Il contrasto al doping

Luigi Simonetto

Al giorno d’oggi, è raro che un atleta arrivi al professionismo per via corretta e trasparente.
In tale contesto sviluppa comportamenti e scelte in contrasto con le norme antidoping.

Il documento adottato il 10 maggio 2012 dal Consiglio dell’Unione Europea, in accordo con i rappresentanti dei Paesi membri e riferito alla “lotta al doping nello sport dilettantistico”, costituisce un ulteriore contributo al tentativo di armonizzare il complesso panorama nel quale, in tema di antidoping, sono attive realtà nazionali, comunitarie ed internazionali, in ambito sia sportivo, sia governativo. Il documento è coerente con i presupposti e gli obiettivi unanimemente condivisi, anche se non fornisce soluzioni, ma indirizzi operativi ed ha certamente il merito di sottolineare alcuni aspetti problematici che, a tutt’oggi, caratterizzano la politica antidoping nel panorama internazionale. In particolare, dal contenuto traspaiono evidenti alcune considerazioni su ruolo e sfera di azione dell’Agenzia internazionale WADA e della rete operativa (le agenzie antidoping nazionali – NADO) ad essa correlata. Non v’è dubbio che, nell’ultimo decennio, numerosi ed importanti siano stati i passi in avanti compiuti nel campo dell’attività antidoping: i controlli sono stati sempre più numerosi e mirati; l’azione di controllo si è estesa con sempre maggiore efficacia anche nell’ambito “fuori gara”; la qualità e la capacità di analisi dei laboratori antidoping è aumentata notevolmente; la ricerca di nuovi e più avanzati sistemi di riscontro delle sostanze vietate ha potuto contare, oltre che su specifiche ed eccellenti competenze scientifiche, su finanziamenti dedicati; negli ultimi anni, l’attività antidoping ha percorso la strada del “passaporto biologico”, vale a dire la possibilità di rilevare una positività indipendentemente dal riscontro diretto della sostanza illecita, ma evidenziando specifiche variazioni del profilo biologico degli atleti. Tutto questo, in parallelo con l’attività investigativa svolta dalle autorità competenti e con il progressivo incremento delle collaborazioni a livello transnazionale, ha indubbiamente consentito un aumento dell’efficacia dell’azione di contrasto al doping. Tale azione, peraltro, si è svolta prevalentemente nell’ambito dello sport professionistico e, comunque, d’elite. Tutto il sistema attuale, che fa perno sul ruolo e sulle prerogative di azione dell’agenzia internazionale WADA, è, infatti, sostanzialmente rivolto a contrastare l’illecito in tema di doping nella fascia di vertice dell’attività sportiva. Anche il panorama nazionale italiano vede il CONINADO operativo secondo tali criteri prioritari. Il fatto che in Italia sia in vigore l’ormai famosa Legge 376 del 2000 (“Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”) ha certamente innalzato il livello di attenzione globale sul fenomeno e consentito una traslazione dell’attività antidoping anche su altri livelli.

