A 12 anni con un Kalashnikov in spalla

Sebastiano Nino Fezza

Ce n’erano tanti, tutti armati. Scalzi, con pantaloncini sporchi e strappati, ma con il Kalashnikov lucido ed efficiente. Osservandoli attentamente, notai delle piccole ferite sulle loro tempie.

Agli inizi del 1991, nella Sierra Leone divampa una guerra civile. La causa principale è il controllo delle miniere di diamanti. I ribelli del Revolutionary United Front (RUF) seminano violenza sul territorio. Sono appoggiati dal Presidente della Liberia Taylor e dal Burkina Faso. Gli enormi interessi economici in gioco spingono, inoltre, ad un coinvolgimento nella guerra anche le forze politiche locali, le multinazionali straniere ed altri Paesi vicini. Oltre alla guerra civile, anche diversi colpi di stato militari devastano la società civile. Per difendere dai ribelli del RUF la capitale Freetown e la popolazione civile, interviene l’ONU. La fragile tregua viene però interrotta nel 2000 dal RUF, che riprende le ostilità contro Freetown. Alla fine di questo conflitto si conteranno 100.000 vittime e 2 milioni e mezzo di profughi.

Solo Freetown era sotto il controllo dell’esercito governativo. Il resto del Paese era controllato dai ribelli. La linea di confine divideva a metà un villaggio dal roboante nome di Waterloo. In realtà, si trattava di due file di baracche poste su una pista polverosa. È qui che avevamo l’appuntamento con un gruppo di ribelli del RUF. Eravamo in tre: Luciano, il nostro soundman, Silvestro Montanaro ed io. Aspettammo un’intera mattinata prima che qualcuno si facesse vivo. Gli abitanti ci osservavano con curiosità: da tanto tempo non vedevano uomini bianchi… Era il Natale del 2000. Erano passati dieci anni dall’inizio della guerra. Finalmente, nel tardo pomeriggio, quando avevamo perso ogni speranza, arrivarono due Land Rover cariche di ribelli armati fino ai denti. Ci fecero salire senza tanti convenevoli. A bordo, eravamo pigiati come sardine. Sentivo un odore acre di polvere e sudore che mi entrava forte nelle narici. Viaggiammo per più di tre ore e, verso il tramonto, raggiungemmo un villaggio semi distrutto dai bombardamenti. Si stava facendo buio, quel buio che solo le notti africane possono regalare. Un buio intenso, che ti prende, ti avvolge e quasi ti toglie il respiro. In quest’atmosfera sospesa ci trovammo di fronte a colui che poi scoprimmo essere il comandante dei ribelli della provincia. Si faceva chiamare Submarine: pare che suo nonno avesse navigato su una vecchia petroliera battente bandiera liberiana. Insieme a lui c’erano decine di uomini armati: ragazzi, giovani, anziani. Visi sudati illuminati da luci fioche, sguardi diffidenti di adulti e curiosi di bambini e ragazzi. Per quella notte, il colonnello Submarine ci offrì il suo letto: un solo letto, sporco, lercio, puzzolente, da dividere in tre. Un dono a cui non si poteva dire di no. Fu la prima notte tra i ribelli del RUF.
Alle prime luci ci svegliammo. In Africa non ci si può alzare che all’alba, le giornate sono scandite dall’alba e dal tramonto. La vita inizia lentamente alle prime luci. Uscii da quella stanza maleodorante e la prima cosa che vidi furono due bambini dell’età di circa 12 anni con un Kalashnikov sulla spalla intenti a lavare dei panni in un catino. Quando mi vide comparire, uno dei due mi sorrise e mi diede il buongiorno con un inglese molto improbabile. Incontrai così il “mio primo bambino soldato”. Ce n’erano tanti, tutti armati. Scalzi, con pantaloncini sporchi e strappati, ma con il Kalashnikov lucido ed efficiente. Osservandoli attentamente, notai delle piccole ferite sulle loro tempie. Scoprii che in queste escoriazioni venivano inserite le sostanze allucinogene. I bambini soldato si spostavano da una parte all’altra del villaggio, ma non abbandonavano mai la loro arma. Li ho visti giocare a calcio con un vecchio pallone, ma sempre con l’arma sulla spalla. Li ho visti cucire, li ho visti pulire le stanze dei ribelli, ho visto pure qualcuno uscire dal letto di un ribelle. È questa la vita dei bambini soldato. Vengono rapiti, strappati dalle loro famiglie, utilizzati per i lavori domestici, per trasportare armi e munizioni, spesso per soddisfare i bisogni sessuali di chi li ha rapiti. Per premio… un Kalashnikov e un grado. Ho conosciuto Thomas ed il caporale Highway. Entrambi dodicenni, anche loro strappati alle loro famiglie. Quando li ho incontrati, erano già stati promossi sul campo e comandavano un loro piccolo plotone di bambini soldato. La loro è una storia incredibile. Avevano ammazzato 85 persone, almeno così si diceva. Tutto come fosse un gioco. Fermavano qualsiasi macchina passasse per la strada, inserivano in un sacchetto di juta dei bigliettini recanti la scritta taglio braccio corto, taglio braccio lungo, gamba, piede, testa, ecc. I malcapitati che venivano fermati subivano la sorte in base al bigliettino da loro stessi estratto. Per loro era una specie di gioco, a tal punto erano stati condizionati dai ribelli. Ho vissuto con i ribelli per ben 20 giorni, nel corso dei quali ho visto questi bambini soldato tornare ad essere solamente bambini. Spesso, la sera venivano con noi, con “i tre bianchi stranieri”. Uno dei loro giochi preferiti era quello di toccare i miei capelli, perché lisci, chiari… Non avevano mai visto un bianco. Altri si divertivano a contare le punture di zanzara sulla mia pelle… 135. Il rapporto che instaurammo con il colonnello Submarine fu strano, intenso. Mi verrebbe da dire… un rapporto tra “gentiluomini”. Era in atto una tregua controllata dalle forze militari delle Nazioni Unite. Gli chiedemmo, come segno di buona volontà, di consegnarci un gruppo di bambini soldato da riportare alle loro famiglie. Scelse Thomas e il caporale Highway. Ci riaccompagnarono a Waterloo e da lì rientrammo a Freetown. Il nostro primo pensiero fu quello di ricongiungere i due bambini alle loro famiglie. Non rintracciammo la famiglia di Thomas, ma riuscimmo nell’intento con Highway. Incontrammo il padre e mi si gelò il sangue quando ci informò, in maniera ferma e decisa, che non poteva riprendere in casa quel figlio. Aveva vissuto troppo a lungo con i ribelli, era intriso di troppa violenza. Temeva potesse far del male ai suoi fratelli. Abbiamo affidato i due soldati all’UNICEF. Da quell’esperienza ho portato con me due cose: la mia prima malaria ed il senso di impotenza davanti a quel padre che, con modi sereni, ma decisi, ripeteva: “Non posso riprenderlo in casa. Temo possa fare del male ai suoi fratelli…”

Sebastiano Nino Fezza
Giornalista, video reporter RAI

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