Esperienze in Afghanistan: incontrando Shabana

Gabriele Torsello

Il 30 Gennaio 2008 un aereo Militare Italiano, con a bordo una bambina di appena 4 anni, è decollato dalla capitale Afghana per raggiungere l’aeroporto di Ciampino.

Il vecchio senza gambe implora Allah. Una giovane donna è seduta in mezzo ad una strada affollata con quattro bambini semiaddormentati, mentre veicoli di ogni tipo dominano le strade di Kabul. Una madre con indosso un chador turchese cammina verso la stazione degli autobus con in braccio una bambina. Ha nove mesi, i capelli biondo scuro, occhi verdi luminosi e un ascesso anormale e doloroso sul viso. Si chiama Shabana, è di Kair Khana, e la donna dietro il burka è sua madre. Le chiedo che problema abbia il viso della sua bambina, ma lei risponde solamente: “Dottore…Dottore” e lascia che io prenda il suo nome e indirizzo.
La mia prima idea è di contattare le ONG a Kabul, mandando una foto di Shabana e le sue coordinate anagrafiche, ma una volta tornato all’hotel mi ricordo del caso di Zakti, un padre di cinque bambini proveniente da Kalikot in Nepal. Zakti aveva l’osso della guancia e parte del teschio esposti, a causa di una malattia sconosciuta. Organizzazioni mediche internazionali non poterono fare niente per lui perché, osservando solo la documentazione fotografica, non sapevano dirmi che malattia avesse.

Cosí, il giorno dopo, mi reco direttamente nel villaggio di Shabana in Kair Khana e qualche ora dopo incontro Janat, il padre di Shabana. Mi spiega che sua figlia è nata con un piccolo neo sulla guancia destra e che tale patologia era stata diagnosticata come Leishmaniosi, una malattia parassitaria trasmessa tramite la puntura prodotta da una mosca femmina. L’Afghanistan, infatti, ha il numero maggiore di casi di Leishmaniosi cutanea nel mondo, con una stima di 200.000 malati, dei quali 67.500 solo nella capitale. Successivamente, dopo numerosi consulti, scopriamo che la Leishmaniosi non é il male di cui soffre Shabana. Decido di utilizzare le mie conoscenze personali. Contattiamo l’agenzia delle Nazioni Unite UNFPA a Kabul per chiedere dei consigli su come e dove far visitare la piccola bambina di appena nove mesi, ma, tranne l’indicazione di alcuni ospedali pediatrici a Kabul, nessuno, purtroppo, è in grado di venirci in aiuto.

Quindi, decidiamo di portare Shabana da uno specialista per un consulto. Incontriamo il Dottor Waheed Ahmad dell’Ospedale Jamhoriat che ci indirizza al primario dell’Ospedale Avencina Emergency Hospital, il Dottor Parwani. Ci rechiamo al suo studio, che si trova nell’ala privata del palazzo ospedaliero. Veniamo fermati dal portinaio che ci chiede settanta Rupie afgane per lasciarci entrare. Quando chiediamo una ricevuta, ci lascia entrare gratis. Più tardi, ci inseguirà mentre usciamo, di nuovo per essere pagato. Nella sala visite di 2m x 1m il Dottor Parwani esamina il viso di Shabana con una lente di ingrandimento e ci dice che l’ascesso è una malattia congenita che in futuro potrebbe crescere o diminuire.

“È un emangioma. Vi sono molti casi a Kabul e l’unica opzione per casi di questo genere è la chirurgia plastica”, aggiunge. Prescrive degli antibiotici, antidolorifici e vitamine e prenota un appuntamento per Shabana all’Avencina Emergency Hospital, dove il Dottor Parwani lavora come Primario in Dermatologia. Due giorni dopo, Shabana, Janat, Jibrail ed io andiamo all’appuntamento. Il Dottor Parwani ci presenta a cinque suoi colleghi e ci mostra alcuni libri di medicina con immagini e descrizioni dettagliate di emangiomi. Annuncia che il 10% dei bambini di Kabul soffre di questo “tumore della pelle” e, purtroppo, il dipartimento di dermatologia non è in in grado di accogliere la maggior parte dei pazienti per mancanza di fondi. Il medico stesso guadagna uno stipendio mensile di 40 dollari.

Il Dottor Parwani allora ci indirizza al reparto di chirurgia plastica del Maiwand Hospital. È a Kabul ed è l’unico ospedale in grado di effettuare quel tipo di chirurgia plastica in Afghanistan. L’ospedale risale al regno di Nadir Shah, ossia agli anni Trenta. Il ‘reparto di chirurgia riabilitativa’ (Rehabilitative Surgery Unit, RSU) è diretto dal French Medical Refresher Courses for Afghans (MRCA) dal 1996, ed è sostenuto dal Ministero degli Esteri francese. Inoltre, l’Ambasciata Giapponese fornisce attrezzature mediche sotto il Grant Assistance for Grassroots Project (GAGP), e la ONG italiana, Operation Smile, effettua programmi di training per i medici. La clinica può ricoverare un massimo di trenta pazienti, con uno staff di otto medici – dei quali tre donne – che lavorano a tempo pieno per un salario mensile di cinquecento dollari a testa.

È interessante il fatto che, durante il regime Talebano, quando le donne furono represse e bandite da qualsiasi tipo di mestiere, il reparto di chirurgia del Maiwand Hospital continuò ad operare, incluso il personale femminile. Il primario del dipartimento, il Dottor Aminullah Hamkar, visita Shabana e conferma che la bimba ha un emangioma congenito sul viso e che è necessario rimuovere l’ascesso prima che provochi danni irreversibili all’occhio destro. Il Dottor Seraya, un apprendista chirurgo, prepara le carte per il ricovero e per la terapia in ospedale. Il 16 Agosto 2005, la madre di Shabana porta sua figlia nella sala pre-intervento e per la prima volta, davanti a me, si scopre il viso. Poco dopo, un’infermiera scatta una foto a madre e figlia. Quando arriva suo padre Janat, la madre lascia la stanza. Egli stringe Shabana tra le braccia e la guarda negli occhi. Durante l’operazione, Shabana è sotto anestesia totale. Suo padre attende nel corridoio, mentre la madre è fuori, sul patio.

Dopo un intervento durato quattro ore, il Dottor Aminullah conclude che l’ascesso non è un emangioma, ma un neurofibroma, un tumore, che, se trascurato, può causare gravi danni al nervo, portando ad una perdita di funzione nell’area stimolata dal nervo stesso. Due campioni vengono inviati ad un’altra clinica per ulteriori esami. Shabana viene dimessa tre giorni dopo.

Gabriele Torsello
Fotografo e giornalista, rapito in Afghanistan

Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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