Non possiamo, però, affermare che abbia condotto ad un reale superamento del vero problema di fondo: è palese regola, con le oggettive eccezioni, che l’atleta maturi la scelta di doparsi (o, al riguardo, segua i consigli e le indicazioni di terzi) nell’ambito dell’attività giovanile con l’obiettivo di arrivare, un giorno, al livello di elite nella sua disciplina per acquisire notorietà e denaro. Al giorno d’oggi, è raro che un atleta arrivi al professionismo per via corretta e trasparente. In tale contesto sviluppa comportamenti e scelte in contrasto con le norme antidoping. L’attenzione dei media, le risorse in campo e la precise scelte strategiche dell’organizzazione internazionale antidoping che fa riferimento alla WADA lasciano tuttora ampiamente scoperto il vero contesto nel quale si determinano azioni contrastanti le norme antidoping e ciò rappresenta un grande problema sociale in termini di “tutela della salute”, prima ancora che di etica sportiva: i settori giovanili, il mondo amatoriale, le palestre, ecc. Non si può, comunque, non riconoscere che, ad ogni livello, anche nell’ambito delle realtà istituzionali sportive e governative, il problema sia ben presente ed avvertito e che ogni componente sia impegnata nel migliorare il sistema ed incrementare l’efficacia della propria azione. Ma alcuni e non secondari aspetti critici continuano a caratterizzare il quadro attuale, nello specifico quello nazionale italiano. Il tentativo di superare il problema ricorrendo ad una spartizione di competenze tra CONI e Commissione ministeriale per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive (accordo formalizzato con un documento di intesa tra le parti risalente al 2007) non solo non ha contribuito a superare gli ostacoli operativi, ma ha ancor più appesantito la situazione: il CONI ha sviluppato in modalità certamente efficace la propria azione nel settore professionistico e la Commissione ministeriale ha sviluppato la propria per lo più verso settori extrafederali (palestre in primis) e nell’ambito dei settori giovanili, ma in modo completamente scollegato con le varie Federazioni sportive nazionali, quindi con modelli organizzativi ed operativi sostanzialmente poco efficaci, poiché non specifici e non mirati.

Nell’ultimo biennio, per contro, l’attività della Commissione ministeriale ha potuto beneficiare di una sostanziale svolta nell’efficacia della sua azione e nell’allargarne gli ambiti, in particolare verso il settore amatoriale, proprio grazie ad una maggiore interazione con alcune federazioni nazionali e l’interoperatività con il nucleo del Comando dei Carabinieri per la tutela della salute. Un secondo aspetto, da più parti rilevato e sottolineato, riguarda l’incompleta armonizzazione complessiva, non solo delle norme e dei regolamenti, ma anche (e, per taluni aspetti, soprattutto) dei problemi correlati alle specifiche aree di competenza operativa. È legittima la domanda, la cui risposta rimane spesso inevasa, se non vi sia un’azione eccessiva rivolta maggiormente alla “difesa del ruolo e delle competenze” che all’obiettivo finale, il contrasto al doping. Ulteriore elemento critico è il progressivo consolidamento del concetto che “svolgere attività antidoping” coincida con “svolgere i controlli antidoping”. È del tutto evidente che la supposta coincidenza tra i due aspetti costituisca per se stessa la negazione della possibilità di essere, se non vincitori, concretamente efficaci nell’obiettivo. Il terreno della comunicazione e dell’approccio culturale e sociale al problema del doping rappresenta il vero substrato nel quale può e deve svolgersi il contrasto a questa piaga in tema di tutela della salute dei cittadini (e dei giovani, in particolare) e di consolidamento di valori, prima ancora che sportivi, sociali. Non è purtroppo vero (o, almeno, non lo è più da tempo) che la scelta di ricorrere a sostanze o metodi vietati dipenda dalla scarsa conoscenza degli effetti negativi conseguenti. I giovani, ma anche i non più giovani, sono nelle maggior parte dei casi attori consapevoli delle scelte attuate. Possiedono una scala di valori che, nel tempo, vede consolidate alcune priorità rispetto ad altre (chiunque abbia un rapporto schietto con giovani atleti di buone potenzialità sa bene come, spesso, il loro modello cognitivo, ideativo e comportamentale sia consapevolmente rivolto a privilegiare non solo e non tanto il risultato, ma ciò che questo porta appresso: in primis, attenzione dei media e soldi). Il ruolo della famiglia e, oggi ancor di più, delle società sportive (dirigenti, tecnici, medici o consulenti vari a supporto dell’attività sportiva) rappresenta il vero nodo sensibile per gli scenari attuali e futuri delle scelte strategiche che ogni componente in gioco è chiamata a sviluppare. * Centro di Medicina dell’Esercizio Fisico e dello Sport

Luigi Simonetto
Direttore del Ce.M.E.F.* – Osp. San Raffaele di Milano
Componente della Commissione ministeriale per la vigilanza ed il controllo sul doping
e per la tutela della salute nelle attività sportive

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