello psicologico.
Bambine e ragazze madri respinte dalle proprie famiglie e dai propri villaggi perché disonorate. Non riuscendo a sposarsi, l’unica strada percorribile per sopravvivere rimane la prostituzione.
Bambine e bambini ormai disadattati alla normale vita civile.
E adulti fomentatori di odio e di vendetta, produttori di armi, immorali sfruttatori di territori e risorse naturali in nome della ricchezza e degli interessi politici, violentatori e schiavisti.
La nefandezza di aver utilizzato dei bambini come soldati impone a noi adulti il dovere morale di porre rimedio a questo crimine infame.
C’è tanto, tantissimo da fare. Un lavoro immenso.

Danilo Prestia
Colonnello dell’Esercito Italiano Brigata Paracadutisti Folgore

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