La percezione del rischio

Tiziano Agostini, Ilaria Santoro

Credendosi invincibili, i giovani non percepiscono correttamente il rischio a cui si espongono, più o meno consapevolmente, prestando attenzione solamente ai vantaggi apparenti derivanti dalla loro azione.

La società quotidiana possiede l’indiscutibile caratteristica di bombardare ogni persona con miliardi di informazioni, immagini, volti, che influenzano facilmente il nostro modo di vedere il futuro, i nostri valori e le nostre aspettative. I media ci propongono modelli da seguire, sogni da carpire e la realizzazione personale. Anche il mondo dello sport assume un ruolo importante nell’educare e far maturare i giovani, offrendo loro un modello di crescita forte, basato sul lavoro di gruppo ed il rispetto delle regole e dell’avversario. Purtroppo, troppo spesso questi incantevoli ideali di maturità vengono messi da parte per far spazio al mito del successo a tutti i costi. Si diffonde così il messaggio della superiorità con ogni mezzo, che colpisce l’agonismo con scandali come le scommesse, ma anche le realtà giovanili più piccole, proponendo comportamenti scorretti fin da quando gli atleti sono soltanto dei bambini. Tale atteggiamento “sporca” il valore profondo dello sport, rovinando e nascondendo il vero significato dell’impegno e della realizzazione sportiva.
Il doping si inserisce nell’ambito sportivo proprio come “strumento” per aggirare le regole, conseguire la superiorità sull’avversario e valicare i propri limiti. Tuttavia, è una sorta di scorciatoia, poiché quegli obiettivi non vengono raggiunti con l’allenamento e la serietà, ma con l’assunzione di sostanze pericolose ed illegali. Tra i giovani, in particolare, l’illusione di una strada più facile grazie all’aiuto di sostanze dopanti può risultare allettante, in quanto va a coincidere con dei fattori di rischio specifici di quella fascia evolutiva, come la sensazione, comune soprattutto nell’adolescenza, di ritenersi invulnerabili. Credendosi invincibili, i giovani non percepiscono correttamente il rischio a cui si espongono, più o meno consapevolmente, prestando attenzione solamente ai vantaggi apparenti derivanti dalla loro azione.
Percepire un rischio significa comprenderne il peso delle conseguenze, immediate e future, sul piano razionale e su quello emotivo. Tuttavia, le persone tendono usualmente a basarsi su giudizi errati delle situazioni pericolose, enfatizzando rischi con probabilità molto ridotte – fenomeno della sovrastima – o minimizzando il pericolo prestando attenzione soltanto ad alcuni aspetti convenienti della situazione – fenomeno della sottostima.
Tale contegno non deriva semplicemente da un problema di disinformazione sulle conseguenze di un’azione rischiosa, ma dipende anche dal modo in cui il nostro cervello elabora ed interpreta gli stimoli, in base alle nostre caratteristiche personali, alla nostra esperienza ed all’ambiente circostante. In poche parole, il grado di pericolosità percepito di una certa azione è determinato dalla specificità dei nostri processi cognitivi.
Considerando il rischio doping, risulta evidente che una politica di prevenzione, per essere realmente efficace, debba necessariamente coinvolgere quella branca della psicologia che trova applicazione nello studio delle caratteristiche del rischio e nell’individuazione dei fattori di rischio per elaborare, di conseguenza, un piano di azione preventivo. La percezione soggettiva del rischio doping, ovvero la valutazione sul grado di pericolosità dell’adozione di determinati comportamenti, spesso non correla con il rischio oggettivo, ovvero la valutazione effettuata con misurazioni statistiche o simulazioni di laboratorio, causando un effetto di sottostima del rischio. Questa sottostima incentiva la diffusione del doping, in quanto, spesso, gli atleti non sono consapevoli della gravità dei suoi effetti.
Nell’ambito della psicologia del rischio, la letteratura scientifica individua alcune caratteristiche che sembrano particolarmente interessanti, se associate alla veloce espansione del doping negli ambienti sportivi. La diffusione del problema deve essere intesa in un’ottica sia sociale – l’aumento del numero di atleti che ricorrono all’assunzione di sostanze dopanti – sia personale – l’incremento quantitativo o qualitativo del dosaggio. Potrebbe, dunque, risultare interessante spiegare come la psicologia cerchi di analizzare quali siano le dinamiche ed i processi associati alla valutazione sbagliata della pericolosità di questo comportamento.
Una delle cause della facile diffusione del doping negli ambienti sportivi è dovuta al fatto che, mentre i benefici sono immediati ed evidenti, le conseguenze dannose sono differite nel tempo e maggiormente discutibili. Non si fatica, infatti, ad immaginare un atleta influenzato dal comportamento di un suo compagno, il quale ottenga un rapido miglioramento agonistico senza lamentare alcun tipo di effetto collaterale. Inoltre, se ci spingiamo a considerare l’assunzione di sostanze dopanti come una sorta di dipendenza per il raggiungimento di una performance sportiva adeguata, bisognerebbe anche aggiungere la percezione errata della forza motivazionale e della fatica relativa ad un’eventuale astinenza futura. Considerando anche solo queste due caratteristiche della valutazione del rischio, la “trappola” sembra essere molto elementare, ma efficace: si inizia sottostimando le conseguenze negative perché nessuno le manifesta subito, ritenendo di poter smettere facilmente qualora se ne presentasse la necessità; viceversa, ci si dimostra, poi, estremamente deboli nell’affrontare il pesante percorso di astinenza, a cui nessuno aveva preparato.
