Meta e minori: la vittoria che dovrebbe preoccuparci

Meta pagherà fino a 17,1 miliardi di dollari e introdurrà nuove regole per proteggere i minori. Sembra una vittoria della società contro i social network, ma rischia di diventare l’ennesimo modo per delegare alla tecnologia un compito che appartiene prima di tutto agli adulti.

La vittoria di Meta, la sconfitta del genere umano

Meta pagherà fino a 17,1 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni per chiudere il contenzioso avviato negli Stati Uniti sul rapporto tra Facebook, Instagram e i minori. Letta così sembra una sconfitta epocale, ma la realtà è meno semplice: parliamo di circa 1,7 miliardi l’anno per un gruppo che fattura centinaia di miliardi, mentre il titolo Meta, alla notizia dell’accordo, è arrivato addirittura a guadagnare circa il 4%.

Il mercato sembra quindi aver capito qualcosa che forse stiamo trascurando: Meta paga una cifra importante, evita una sentenza di merito, non ammette responsabilità e continua la propria attività introducendo nuove regole. Difficile descriverla come una disfatta.

Meta e minori: arrivano i nuovi divieti

Le nuove misure sembrano rassicuranti. Per i minorenni sono previsti limiti predefiniti di utilizzo, maggiori controlli dei genitori, restrizioni alle notifiche e un blocco notturno tra mezzanotte e le sei del mattino.

Il problema è credere che una regola tecnica possa trasformarsi automaticamente in educazione.

Un adolescente che non può utilizzare Instagram durante alcune ore potrebbe semplicemente utilizzare un’altra piattaforma. Se un controllo diventerà più stringente potranno essere cercati nuovi account, altri servizi, VPN o le infinite scorciatoie che una generazione cresciuta con uno smartphone in mano impara molto rapidamente a conoscere.

Questo non significa che le regole siano inutili. Significa che da sole non possono bastare.

Lo Stato non può sostituire la famiglia

Il rischio più grande della discussione su Meta e minori è culturale prima ancora che tecnologico. Stiamo progressivamente convincendoci che qualcuno debba risolvere dall’esterno il rapporto dei nostri figli con il digitale.

Prima chiediamo allo Stato di intervenire, poi lo Stato impone delle regole a Meta, infine Meta crea un pulsante, un limite orario o un sistema automatico e tutti possiamo sentirci un po’ più tranquilli.

Nel frattempo, rimane irrisolta la domanda fondamentale: chi educa quel ragazzo all’utilizzo dello smartphone?

Nessun algoritmo può spiegargli perché passare cinque ore davanti a un social possa essere un problema, perché un like non determini il suo valore, perché ciò che vede online non rappresenti necessariamente la realtà o perché consegnare continuamente parti della propria vita a una piattaforma abbia delle conseguenze.

Questo resta un compito degli adulti.

Le regole servono, l’educazione molto di più

Imporre limiti alle piattaforme è corretto quando esistono rischi concreti per i più giovani, ma trasformare quei limiti in una forma sostitutiva di educazione sarebbe un errore enorme.

Un blocco dalle 00:00 alle 06:00 può impedire a un adolescente di utilizzare Instagram durante la notte, ma non gli insegna perché sarebbe meglio dormire invece di cercare continuamente una nuova notifica. Se domani quello stesso ragazzo si sposterà su TikTok, su un’altra piattaforma o su un servizio che ancora non conosciamo, avremo semplicemente trasferito il problema.

La tecnologia cambia continuamente, mentre il ruolo educativo rimane.

Forse la vera sconfitta non consiste nell’avere permesso a Meta di diventare gigantesca, ma nell’essere arrivati al punto di aspettarci che sia Meta, sotto ordine dello Stato, a insegnare ai nostri figli quando devono spegnere il telefono.

Su questo nessuna sanzione, nemmeno da 17 miliardi di dollari, potrà mai sostituire una famiglia.

Sana Sandro

Laureato in Ingegneria Informatica e in Scienze della Comunicazione, lavora nel settore dell’Information Technology dal 1990. Nel corso della sua carriera ha collaborato con realtà molto diverse, dalle piccole imprese agli enti pubblici, fino a grandi aziende nazionali e internazionali. Dal 2003 affianca alle competenze tecnologiche un interesse attivo per la comunicazione, il public speaking e la formazione. A partire dal 2014 si dedica con particolare attenzione alla sicurezza informatica, con un focus sull’innovazione, la ricerca e l’evoluzione delle minacce digitali. È certificato CEH – Certified Ethical Hacker, CIH – Certified Incident Handler e CISSP – Certified Information Systems Security Professional. È stato relatore agli eventi SMAU 2017 e 2018, e docente per SMAU Academy e ITS. È membro del Comitato Scientifico del Competence Center nazionale Cyber 4.0, dove contribuisce allo sviluppo di strategie per la formazione, la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico nel campo della cyber security. Divulgatore ed editorialista, promuove la cultura della sicurezza digitale con particolare attenzione agli aspetti sociali, economici e normativi della trasformazione digitale. Si occupa di sensibilizzare imprese e istituzioni su rischi, responsabilità e opportunità connesse alla cybersicurezza. 

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