La divulgazione di informazioni sui rischi connessi all’assunzione di sostanze illegali è uno dei passi fondamentali di tutti i più comuni interventi di prevenzione del fenomeno. Anche se tale accortezza è sempre auspicabile ed utile, purtroppo da sola non è pienamente efficace: la conoscenza dei dati statistici non implica un’interiorizzazione personale del rischio. Sfortunatamente, la nostra valutazione di pericolosità è deviata da un bias noto come illusione di controllo, che ci induce a ritenere di possedere un buon controllo personale del rischio, in quanto dotati delle abilità e delle competenze tali da proteggerci dalle conseguenze rischiose.
La psicologia applicata cerca di sfruttare la conoscenza del funzionamento dei processi cognitivi relativi alla decisione per sviluppare protocolli d’intervento realmente efficaci, in quanto questi vanno ad agire in maniera puntuale rispetto a specifiche problematiche precedentemente individuate. Prima di organizzare una politica informativa sui rischi del doping, ci si dovrebbe interrogare su quali siano i mezzi e gli strumenti più adeguati per affrontare e superare la normale resistenza cognitiva dovuta alle caratteristiche prima presentate. Lo psicologo costituisce la figura professionale più adatta a rispondere a questi interrogativi ed a pianificare un percorso di prevenzione, poiché soltanto chi conosce i processi sottostanti alla percezione del rischio riuscirà a migliorare l’interpretazione della pericolosità correlata all’assunzione delle sostanze. Per combattere questo fenomeno bisognerebbe agire in profondità, magari su due piani paralleli. Da un lato, spiegare agli atleti le dinamiche cognitive che inducono alla sottostima del rischio a cui si espongono per renderli consapevoli dei bias decisionali; dall’altro, studiare le caratteristiche degli ambienti in cui è più diffuso l’uso del doping per isolare i fattori che esercitano un impatto maggiore sulla decisione dell’assunzione di prodotti illegali e sviluppare interventi educativi a livello preventivo, tarati su una necessità specifica.
Contemporaneamente, si potrebbe coinvolgere anche un altro campo proprio della psicologia applicata: la comunicazione tramite i media. La letteratura scientifica conferma il peso della divulgazione mediatica nella formazione di giudizi e valutazioni decisionali. Se questa forza venisse sfruttata adeguatamente per trasmettere ad ampio raggio messaggi di “educazione sportiva”, denunciando l’uso del doping, probabilmente la popolazione diverrebbe più sensibile a tale problematica. Quando le persone devono valutare il grado di rischio di un comportamento, non hanno quasi mai la possibilità di riferirsi a dei dati statistici, ma si affidano ad inferenze basate sui loro ricordi. Una di queste inferenze, detta euristica della disponibilità, assume che le persone giudichino più frequente un evento se vengono loro in mente esempi dello stesso. Tuttavia, affidarsi a questa disponibilità mnestica appare rischioso, in quanto essa può venire influenzata anche da fattori esterni. Aumentare la comunicazione mediatica sul rischio doping potrebbe amplificare la percezione della probabilità di accadimento del fenomeno e, di conseguenza, incrementare la gravità delle valutazioni di rischio. Un intervento mediatico di questo tipo potrebbe, dunque, sensibilizzare il pubblico, rendendo ancora più efficace una successiva azione preventiva più mirata.
Dopo questa breve analisi, risulta evidente come la prevenzione del rischio doping possa essere considerata, a tutti i diritti, una sfida per la psicologia applicata, i cui professionisti collaborano in team con altri specialisti del campo medico e sportivo. Mentre questi ultimi operano sulla specificità delle conseguenze sanitarie ed agonistiche, il compito degli psicologi è quello di ideare un protocollo di comunicazione del rischio che riesca davvero ad aiutare gli atleti ad interpretare correttamente la pericolosità connessa all’uso del doping. Purtroppo, la psicologia delle decisioni applicata alla percezione del rischio non possiede ancora un piano di intervento testato e validato come efficace, ma si trova ancora in una prima fase di analisi sperimentale. D’altronde, in questo risiede la vera sfida della psicologia applicata rispetto al doping.

Tiziano Agostini
Professore Ordinario settore Psicologia Generale Dipartimento Scienze della Vita Università degli Studi di Trieste
Ilaria Santoro
Collaboratrice Dipartimento Scienze della Vita Università degli Studi di Trieste

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